giovedì 3 agosto 2023
La morte di Karl, il 18enne travolto sul marciapiede a Milano dopo uno scontro, arriva a poche ore da quella di Chris in Veneto. Perché l'Italia non è (più) un Paese per pedoni
Francesco Valdiserri, travolto e ucciso lo scorso ottobre a Roma mentre camminava su un marciapiede, amava la musica e cantava in un gruppo. La sua foto e il simbolo del limite di velocità a 30 Km all'ora

Francesco Valdiserri, travolto e ucciso lo scorso ottobre a Roma mentre camminava su un marciapiede, amava la musica e cantava in un gruppo. La sua foto e il simbolo del limite di velocità a 30 Km all'ora - Famiglia Valdiserri

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Karl, 18 anni. Chris, 13. E tutti gli altri, indietro nei mesi, fino a Francesco. È una strage continua, quella che si sta consumando sulle strade italiane, dove muoiono sempre più pedoni e ciclisti e tra loro quasi sempre ci sono giovani e giovanissimi. Un cimitero di innocenti uccisi dall’incoscienza o dall’imprudenza degli automobilisti di ogni età, e molto meno dal caso o dalla fatalità. Bastano i numeri – in questi giorni ripetuti ossessivamente anche in uno spot televisivo – a dire l’emergenza che sta vivendo il nostro Paese: nel 2022 le vittime da incidente stradale sono state, complessivamente, 3.159, cioè il 9,2% in più dell’anno precedente, secondo il recente Rapporto Istat-Aci. Troppi. E tutti i valori sono in crescita, compresi quelli dei bambini e degli adolescenti. Sul fronte delle leggi, che poi sono il banco di prova della civiltà di un Paese, per ora c’è l’annunciata riforma del Codice della strada varata dal governo con un decreto destinato a diventare norma definitiva entro la fine dell’anno. Prevede sanzioni più dure per chi guida in stato di ebbrezza, fino alla sospensione della patente. Ma la sicurezza stradale dipende anche dai controlli delle forze dell’ordine (che lamentano organici carenti), dall’educazione nelle scuole e nelle famiglie, da una migliore manutenzione delle strutture. Altri capitoli che devono essere “scritti” dalla responsabilità di politici e amministratori locali e dal senso civico di ognuno di noi.


Una lettera scritta a mano e consegnata il giorno del processo. «Dodici luglio, undici e trenta, aula otto del Tribunale». È lì che un giudice ha deciso di condannare in primo grado a 5 anni di reclusione Chiara Silvestri, la giovane di 24 anni che dieci mesi fa – al volante ubriaca – ha ucciso Francesco Valdiserri mentre camminava su un marciapiede di Roma assieme al suo migliore amico. Ed è lì che a papà Luca, giornalista del Corriere della Sera come la moglie Paola Di Caro, lei ha fatto consegnare quella lettera: «È rimasta chiusa. Non so quando la aprirò». Luca e Paola intanto non si fermano: sono appena tornati dal Giffoni Film Festival, preparano viaggi e incontri da Trento all’Aquila, nelle scuole e nei circoli, sono stati in carcere: «Parliamo soprattutto coi ragazzi. Raccontiamo loro la storia di Francesco e spieghiamo perché alla guida serve consapevolezza e responsabilità. Questo è quello che possiamo fare perché la morte di nostro figlio non sia stata inutile» racconta Luca.

La morte di Karl a Milano, quella di Chris in Veneto e le altre, terribili, degli ultimi mesi, assomigliano tutte a quella di Francesco.
È così. Ma per ogni vittima, per ogni storia, sembra di ricominciare tutto dall’inizio. Sembra non sia mai successo prima. Quando Francesco è stato ucciso abbiamo deciso che non poteva chiuderci nel nostro dolore e, visto il nostro mestiere, abbiamo deciso di percorrere la strada della comunicazione per arrivare ai giovani. Lo facciamo in incontri organizzati volontariamente dalle scuole, ma anche all’interno dei progetti previsti dal ministero dell’Istruzione, dei Trasporti e dal Viminale nell’ambito del grande calderone delle ore di educazione civica, dentro cui non riescono però ad essere davvero incisivi.

