Il pressing sull'Ue per l'energia, le distanze da Trump: cosa ha detto Meloni alle Camere
La presidente del Consiglio ha anche delegato Parigi e Berlino a trattare sulla pace. Sul gasolio russo ha definito «rischiosa» la scelta del presidente Usa. Linea dura sul bilancio pluriennale europeo per negoziare le risorse della Manovra

Alle Camere, alla vigilia di un importante Consiglio Europeo che avrà al centro la crisi energetica e l’Ucraina, Giorgia Meloni prova a cambiare marcia nel suo rapporto con l’Ue. In oltre 50 minuti di discorso al Senato, con applausi soprattutto quando ha affondato il colpo contro Putin, la premier traccia la linea che l’Italia seguirà nei prossimi mesi pre-elettorali: pressing su Bruxelles per avere più risorse finalizzate a contrastare il caro-energia (anche al punto di minacciare il “no” italiano al bilancio pluriennale), crescenti distanze e critiche verso Trump e una novità sostanziale, la disponibilità a delegare a Francia, Germania e Gran Bretagna il compito di negoziare la pace tra Ucraina e Russia.
Energia, Manovra, Bilancio Ue: il negoziato con Bruxelles sui conti pubblici
La priorità italiana ovviamente è racimolare nuove risorse in vista della Manovra, che sarà redatta concretamente a novembre proprio per negoziare maggiori margini con Bruxelles. «La questione che oggi pesa più di tutto sulla competitività della nostra economia è il costo dell’energia. Lo abbiamo detto molte volte: non possiamo chiedere alle imprese europee di competere con i grandi attori globali e, allo stesso tempo, accettare che paghino strutturalmente l’energia molto più dei loro concorrenti. Né possiamo perseguire la transizione ambientale al prezzo della nostra base industriale. La decarbonizzazione non può essere deindustrializzazione. Le tensioni sulle principali rotte commerciali e sulle catene di approvvigionamento incidono sulla sicurezza e sul prezzo dell’energia e dei carburanti. Aumentano i costi di trasporto e assicurazione e, alla fine, si scaricano sulle bollette, sul carrello della spesa e sui conti delle imprese. La risposta deve essere coordinata e rapida». L’Europa deve dunque «partire dalla cosa più scontata: evitare che regole pensate in un contesto completamente diverso da quello che viviamo finiscano oggi per aggravare gli effetti delle crisi che stiamo attraversando». È il senso della lettera inviata pochi giorni fa a Bruxelles insieme a Germania e Belgio. Cui però devono associarsi misure «puntuali, anche a carattere temporaneo, per ridurre il costo dell’energia». Nel mirino resta il sistema Ets, vero assillo per la premier. Ma Roma chiede anche di arrivare a un punto nel negoziato con l’Ue sulle norme previste dal decreto bollette. E poi spinge per margini integrativi, anche all’interno della flessibilità già ottenuta sull’energia. «Ho scritto alla Presidente von der Leyen per chiedere due cose. La prima: che lo shock energetico e inflazionistico venga adeguatamente considerato nel calcolo della spesa consentita dalle regole europee. La seconda: che gli Stati possano utilizzare almeno una parte dell'extra-gettito Iva generato dall'aumento dei prezzi per finanziare misure temporanee e mirate a sostegno di famiglie e imprese. Perché sarebbe oggettivamente difficile spiegare ai cittadini che per rispondere allo shock non possiamo neanche utilizzare le maggiori entrate che quello shock ha generato». Richieste su cui sarà complesso raccogliere il consenso, ma la premier vuole insistere, sostenuta anche dalla risoluzione della maggioranza.
