No alla speculazione, sì al governo partecipato: ecco il Piano per l'economia sociale
di Paolo Viana, inviato a Firenze
Il Festival dell'Economia Civile che si è chiuso ieri a Firenze ha portato le istanze del Terzo settore a Governo e Parlamento. Gatti (Federcasse Bcc): sì a progetti di prosperità condivisa. Zamagni: la comunità non può essere vista come un'appendice rispetto a Stato e mercato

«L’economia civile e l’economia sociale costituiscono in modi diversi una prospettiva di sviluppo partecipato e di prosperità condivisa». Sergio Gatti, direttore generale Federcasse Bcc, inizia dai fondamentali. La materia è al tempo stesso antica e nuova. La conosce bene il parterre del Festival dell’Economia Civile che si è chiuso ieri a Firenze; ma ci sono un governo e un parlamento che, a partire dalla legge di Bilancio, dovranno dare concretezza al Piano nazionale dell’economia sociale. Gatti ne ha discusso ieri con l’economista Stefano Zamagni e il segretario della fondazione Terzjus Gabriele Sepio.
Quest’ultimo avverte che «non si può costruire sulla sabbia un sistema di regole economiche in grado di lasciar spazio al non profit, ma lo si fa su un tessuto culturale chiaro, che è quello dell’economia civile che è basato su reciprocità, mutualità e gratuità, che generano già oggi valore». Non si tratta cioè di creare, bensì di riconoscere: l’economia sociale esiste già e rappresenta una miriade di imprese che oggi sono costrette ad applicare regole altrui, cioè dell’economia di mercato. L’Europa si è resa conto che possono aiutare la rigenerazione e il governo italiano ha dato seguito alla raccomandazione europea del 2023.
Storicamente, ha ricordato Gatti, l’economia civile è un paradigma culturale innovativo, nato con Antonio Genovesi come “scienza della pubblica felicità” e che ha come ingredienti fiducia, mutualità o reciprocità, impegno per il bene comune. Come si evince dal rapporto presentato a Firenze, la felicità di un popolo è un gioco di “coordinamento” e servono indicatori/strumenti di misurazione del benessere complementari al Pil, come l’indice Bes (Benessere equo e sostenibile).
Ma ecco come Zamagni inquadra la differenza tra le due “economie”: «L’economia civile è la derivazione nella modernità della linea di pensiero francescana, ritrovi principi (un’antropologia positiva, il rifiuto di separare il mercato dalla gratuità, l’orientamento al bene comune, che mira allo sviluppo e non semplicemente alla crescita, e un modello sociale tripolare stato-mercato-comunità e non bipolare stato-mercato). L’economia sociale è un modello che li applica in un contesto storico e geografico».
L’economia sociale è dunque un modello organizzativo e imprenditoriale – sottolinea Gatti – che declina diverse forme giuridiche, accomunate da tutti i quattro elementi distintivi stabiliti dall’Unione europea e ripresi dal Piano nazionale per l’economia sociale 2026: a) la natura privata e collettiva (sono soggetti di diritto privato, ma agiscono in forma collettiva e non individuale); b) l’assenza di speculazione privata, ossia i profitti non possono essere distribuiti a fini individuali, ma devono essere reinvestiti o destinati a patrimonio indivisibile; c) finalità mutualistiche o di interesse generale (l’attività economica deve perseguire uno scopo sociale, solidaristico o mutualistico, non meramente lucrativo individuale); d) la governance democratica o partecipativa, per cui i processi decisionali devono garantire la partecipazione degli associati, dei lavoratori o della comunità di riferimento.
Per Sepio, la strada per far dialogare il sistema giuridico con l’economia sociale è lunga: «Tuttavia, il Piano rappresenta una svolta perché l’Europa, nata sul mercato, si rende conto dei propri limiti. Nasce così anche l’atto di indirizzo del governo italiano che riguarda cooperative, enti del Terzo settore (Ets), imprese sociali, enti sportivi dilettantistici, enti religiosi civilmente riconosciuti».
Ma bisogna chiarire meglio che le prospettive aperte dal paradigma (civile) e dal modello (sociale) sono le medesime: protagonismo delle persone e attenzione all’ambiente e alla coesione, promozione del lavoro dignitoso, coinvolgimento partecipativo, rispetto di tutti i protagonisti delle filiere produttive, competitività (purché inclusiva), dialogo con dipendenti, clienti, fornitori, comunità locale. «È importante quanto si produce, ma anche cosa e come lo si fa – ha detto Gatti –; nel nostro caso, la finanza è finalizzata allo sviluppo dell’economia reale e non alla speculazione, come ricordato anche da Leone XIV; abbiamo una visione intergenerazionale (aprendo spazi ai giovani e ai loro contributi) e un approccio “generativo” per cercare di dare risposte alla domanda di senso e di valore, coinvolgendo tutti coloro che vogliono impegnarsi». L’economia civile allarga la platea degli interlocutori imprenditoriali con i quali poter costruire il modello di sviluppo economico, coinvolgendo maggiormente anche il mondo delle imprese profit. L’economia sociale ha tra le proprie principali caratteristiche quella di mettere al centro dei suoi processi i meccanismi di partecipazione della società civile organizzata e favorire la cooperazione e la forma aggregata.
Insomma, l’unica differenza che è bene ricordare è quella che esiste tra paradigma economico e modello economico. L’economia civile è un paradigma, non un modello, alternativo al paradigma dell’economia politica. L’economia sociale, invece, è un modello sempre più rilevante nel sistema economico attuale; esprime e realizza una forte idea di politica inclusiva e accessibile per tutti. Sono realtà che scaturiscono già dalla quotidianità economica e che ora devono esser normate: «Il Piano – ha detto Zamagni – riconosce che l’economia sociale appartiene al terzo pilastro, ossia alla comunità, e non può esser visto come un’appendice degli altri due, lo Stato e il mercato, nel momento in cui si affronta la coprogettazione».
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