La sfida di riscoprire la "causa" delle missioni

Il rischio maggiore in questo momento limitarsi a fare “ministero all’estero”, più o meno ciò che si farebbe in patria, solo in una lingua diversa
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October 13, 2026
La sfida di riscoprire la "causa" delle missioni
Piero Gheddo (s.) e Giancarlo Politi (d.), sono stati i primi missionari PIME a tornare sull'isola di Woodlark, Papua Nuova Guinea, dal martirio del Beato Giovanni Mazzucconi del 1855. Qui celebrano con due missionari australiani nella diocesi di Alotau
Domenica 18 ottobre è la centesima Giornata Missionaria Mondiale (1926-2026). Papa Leone nel suo messaggio richiama l’importanza della comunione e della collaborazione per la credibilità e l’efficacia dell’annuncio cristiano. La chiamata e l’invio sono chiari nel ministero di Gesù, nelle parole del Risorto, nella testimonianza degli Apostoli e dei Padri, lungo la storia della Chiesa fino ad oggi. Negli ultimi due secoli abbiamo vissuto la fase delle “missioni moderne” o “missioni estere” in contemporanea all’espansione del ruolo politico e culturale dell’Europa nel resto del mondo. La Giornata Missionaria Mondiale nasce appunto nel contesto delle “missioni” per incoraggiarle e sostenerle con grande efficacia. Migliaia di partenze e tutto il Popolo di Dio dietro un unico sforzo ed un unico obiettivo.
Così la Chiesa viene “fondata” nei punti più remoti del pianeta “fino agli estremi confini della terra”. Io stesso ricordo (ma è solo un esempio) l’anziano vescovo Ambrogio Beretta del Pime, verso il 1985, nella chiesa di San Pietro in Sala a Milano, affermare in un’omelia per nuovi candidati missionari: «Ci è stato dato il compito di fondare la Chiesa e l’abbiamo fatto». Nel suo caso si riferiva alle diocesi nello stato di Andhra Pradesh in India.
Oggi i missionari, più che “fondare” la Chiesa locale, generalmente la aiutano a crescere anche rispondendo a persistenti carenze di preparazione e di leadership. Non si parla più di “missioni”, ma di “missione” includendo tanti altri orizzonti di impegno: giustizia, pace, ecumenismo, dialogo interreligioso, confronto culturale, media e molto altro. Già nei nostri anni giovanili – ma è passato mezzo secolo – la ragione ecclesiale tradizionale della missione si integrava con quella della giustizia, del riscatto del cosiddetto Terzo Mondo, della scelta dei poveri. Erano motivazioni piuttosto chiare che ispiravano ancora molte partenze. Ora quelle partenze italiane ed europee sono finite. Sono stato in Papua Nuova Guinea ventidue anni (2003-2025). Rimangono ora laggiù solo una mezza dozzina di missionari italiani e un gruppetto più nutrito di polacchi. Sono spariti i francesi, i tedeschi, gli olandesi, gli americani, i canadesi, gli australiani… Niente male, di per sé, se non fosse che nel caso specifico non vi ha corrisposto un adeguato livello di crescita del clero e della leadership locale. I missionari sono ancora necessari, non solo utili.
Dello spirito missionario tradizionale (europeo) vanno forse conservati e trasmessi a chi parte ora da altri continenti, oltre alle imprescindibili condizioni di spiritualità e di fede, alcuni tratti che possano assicurarne l’efficacia del servizio e il contributo alla crescita della Chiesa locale: l’età relativamente giovane, la preparazione culturale, l’amore per la gente, la promozione umana e sociale insieme all’annuncio del Vangelo e al culto, l’impegno a vita.
La vocazione missionaria è specifica, solo per pochi anche tra i ministri ordinati. La chiamata missionaria è qualcosa che si avverte irresistibile e distinto da ogni altra valida opzione di servizio e di vita. L’espressione “missioni estere” è oggi in effetti un po’ desueta. Ma il rischio maggiore in questo momento è quello di limitarsi – mi si passi l’espressione – a fare “ministero all’estero”, più o meno ciò che si farebbe in patria, solo in una lingua diversa e ad un’altra latitudine, spesso per un breve periodo, senza particolare creatività e dedizione. Senza interamente dedicarsi alla causa delle missioni.

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