sabato 7 settembre 2024
Donald Trump e Kamala Harris non sono solo i rivali nella corsa alla presidenza ma anche i campioni (con tutte le loro ambiguità) di due modi di intendere la vita umana nascente. Ormai inconciliabili
Una sostenitrice di Trump discute con una fan di Harris durante la tappa in Florida del tour democratico per la "libertà riproduttiva"

Una sostenitrice di Trump discute con una fan di Harris durante la tappa in Florida del tour democratico per la "libertà riproduttiva" - Ansa

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La distanza tra Harris e Trump e quella nell’opinione pubblica In quell’America che due anni fa ha assistito, per decisione della Corte Suprema, all’annullamento della sentenza Roe contro Wade – con la quale è stato eliminato l’accesso costituzionale all’interruzione volontaria di gravidanza in tutti gli Stati dell’Unione – il tema dell’aborto è diventato il più divisivo della campagna elettorale per le prossime presidenziali di novembre.

Seguendo la retorica della classe politica, l’opinione pubblica liberal e quella conservatrice hanno sostanzialmente smesso di cercare spazio per il dialogo, moltiplicando slogan radicali che non trovano alcun terreno comune di confronto. Un muro contro muro che va di pari passo con quello innalzato dai due candidati alla Casa Bianca. Tra un Donald Trump che continua le sue giravolte sul tema – il repubblicano è passato negli anni dall’essere un pro-choice convinto ad alfiere pro-life, per poi dire no alle restrizioni più severe decise dagli Stati – e una Kamala Harris secondo cui limitare la scelta delle donne è «immorale» e che ha inaugurato un tour sui “diritti riproduttivi”, sembra non esserci spazio per un dibattito ragionato sul tema. In parallelo, la questione aborto è diventata sempre più centrale per una larga fetta dell’elettorato americano: in sei Stati chiave, tra le donne under 45, ha un’importanza maggiore dell’economia, ma anche per l’intero elettorato è tra i temi più considerati, mentre appare particolarmente decisivo come necessario fattore di mobilitazione per la campagna dei democratici. Ciò sarà particolarmente vero in dieci Stati Usa, compresi territori chiave come Arizona e Nevada, in cui in coincidenza con le presidenziali i cittadini si recheranno alle urne anche per referendum in cui si voterà sui limiti statali all’interruzione di gravidanza.

Certo, non è detto che preferenze di voto per la Casa Bianca e opinioni personali sull’aborto debbano per forza coincidere. Le continue torsioni di Trump sull’argomento potrebbero paradossalmente consentire al repubblicano di guadagnare quote significative di consensi. Accusato dai democratici di aver nominato alla Corte Suprema giudici ultraconservatori nei suoi anni alla Casa Bianca – e di aver così “condizionato” anche il ribaltamento del diritto federale all’aborto –, Trump è stato considerato a lungo dai leader dei movimenti anti- abortisti Usa come il più “ pro-life” tra tutti i presidenti Usa, una posizione in passato da lui stesso rivendicata. Dopo la decisione della Corte, però, il repubblicano più volte ha spiegato che devono essere i singoli Stati e i loro elettori a decidere sul tema, rifiutandosi di chiarire la sua posizione su un eventuale divieto di aborto a livello federale. Nei giorni scorsi, nuove giravolte: dopo aver sostenuto di non condividere il bando della Florida sull'interruzione di gravidanza dopo sei settimane, lasciando intendere un suo sostegno al referendum abrogativo, il repubblicano ha cambiato idea precisando che voterà “no” perché, pur ritenendo troppo breve il limite di sei settimane, considera l'emendamento proposto troppo permissivo. Trump « voterà per sostenere un divieto di aborto così estremo che si applica prima ancora che molte donne sappiano di essere incinte », l’ha subito attaccato Harris.

La democratica, da parte sua, ha compiuto una scelta di campo piuttosto netta che si è mostrata plasticamente alla convention di Chicago. All’evento in cui ha accettato ufficialmente la nomination le posizioni meno radicali sull’interruzione di gravidanza non hanno infatti trovato spazio alcuno sul palco, lasciando che l’aborto diventasse nei discorsi degli oratori sempre e solo un “diritto”, quasi un dogma elevato a ideologia di partito. L’arena politica finisce così per evidenziare sempre più quella spaccatura tra liberal e conservatori che negli Usa sta disegnando due Americhe che ormai quasi non si parlano più. Al punto che sono sempre più frequenti i casi di cittadini che decidono di andare a vivere in Stati che considerano più affini al loro background etico-politico-culturale.

Dopo l’annullamento di Roe contro Wade nel 2022, sull’aborto gli Stati sono andati in ordine sparso, alcuni espandendo i limiti all’interruzione di gravidanza, altri procedendo con restrizioni. La California ha ad esempio inserito due anni fa l’interruzione di gravidanza tra i diritti garantiti dalla propria Costituzione, mentre in 14 Stati, soprattutto al Sud, ci sono forti restrizioni poche settimane dopo l’inizio della gravidanza - eccetto specifiche emergenze mediche - e il divieto di usare la pillola abortiva. In mezzo, difficile individuare spazio per un dialogo ormai pressoché inesistente, mentre il tema della vita viene strattonato dalle parti politiche. La stessa Conferenza episcopale Usa, parlando di giorno “storico” all’annullamento della Roe contro Wade, aveva parlato di un “nuovo inizio” e della necessità di una “etica del dialogo e della cooperazione”. Un aspetto, però, che appare completamente rimosso dalla scena politica Usa.

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