martedì 25 marzo 2025
I racconti drammatici delle somale sfollate nei campi alla periferia della capitale: «Sono uscita a raccogliere legna, mi hanno violentata e minacciata di morte se avessi denunciato»
La giornalista di Bilan Media è andata nei campi per sfollati interni a documentare per Avvenire la condizione delle donne

La giornalista di Bilan Media è andata nei campi per sfollati interni a documentare per Avvenire la condizione delle donne - Bilan Media

COMMENTA E CONDIVIDI

Dare voce alle donne. Quando e dove non ne hanno. Perché della loro condizione ancora troppo svantaggiata si sappia e si parli. Dal Libano all’Iraq, dal Messico alla Nigeria, dall’Afghanistan alla Somalia, dall’India al Perù: sono 10 le reti indipendenti di giornaliste che hanno aderito alla nostra proposta “Donne senza frontiere”, il progetto di Avvenire per l’8 marzo 2025. A partire da quella data pubblichiamo ogni 15 giorni un reportage di ciascuna delle reti coinvolte. Questa puntata è stata realizzata dalla giornalista Naima Said Salah, della rete di giornaliste Bilan Media, che ha sede a Mogadiscio, in Somalia.

«Ero uscita a raccogliere legna per cucinare per i miei figli quando mi hanno stuprata. Mi hanno picchiata e nessuno mi ha aiutata». Amina Awies ha 28 anni, è madre di nove figli. Lei e la sua famiglia sono sfollati dall’interno della Somalia e ora vivono nel campo di Beladul Amiin, alla periferia di Mogadiscio. Nel Paese africano, dove il cambiamento climatico, i conflitti e l'instabilità hanno provocato vasti movimenti della popolazione, le donne sono vulnerabili alla violenza sessuale. Le vittime raramente ottengono giustizia, mentre i loro aggressori restano impuniti, protetti dallo stigma sociale, dalla paura e dalle leggi informali che vigono nei clan.

Amina Awies è una delle tante vittime della violenza di genere che colpisce donne e ragazze nelle comunità sfollate all’interno del Paese. Un anno fa è stata violentata da un gruppo di uomini mentre raccoglieva legna da ardere per la sua famiglia. Gli aggressori hanno minacciato di ucciderla se avesse denunciato la violenza subita. Anche se le ferite fisiche di Amina si sono rimarginate, le cicatrici psicologiche restano. Lei e la sua famiglia vivono in un rifugio precario fatto di tessuti cuciti insieme alla periferia del distretto di Garasbaaley, fuori Mogadiscio, senza elettricità e senza protezione. La giovane donna teme ritorsioni se solo osasse denunciare ciò che le è accaduto. «Non appartengo a una famiglia ricca o a un clan influente. Ho paura che cercare giustizia possa portare a ritorsioni contro di me o i miei figli» spiega Amina.

La sua non è una storia isolata. Numerose donne nel campo di Beladul Amiin, che ospita oltre 800 famiglie sfollate a causa della siccità, dei conflitti e delle inondazioni che affiggono la Somalia, hanno subito violenze, e temono che sostenere la causa di Amina possa renderle anch’esse bersagli quando di giorno lasciano il campo per andare a lavorare. Amina spiega che molte donne nei campi per sfollati interni di Mogadiscio escono dall’accampamento per guadagnarsi da vivere e mantenere le famiglie, svolgendo lavori informali come lavare i vestiti o pulire le case delle famiglie più benestanti della capitale. Tuttavia nel tentativo di provvedere ai loro cari si espongono a rischi rilevanti, tra cui lo stupro e altre forme di violenza sessuale. Questi pericoli sono aggravati dalle precarie condizioni di sicurezza nei campi. L’accesso limitato ai percorsi formali di giustizia lascia donne e ragazze particolarmente esposte ai pericoli.

Ma la vulnerabilità delle donne sfollate va oltre la violenza sessuale. Nel 2024 le autorità hanno salvato circa 1.000 ragazze di età compresa tra i 14 e i 18 anni dai matrimoni precoci, dai matrimoni di scambio e dal lavoro minorile. Tra loro c'è Ambiyo Abdi Abdillahi, 17 anni. La madre di Ambiyo l’ha data in moglie a un leader del campo quando aveva solo 15 anni, sperando di garantire alla famiglia accesso agli aiuti alimentari e a un riparo. A 16 anni, Ambiyo aveva già un figlio. Suo marito aveva 58 anni. «L'uomo che ho sposato non si è mai preso cura di me né mi ha sostenuta. Era violento. Ho ancora le cicatrici delle sue percosse», racconta la giovane. «Non voglio che le mie sorelle minori subiscano la stessa sorte». Quando suo marito è morto, Ambiyo è fuggita dal campo e ha cercato aiuto presso un’organizzazione benefica. Come molte altre donne nel campo, non può tornare a casa, nel suo paese d’origine, a causa delle violenze tra clan e degli scontri tra il governo e i gruppi armati.