Nel difendere le opzioni attivate per il riarmo – la premier respinge l’immagine della «guerrafondaia» su cui insiste parte dell’opposizione -, e nel rivendicare il risultato di poter dividere la flessibilità 2027-2028 su difesa ed energia, la premier fa capire chiaramente come intende incassare più risorse dall’Ue per la Legge di bilancio: alzando il tiro sul bilancio pluriennale. «In questi mesi abbiamo già ottenuto diversi risultati concreti, rispetto alla proposta originaria della Commissione, ma il negoziato è ancora molto lontano dalla sua conclusione. La Presidenza irlandese e le istituzioni europee hanno indicato l’obiettivo di arrivare a un accordo entro la fine dell’anno. Noi non siamo contrari per principio a questo obiettivo, ma deve essere chiaro che la data non può diventare più importante del contenuto. Non firmeremo un accordo non vantaggioso per rispettare una data. Noi firmeremo un accordo solo quando sarà giusto per l’Italia. Lo dico in maniera molto chiara: l’Italia non accetterà un bilancio che ridimensioni la Politica agricola comune, la Pesca e la Coesione». Domani e dopodomani sarà dunque battaglia, a Bruxelles.
Distanze da Trump, affondo contro Putin, delega a Parigi, Berlino e Londra
Altro punto centrale del Consiglio, la guerra russa all’Ucraina. A Bruxelles ci sarà Zelensky, in giorni in cui «Intanto, la Russia ha avviato la sua nuova campagna d’autunno contro l’Ucraina». «Incapace di avanzare sul fronte, Mosca ha iniziato a colpire sempre più duramente la popolazione civile: centrali elettriche, condomini, ospedali, persino gli autobus che portano le persone al lavoro, come nell’orrenda strage di Kramatorsk», denuncia Meloni. Dunque nessun passo indietro sul sostegno a Kiev. «So che su questo il dibattito è acceso, anche in quest’aula e dentro gli schieramenti. Lo rispetto e lo comprendo perfino, perché nessuno in quest’Aula vuole la guerra. Tutti vogliamo che si arrivi alla pace. La differenza è su come pensiamo che ci si arrivi. Per come la vedo io, il sostegno all’Ucraina non è l’alternativa alla pace: è ciò che la rende possibile. Se l’aggressore può puntare la resa dell’avversario, che bisogno ha di negoziare? Solo che la resa non è pace, è conquista». Poi l’affondo più applaudito, al netto dell’ovazione finale della maggioranza: «Se l’Ucraina smettesse domani di difendersi, come in molti auspicano o propongono, noi non avremmo la pace. Noi discuteremmo dell’occupazione di una Nazione europea, e del ritorno dell’imperialismo di stampo sovietico che l’Europa ha conosciuto per mezzo secolo. Personalmente non rimpiango quegli anni, non rimpiango i carri armati russi che repressero le rivolte di Praga e Budapest, non rimpiango il Muro di Berlino. E nessuno mi convincerà del fatto che la resa di chi difende la propria libertà possa chiamarsi pace». Sono parole che mirano anche a colpire le contraddizioni dentro il centrosinistra. Data la ferma condanna di Putin, Meloni arriva a Trump e all’accordo Usa-Russia sul gasolio: «È una scelta che considero molto rischiosa. Chiaramente tutti comprendiamo, e condividiamo, l’esigenza di contenere i prezzi dell’energia che pesano su famiglie e imprese, anche in Italia. Ma dobbiamo essere consapevoli che l’impennata dei prezzi del carburante è dovuta soprattutto alla guerra in Iran, non al conflitto in Ucraina. Dunque, il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari. Una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe continuano a cadere sulle città ucraine, nuove entrate con cui finanziare la guerra, un implicito indebolimento della leva sanzionatoria: sono elementi che non possiamo ignorare, e che contraddicono quanto fin ora fatto dagli Stati occidentali, Stati Uniti compresi, per spingere Putin a sedersi al tavolo delle trattative». Anche se Trump recentemente ha alleggerito la sua posizione su Meloni, la premier italiana non ha intenzione di lasciarsi lusingare. E piuttosto punta sull’Europa: «Continuo a chiedere che i Ventisette individuino una figura autorevole, con il mandato di tutti, capace di portare al tavolo la voce dell’Europa. E se su un nome non si trova convergenza, siamo pronti anche a valutare soluzioni diverse». Qui la novità di giornata: «Se ad esempio Francia, Germania e Gran Bretagna, nel famoso formato E3, ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è questa la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti». Una delega agli alleati per mettere fine agli “infantilismi” tra le cancellerie europee. Ovviamente da accompagnare a una strategia per difendersi dagli attacchi ibridi di Mosca, diventati il «nuovo normale» di questi tempi.
La linea sul fronte mediorientale
Quanto al Medioriente, Meloni ribadisce la linea: «In un momento in cui l’ombra dell’antisemitismo sembra rialzare la testa in molte Nazioni, la sicurezza dello Stato di Israele non può essere messa in discussione. E continuo a ritenere che con Israele sia necessario mantenere aperto un canale di dialogo. Dopodiché, però, ci preoccupa il perdurare della presenza israeliana nel sud del Libano, in Siria, a Gaza. E in Cisgiordania assistiamo a una pressione sulla popolazione palestinese che è intollerabile. Come abbiamo scritto insieme a Francia, Germania, Regno Unito e altri partner, gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali. E ci opponiamo con forza a chi sostiene l’annessione e lo spostamento forzato della popolazione palestinese». Per aprire una breccia, ammette la premier, occorrerà attendere il nuovo governo di Tel Aviv. Le proposte concrete di Roma, intanto, sono «il trasferimento all’Autorità palestinese delle entrate fiscali che Israele oggi trattiene, e il congelamento dell’insediamento E1». A Gaza intanto, conclude la premier, «la situazione resta drammatica. Servono più aiuti e servono in fretta. E serve un’iniziativa politica per verificare se Hamas sia davvero disposta a deporre le armi». Circa la situazione in Libano, Meloni conferma la disponibilità franco-italiana per il dopo Unifil. In riferimento a Hormuz e Bab el-Mandeb, Meloni chiederà il «rafforzamento dell’operazione Aspides». A medio termine, però, «la priorità è non dipendere più da un unico punto di passaggio».
Le migrazioni e l'idea di Europa
Immancabile il riferimento alle migrazioni, che cattura applausi scroscianti dai banchi della maggioranza. Il Consiglio Europeo avrà una “discussione strategica”, ma per Meloni è soprattutto l’occasione di polemizzare con il centrosinistra: «Gli eventi di Ceuta della fine di luglio hanno dimostrato bene quanto velocemente possano prodursi situazioni di pressione eccezionale alle frontiere esterne. Alla luce di quei fatti, come sapete, l’Italia ha deciso di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne aeree e marittime con la Spagna, sulla base di una valutazione di sicurezza. E mi permetterete di dire che considero abbastanza surreali le polemiche che ne sono seguite, soprattutto da parte di alcuni partiti di opposizione, evidentemente più attenti a difendere il governo spagnolo che la sicurezza e i confini italiani». A Bruxelles dunque Roma promuoverà integralmente la linea seguita sinora, compresa la spinta alle «soluzioni innovative», sulla scia dei centri in Albania.
La conclusione è già un accenno di campagna elettorale, e riguarda l’idea di Europa della premier e del centrodestra: «Un’Europa capace di tenere insieme transizione e industria, politiche tradizionali e nuove priorità, cooperazione con i partner e difesa dei propri confini. Un’Europa pragmatica, che non ha paura di correggere le proprie scelte quando la realtà cambia. Un’Europa che concentra la sua forza sulle grandi sfide che nessuna Nazione può affrontare da sola, e sa farsi da parte dove le Nazioni fanno meglio da sole. Un’Europa grande sulle grandi questioni, e discreta su tutto il resto». È comunque un investimento su Bruxelles più forte rispetto a inizio legislatura, che compensa le distanze ormai assunte con Donald Trump.
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