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Una veduta di Firenze
Sul suicidio assistito in Toscana la politica corre veloce: la nuova legge regionale, approvata dal Consiglio lo scorso 11 febbraio, ha ricevuto nel giro di poche settimane il via libera dal Collegio di garanzia. Il presidente della Regione Eugenio Giani l’ha quindi firmata venerdì scorso, nonostante in quel giorno la Toscana fosse pesantemente colpita dal maltempo. Lunedì 17 marzo quindi la norma – che inserisce il suicidio assistito tra le prestazione gratuite offerte dal servizio sanitario regionale – è stata pubblicata sul Bollettino ufficiale entrando formalmente in vigore.
Le Chiese della Toscana invece chiedono tempo per riflettere su un tema così importante, e martedì 18 hanno riunito a Firenze esperti e operatori del mondo sanitario per il convegno “Suicidio assistito: aspetti medici, etici e giuridici” (qui il video integrale). Tante le persone in sala, e tantissime collegate alla diretta streaming, segno di un argomento su cui c’è voglia di parlare e confrontarsi. «Abbiamo voluto questo convegno – spiega il cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena e vescovo di Montepulciano, presidente della Conferenza episcopale toscana – come momento importante per aiutare chiunque volesse riflettere sul pensiero e sulla fede della Chiesa per quanto riguarda la vita, il valore della vita dal suo concepimento alla sua fine naturale, al di là delle scelte politiche». Si tratta di «un tema su cui tutti dobbiamo avere coscienza, senza condannare nessuno – ha aggiunto – ma cercando di rendere ragione della speranza che portiamo, e quindi anche con la volontà di poter dire quello che per noi è giusto e quello che non lo è». Anche per l’arcivescovo di Firenze Gherardo Gambelli (che nel suo saluto ha citato vari passi del Magistero della Chiesa) è importante «riflettere sui valori in gioco per realizzare un dialogo difficile su questi temi» tramite l’individuazione di «terreni comuni». L’ultimo saluto è stato quello del vescovo di Arezzo Andrea Migliavacca, delegato per la Pastorale della salute della Conferenza episcopale toscana, concorde sulla necessità di creare occasioni di incontro «per offrire riflessioni e non contrapposizioni su valori come quello della vita, nel rispetto di tutti».

Gli interventi hanno offerto quindi una visione d’insieme del tema: dall’aspetto medico a quello etico, fino a quello giuridico. Marco Rossi, medico e direttore dell’Ufficio di Pastorale della salute della diocesi di Arezzo, ha ricordato che «la missione del medico è quella di combattere le malattie, tutelare la vita e alleviare le sofferenze. Il suicidio assistito è un processo estraneo a questo impegno».
Un aspetto delicato è quello della depressione, che spesso accompagna persone malate e che le può rendere incapaci di esprimere il consenso informato coscientemente. Secondo Rossi «assecondare la richiesta di morte non significa dare a quel paziente ciò di cui ha bisogno». Al contrario, le cure palliative «non significano solo curare ma compatire e alleviare, sotto tutti i punti di vista». Sono queste che permettono di «assecondare le sofferenze con un diritto alla vita, non alla morte». Padre Maurizio Faggioni, ordinario di Bioetica presso la Pontificia Accademia Alfonsiana, ha affermato che «la risposta alla fragilità è curare. Una risposta ovvia e umana di fronte alla sofferenza». In questo senso «le cure palliative sono una forma privilegiata di carità, e per questo devono essere incoraggiate». Alla cultura della morte, ha detto, bisogna opporre la cultura della vita: «La risposta al dolore non può essere la morte. La cura, la vicinanza, la solidarietà e la misericordia sono la soluzione».
Leonardo Bianchi, docente di Diritto costituzionale all’Università di Firenze, ha approfondito gli aspetti giuridici della legge regionale sul fine vita: «Il suicidio – ha ricordato – rimane un disvalore penalmente sanzionato nella parte dell’aiuto al suicidio, salvo che non ricorrano le quattro condizioni sancite dalla Corte costituzionale, in assenza delle quali è un delitto. La Corte è sempre stata molto chiara: il diritto al fine vita non sofferto e dignitoso deve essere garantito essenzialmente attraverso cure palliative e sedazione profonda palliativa. La sentenza della Corte è direttamente applicabile ma richiede l’intervento del legislatore nazionale più volte auspicato e non quello di ciascuna Regione».