Una delle donne intervistate da Bilan Media per il reportage di questa pagina: gli abitanti dei campi per sfollati vivono in baracche di stracci, senza elettricità né protezione. La violenza di genere è diffusa, come i matrimoni precoci e forzati

Una delle donne intervistate da Bilan Media per il reportage di questa pagina: gli abitanti dei campi per sfollati vivono in baracche di stracci, senza elettricità né protezione. La violenza di genere è diffusa, come i matrimoni precoci e forzati - Bilan Media

I dati delle forze di polizia e delle organizzazioni per i diritti delle donne rivelano che nel solo 2024 sono state violentate 730 donne. Nonostante gli sforzi della polizia per combattere la violenza di genere, le sopravvissute esitano ancora a denunciare. Sagal Abdinuur Ahmed, responsabile dell'unità per la violenza di genere della polizia somala, sottolinea che lo stigma sociale e la paura di ritorsioni impediscono a molte donne di denunciare i loro aggressori. «In alcuni casi, gli aggressori registrano le violenze e usano i filmati per intimidire le sopravvissute. La polizia ha promesso di trattare i casi con riservatezza e di garantire giustizia, ma per molte donne la paura del giudizio sociale è più forte della fiducia nel sistema giudiziario» spiega Sagal.

Il trauma della violenza sessuale lascia cicatrici psicologiche profonde, soprattutto tra le donne sfollate che già devono affrontare condizioni di vita estremamente dure. Il dottor Mohamed Abdullahi Xareed, uno psichiatra che fornisce cure gratuite per la salute mentale alle comunità sfollate, afferma che la maggior parte dei suoi pazienti sono donne tra i 20 e i 30 anni. Ogni mese tratta più di 35 donne per disturbi legati al trauma. «Queste donne già lottano con condizioni di vita difficili. Quando subiscono stupri e violenze senza accesso a cure per la salute mentale, il loro stato psicologico peggiora drasticamente», spiega il dottor Mohamed.

Le sopravvissute spesso soffrono di angoscia estrema, isolamento o comportamenti irregolari, e le risposte della comunità possono essere crudeli e prive di compassione. «Quando queste donne diventano ansiose o aggressive, i membri della comunità spesso le deridono o le evitano. Se scappano da casa, possono subire ulteriori violenze o essere aggredite di nuovo», afferma il dottor Mohamed.

Anche quando le sopravvissute cercano giustizia, il sistema giudiziario informale della Somalia spesso lavora contro di loro. Secondo l’Associazione degli avvocati somali, i capi clan intervengono frequentemente per proteggere gli aggressori. «L'arbitrato basato sui clan favorisce spesso gli uomini colpevoli, lasciando le vittime senza giustizia», afferma l'avvocata Halima. In molti casi, le sopravvissute vengono date in moglie ai loro stupratori per nascondere il crimine. «Queste ragazze subiscono una doppia ingiustizia. Non solo viene negata loro giustizia, ma escono dal sistema dell’istruzione e diventano madri senza neanche comprendere cosa significhi il matrimonio», aggiunge Halima. A volte, gli aggressori vengono mandati all'estero per evitare il processo, mentre le famiglie delle sopravvissute ricevono un risarcimento minimo, che raramente arriva alle stesse vittime. «I pagamenti vengono spartiti tra i membri del clan. Le sopravvissute difficilmente ricevono un supporto finanziario per ricostruire le loro vite», afferma Halima.

La condizione delle donne e delle ragazze sfollate in Somalia non è solo una crisi umanitaria, ma anche una chiara dimostrazione di un sistema giudiziario incapace di proteggere i più vulnerabili. La maggior parte dei casi di stupro non arriva mai in tribunale, mentre la maggior parte delle altre controversie viene risolta informalmente. Senza un intervento urgente, altre donne e ragazze continueranno a soffrire in silenzio. (traduzione dall’inglese di Antonella Mariani)


Bilan Media, dicui fa parte l’autrice di questo reportage, Naima Said Salah, è l’unica media company al femminile della Somalia. Nata nel 2022, in poco tempo è diventato un modello di giornalismo coraggioso, non solo a livello nazionale. Bilam Media ha ricevuto numerosi premi internazionali sia per la libertà di stampa sia per la difesa dei diritti umani. La direttrice Hinda Abdi Mohamoud è stata inserita dalla Bbc tra le 100 donne più influenti del 2024. Oggi in redazione lavorano 6 giornaliste e 2 praticanti, e il progetto per il futuro «è di diventare sostenibili in modo da assumere altre colleghe e allargare la nostra attività», spiega la direttrice. Alcuni reportage di Bilan Media sono stati pubblicati da testate internazionali, altri hanno sollevato dibattiti nel Paese, facendo crescere la consapevolezza della sopraffazione quotidiana di cui spesso fanno le spese le donne e di cui gli altri mezzi di informazione somali tacciono, anche perché sono gestiti da uomini in un Paese in cui le donne sono ai margini. «Siamo modelli di ruolo per le ragazze che vogliono intraprendere la professione di giornalista, ma anche per quelle che vogliono studiare per essere indipendenti. Noi dimostriamo che si può credere in sé stesse, che si può combattere per i propri sogni, anche in un mondo che sembra fatto solo per gli uomini». La direttrice e le giornaliste di Bilan, che in lingua somala significa luce, scrivono di violenza domestica, di abusi, di matrimoni precoci, della diffusione dell’Hiv, della mancanza di servizi per la salute mentale delle neomamme. «Ma non vogliamo parlare solo di cose negative: descriviamo anche donne straordinarie che fanno qualcosa di importante per le proprie comunità: piccole imprenditrici rurali, inventrici, educatrici, politiche di cui nessun altro parla. Andiamo in giro con lo smartphone, filmiamo e montiamo i nostri servizi sul pc, arriviamo nei villaggi più remoti. All’inizio gli uomini ci dicevano di andare a casa, ora che siamo più conosciute ci rspettano di più. Le donne invece con noi si aprono, perché siamo donne anche noi e si fidano». (A.Ma.)

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI