Il presente e l’identità sono concetti da maneggiare con cautela
Volgersi con nostalgia ai bei tempi andati non ci farà stare meglio. Bisogna abitare l’epoca che ci è data, arricchendola per quanto possiamo

Caro Avvenire,
siamo una Nazione la cui Storia affonda le sue radici in epoche antichissime e preziosissime. Abbiamo una tradizione di millenni che è stata un susseguirsi di grandi civiltà. L'Italia è ammirata, credo, per il suo patrimonio artistico espressione di una cultura del bello di lunga durata. Vantiamo ancora antiche sapienze, da quelle agresti a quelle architettoniche fino a quelle scientifiche e letterarie. Veniamo all'oggi. Che cosa abbiamo di identitario? Lo smartphone? Il digitale? L'IA? Viviamo, a mio avviso, una “ebetizzazione” del mondo. Il futuro cancella il passato, ma anche il presente.
Adalberto de' Bartolomeis
Monselice (PD)
siamo una Nazione la cui Storia affonda le sue radici in epoche antichissime e preziosissime. Abbiamo una tradizione di millenni che è stata un susseguirsi di grandi civiltà. L'Italia è ammirata, credo, per il suo patrimonio artistico espressione di una cultura del bello di lunga durata. Vantiamo ancora antiche sapienze, da quelle agresti a quelle architettoniche fino a quelle scientifiche e letterarie. Veniamo all'oggi. Che cosa abbiamo di identitario? Lo smartphone? Il digitale? L'IA? Viviamo, a mio avviso, una “ebetizzazione” del mondo. Il futuro cancella il passato, ma anche il presente.
Adalberto de' Bartolomeis
Monselice (PD)
Caro de’ Bartolomeis,
la parola chiave della sua riflessione (che ho dovuto sintetizzare – a proposito, più le lettere sono sintetiche, più mi danno modo di valorizzarle) è “cancella”. Gli eccessi della cosiddetta cultura woke, che nelle sue forme più moderate anch’io ho difeso, stanno proprio in quello che lei riassume con una frase efficace: la volontà di ripudiare del tutto un passato necessariamente imperfetto con l’utopia di un futuro che sia senza macchie. Non può funzionare. Non ci sarà un’età dell’oro, ma un progresso morale più o meno lento e discontinuo, come è accaduto finora. Certo, vediamo un’accelerazione tecnologica senza precedenti, eppure si può credere che gli esseri umani resteranno gli stessi, almeno per un po’. È la cosiddetta tesi dei Flintstones e dei Jetsons, i noti cartoni animati in cui due famiglie di simpatici antenati preistorici e di pronipoti in uno scenario fantascientifico sono perfettamente uguali a noi nei loro sentimenti e nelle loro preoccupazioni, curiosi e pettegoli, socievoli e impegnati nelle piccole grandi incombenze della vita quotidiana, indipendentemente dall’ambiente in cui vivono.
la parola chiave della sua riflessione (che ho dovuto sintetizzare – a proposito, più le lettere sono sintetiche, più mi danno modo di valorizzarle) è “cancella”. Gli eccessi della cosiddetta cultura woke, che nelle sue forme più moderate anch’io ho difeso, stanno proprio in quello che lei riassume con una frase efficace: la volontà di ripudiare del tutto un passato necessariamente imperfetto con l’utopia di un futuro che sia senza macchie. Non può funzionare. Non ci sarà un’età dell’oro, ma un progresso morale più o meno lento e discontinuo, come è accaduto finora. Certo, vediamo un’accelerazione tecnologica senza precedenti, eppure si può credere che gli esseri umani resteranno gli stessi, almeno per un po’. È la cosiddetta tesi dei Flintstones e dei Jetsons, i noti cartoni animati in cui due famiglie di simpatici antenati preistorici e di pronipoti in uno scenario fantascientifico sono perfettamente uguali a noi nei loro sentimenti e nelle loro preoccupazioni, curiosi e pettegoli, socievoli e impegnati nelle piccole grandi incombenze della vita quotidiana, indipendentemente dall’ambiente in cui vivono.
Ciò non toglie che dobbiamo guardare avanti. Nani sulle spalle dei giganti, si diceva già nel Medioevo, a significare che dobbiamo fare tesoro del passato senza restarvi imprigionati, qualunque sia il suo valore. E qui vedo un’altra parola chiave della sua lettera, caro de’ Bartolomeis: “identitario”. Un concetto, quello di identità storica di un popolo, da maneggiare con cautela. Non si può farne a meno, tuttavia va evitato che la preservazione dell’identità diventi una barriera o, peggio, un elemento di contrapposizione e di conflitto. La civiltà del bello e della cultura che lei rimpiange non è per nulla scomparsa, anzi, si è allargata: abbiamo anche oggi artisti, scienziati e – aggiungo – santi apprezzati su scala globale, magari risiedono all’estero, ma restano l’orgoglio del nostro Paese e alcuni di essi saranno i “classici” di domani, con le loro statue nelle città e vie e piazze loro intitolate dappertutto. Un guadagno dei nostri tempi è che possiamo godere di tanti contributi alla fioritura umana. Le distanze, i confini, le lingue non sono più un ostacolo insormontabile. Abbiamo l’opportunità di oltrepassare una visione ristretta della civiltà, che spesso ha portato a chiusure, incomprensioni e scontri aperti. La globalizzazione spaventa, eppure la comunità oppressiva può essere altrettanto minacciosa per chi è in condizione di debolezza. La via migliore è la più difficile da seguire. Il richiamo identitario va dosato per mantenere tepore mentre ci apriamo ad appartenenze più larghe e fredde, non deve però scaldare tanto da bruciarci. Ad esempio, se “riscopriamo” la Patria e la Nazione, idee di per sé nobili, fino a farne un criterio esclusivo, diventa più difficile avere un’Europa coesa, solidale ed efficiente: sono dinamiche che vanno in direzioni opposte.
Insomma, caro de’ Bartolomeis, siamo d’accordo che il futuro non debba cancellare il passato né il presente – è indicativo che il settimanale “The Economist” abbia scelto la controversa prospettiva morale dell’altruismo efficace e del lungoterminismo, fatta propria da alcuni miliardari del settore tecnologico, quale idea più significativa di questo quarto di secolo, una teoria che finisce con il privilegiare il benessere dei nostri discendenti, enormemente più numerosi di noi si immagina, rispetto a quello degli attuali abitanti della Terra. Eppure, volgersi con nostalgia ai bei tempi andati non ci farà stare meglio. Bisogna, mi pare, abitare l’epoca che ci è data, arricchendola per quanto possiamo. Lasciare il mondo in condizioni più accettabili di quelle in cui l’abbiamo trovato suona forse come un auspicio consolatorio e sdolcinato. Come punto di partenza per sfuggire all’“ebetizzazione” può comunque funzionare. Anche se le prospettive su come si presenti un mondo migliore divergono, abbiamo la speranza di trovare un fondo di umanità condivisa.
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