
L’auto resiste al caro vita perché è libertà, ma cambia la geografia delle vacanze degli italiani. Perché l'Europa vista dal parabrezza, racconta qualcosa di interessante su cosa stiamo diventando. Nell'estate 2026 la Francia si è confermata la prima destinazione estera raggiunta in automobile, scelta dal 25% degli italiani finiti nell'analisi di UnipolTech, due punti in più rispetto al 2025. Dietro c'è la Svizzera, salita al 10%, mentre la Croazia, sempre al 10%, perde tre punti e una posizione. Crescono Austria e Germania, entrambe al 7%; arretrano Romania e Tunisia, il Marocco scende sotto l'1%. La Spagna, nonostante la distanza, sale invece al 4%. Per la prima volta compare la Polonia, con l'1%. Sono variazioni piccole, ma forse proprio per questo interessanti. Perché nel complesso la fotografia resta sorprendentemente stabile. Il campione di 700mila black box Unipol mostra che tra un'estate e l'altra gli italiani non hanno rinunciato all'automobile e neppure al viaggio oltreconfine. Semmai hanno ridisegnato leggermente la mappa.
E lo hanno fatto mentre viaggiare costa di più. Ad agosto l'inflazione italiana è risalita al 3,3% annuo, spinta soprattutto dall'energia, con gli energetici non regolamentati al +17%. A settembre, sulla rete autostradale, la media nazionale ha superato i 2,23 euro al litro per la benzina self e i 2,34 per il gasolio. Il viaggio in macchina diventa così una piccola equazione familiare nella quale entrano carburante, pedaggi, albergo, ristorante e distanza. Ma anche libertà. Perché l'automobile consente di cambiare itinerario, dividere la spesa tra più persone, portare bagagli senza sovrapprezzo, fermarsi e ripartire. Il caro vita non cancella insomma il desiderio di muoversi: costringe piuttosto a negoziarlo.
Anche la tecnologia sta cambiando quel viaggio. UnipolTech gestisce oltre 3,7 milioni di dispositivi telematici e proprio dai dati della mobilità nasce questa fotografia dell'estate. Ma c'è un oggetto ancora più piccolo che racconta una trasformazione forse altrettanto significativa: UnipolMove. Quando arrivò nel 2022 sembrava semplicemente un'alternativa alla famosa scatoletta del Telepass. In realtà segnò la fine di un'anomalia italiana durata decenni: un mercato del telepedaggio per le automobili sostanzialmente affidato a un solo operatore. La direttiva europea 2019/520 sull'interoperabilità, recepita dall'Italia nel 2021, aveva aperto il settore alla concorrenza. UnipolMove fu il primo nuovo operatore a entrare su larga scala.
Ed è proprio qui che il telepedaggio ha cominciato a diventare qualcos'altro. UnipolMove permette oggi di pagare anche parcheggi convenzionati e strisce blu, gestire l'Area C di Milano, utilizzare il dispositivo per i traghetti sullo Stretto di Messina. Con UnipolMove Europeo lo stesso principio attraversa ormai cinque Paesi: Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Croazia. Non è più soltanto il pedaggio: è un ecosistema di servizi che prova a seguire l'automobilista lungo il viaggio.
Per decenni il rapporto tra l'uomo e l'automobile è stato uno dei simboli più potenti della conquista della libertà. Ma sarebbe ingenuo pensare che ogni chilometro percorso sia libertà. La stessa automobile può diventare una prigione: il traffico, il tragitto quotidiano verso il lavoro, il tempo trascorso immobili dentro un abitacolo per raggiungere ogni mattina lo stesso luogo. È l'altra faccia della mobilità, quella dell'obbligo e qualche volta dell'alienazione. E allora possiamo scegliere il treno, una metropolitana, una bicicletta o semplicemente camminare. Un lungo viaggio è un'altra cosa. C'è un momento, quando la città è ormai alle spalle e la strada comincia ad allungarsi davanti al parabrezza, nel quale il rapporto fra uomo e macchina cambia. Non stiamo più soltanto utilizzando un mezzo di trasporto. Stiamo andando da qualche parte. E mentre cambiano la luce, le stazioni di servizio, le lingue sui cartelli e infine il paesaggio, un poco cambiamo anche noi. È forse questa la ragione per cui, nonostante tutto, continuiamo ad associare l'automobile all'idea della partenza. Perché alla fine esiste ancora una libertà nel mettere qualcosa nel bagagliaio, chiudere una portiera e partire. Senza un binario da seguire, senza un orario di arrivo e qualche volta senza neppure sapere esattamente dove fermarsi. Andare dove ci pare. E magari, lungo la strada, decidere di non tornare.
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