Trovate consapevolezza sul tema?
Quando parliamo di alcol e droga, e dell’incompatibilità del consumo di entrambi con la guida, assolutamente sì. Sul fronte dell’uso dello smartphone invece c’è molto da fare. I ragazzi non capiscono, non ci vedono nulla di male. Questo, per altro, non vale soltanto per loro: anche gli adulti lo utilizzano mentre guidano e la distrazione è una delle cause delle tragedie che stiamo contando sempre più numerose sulle strade. La verità è che si dovrebbe cominciare prima, con l’educazione stradale, già alla primaria. E che quell’educazione oggi dovrebbe comprendere tutto: come si attraversa, come si usa una bicicletta, come ci si muove sulla strada e sui marciapiedi. Ma ci sono anche altri fronti.

Quali?
Quello della tecnologia e delle automobili per esempio. Abbiamo tutti gli strumenti per rendere le vetture su cui viaggiamo più sicure: penso, per esempio, ai limitatori di velocità. Non li utilizziamo perché vogliamo essere liberi di moderarla noi, la velocità, ma non lo facciamo. E poi c’è il tema delle città, delle regole che le governano, del clima e del rispetto dell’ambiente: penso a chi sta andando verso le zone 30, in Europa e da noi. Ci sarà un motivo per cui Roma conta il doppio di automobili rispetto a Parigi e molte di più della stessa Londra. Il discorso è ampio, ma con 3.152 morti in un anno è il momento di affrontarlo: se non ora quando?

Il murales che gli amici di Francesco gli hanno dedicato nel suo ex liceo, il Socrate di Roma

Il murales che gli amici di Francesco gli hanno dedicato nel suo ex liceo, il Socrate di Roma - Famiglia Valdiserri

Una riforma del Codice della strada è stata varata dal Governo ed è pronta ad approdare in Parlamento il prossimo autunno. Che ne pensa?
Ho letto il testo della riforma e penso che ci siano misure giuste dentro, come giusta e buona credo sia stata la legge sull’omicidio stradale. Sono convinto che per tutte le grandi rivoluzioni servano scelte forti: penso al divieto di fumo nei luoghi pubblici, a come abbiamo considerato quella norma all’inizio e a come è assolutamente intollerabile oggi pensare soltanto di veder fumare qualcuno al cinema, o in un ristorante. Per incidere su un fenomeno bisogna renderlo socialmente riprovevole. Detto ciò, anche la migliore delle leggi non basta se non c’è il personale per applicarla: se mancano i vigili, se mancano i controlli, se mancano i velox, non otteniamo abbastanza. C’è poi la questione, da affrontare meglio, della patente, che di fatto è l’unico vitalizio che abbiamo in Italia: servono corsi di aggiornamento per tutto, oggi, ma sulla guida non siamo chiamati a nulla. In molti non conoscono neanche le nuove leggi, quanti si rischia.

Vi hanno cercato altre famiglie distrutte da un lutto come quello che avete vissuto voi?
Sì. A Roma quella di Gaia e Camilla, travolte in corso Francia nel 2021. E poi abbiamo incontrato Stefano Guarnieri, che il suo Lorenzo l’ha perso 13 anni fa, e che ha creato un’associazione che si occupa di questi temi: si chiama Valorevita, mette in campo progetti straordinari. Stiamo facendo anche corsi di formazione per i giornalisti, perché si utilizzi un nuovo linguaggio quando si parla di questi fatti. Non sono incidenti, mai, perché non c’è casualità: avvengono per una responsabilità precisa. E Francesco non è stato travolto da un’auto, non è vittima della strada: qualcuno l’ha travolto alla guida di una macchina e l’ha ucciso.

Che giustizia chiedete per lui?
Non la chiediamo. Io e Paola non ragioniamo in questi termini. La richiesta di giustizia impiega negativamente delle energie che invece noi vogliamo usare per fare del bene, per essere utili.

E quella lettera? La leggerà mai?
Non adesso. È arrivata in un momento sbagliato: il giorno del processo. Ecco, i processi per le famiglie come la nostra sono un altro momento difficilissimo, di cui non parla nessuno. Le perizie, gli esperti, la freddezza del linguaggio con cui si parla dei corpi dei nostri figli, di quello che hanno subito. Noi abbiamo deciso di esserci per Francesco.


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