“Social freezing” a spese dei cittadini? Ecco perché non è una buona scelta

di Antonella Mariani
Congelare gli ovociti in vista di una possibile gravidanza futura, rinviata per far spazio alle pressioni del lavoro, è una forma di libertà per le donne? Il parere degli esperti voce solleva dubbi sul “nuovo diritto” di cui molto si parla
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October 1, 2026
“Social freezing” a spese dei cittadini? Ecco perché non è una buona scelta
Tradotto dall’inglese significa “congelamento sociale”, e in questa sintesi un po’ brutale c’è del vero. Con il “social freezing” le donne ancora giovani possono mettere sotto ghiaccio la propria fertilità, rimandando a un ipotetico “poi” la scelta fondamentale dell’esistenza, la procreazione. E oggi a finanziare la pratica, che non ha nulla di sanitario e che è stata rilanciata a livello planetario lo scorso agosto dalla deputata democratica americana Alexandria Ocasio-Cortez con una serie di video-verità su Instagram, non sono più solo le aziende con coperture assicurative ad hoc – accade normalmente negli Stati Uniti, episodicamente in Italia – ma le politiche pubbliche.
La Regione Toscana ha approvato un finanziamento di 500mila euro in tre anni da assegnare per un massimo di 3mila euro alle donne che ne facciamo richiesta, con un’età compresa tra i 25 e i 39 anni e un Isee non superiore ai 30mila euro. La Toscana segue una tendenza che si sta consolidando: la Puglia ha provveduto in modo analogo dal 2025, il Lazio sta definendo le modalità per l’assegnazione dei fondi già stanziati, l’Umbria ha approvato una mozione che impegna la Giunta a ragionarci, la Sicilia proprio oggi è stato approvato un emendamento in tal senso in Commissione. E in Parlamento ci sono due proposte di legge che vanno nella stessa direzione. Non mancano però le perplessità sotto diversi profili: etico, “femminista”, professionale, demografico, medico-sanitario... Prova ne sia che persino chi nella maggioranza ha votato “sì” in Toscana ha ammesso che la legge ha «un sottofondo negativo» (Iacopo Melio, Pd) e che l’approvazione lascia «l’amaro in bocca» (Massimiliano Ghimenti, Avs).
E c’è chi, come la presidente del Consiglio regionale, si è astenuta. Stefania Saccardi (Casa Riformista) spiega perché ad Avvenire: «Con il finanziamento della pratica di congelamento degli ovociti si introduce a tutti gli effetti un trattamento extra-Lea (Livelli essenziali di assistenza) non legato però a problemi di salute e non finanziato dal Fondo sanitario ma dal Bilancio regionale. Chi ricorre al “social freezing” realizza una scelta privata e non vedo l’opportunità che essa sia pagata con denaro pubblico in un momento in cui non abbiamo le risorse nemmeno per garantire i Lea». E poi, continua Saccardi, c’è il grande tema della libertà: «È davvero libera la donna che congela la propria fertilità perché il sistema non le consente di avere il figlio quando ha l’età giusta o quando ne sente il desiderio? O piuttosto il rimandare è già una costrizione, per giunta avallata e finanziata dal sistema?».
Un interrogativo condiviso da Francesa Izzo, già parlamentare Pd, filosofa e femminista: «Finanziare il “social freezing” con risorse pubbliche è un modo illusorio di inseguire la tecnica per placare le ansie delle giovani donne, che continuano a desiderare i figli ma in questa società precaria devono rimandare perché non vogliono giustamente rinunciare a ciò che stanno costruendo in termini di carriera e di stabilità mentre l’orologio biologico le richiama all’ordine. È molto più costoso costruire un mondo del lavoro e una società a misura delle aspettative femminili, e così si preferisce offrire la scorciatoia della tecnica, lasciando l’assetto sociale così com’è».
Il tema del significato della generazione interessa particolarmente al bioeticista Alessio Musio, docente alla Cattolica di Milano: «La delega della generazione alla tecnologia, avallata ora anche da istituzioni pubbliche, è una sua implicita trasformazione nella direzione della logica della produzione, che diviene evidente nel tema della crioconservazione degli ovociti. Mi impressiona poi la leggerezza con cui se ne parla, come se prelevare gli ovociti fosse qualcosa di simile a ordinare un prodotto su Amazon, mentre invece è un’operazione complessa con effetti pesanti sull’organismo, fingendo che sia scontato – come invece non è – il realizzarsi della gravidanza alla fine del processo». Musio parla poi della «promessa della tecnologia di dilatare all’infinito le nostre scelte, senza rinunce, sulla base di una promessa che in realtà non si può mantenere quando al centro ci sono i corpi». E osserva come questa impostazione non sia neutra, ma sia funzionale a dare la priorità al lavoro rispetto alla maternità, «tanto poi – così si promette irresponsabilmente – interverrà la tecnologia a consentire di non perdere nulla, restituendo magicamente la maternità a cui si è rinunciato nella giovinezza».
Ne sa qualcosa la ginecologa Eleonora Porcu, docente all’Università di Bologna, componente del Consiglio Superiore di Sanità. La professoressa è stata la pioniera in Italia degli studi per rendere il congelamento dei gameti femminili possibile ed efficiente. Ma se le sue ricerche sono state sempre indirizzate a preservare la fertilità delle donne colpite dal cancro o da altre malattie gravi, oggi pensa che «il “social freezing” sia un altro modo per accantonare il diritto delle donne ad avere un figlio quando veramente lo desiderano. Dire alle donne: congelate gli ovociti, così vi liberate dall’incubo di invecchiare, equivale a spostare i avanti i loro desideri e non renderle realmente libere di avere lo spazio adeguato per decidere una gravidanza da giovani». Senza contare, suggerisce la dottoressa, che il prelievo degli ovociti non è una passeggiata di salute: ci sono ormoni da iniettare e un intervento chirurgico da subire, con tutte le possibili complicanze.
C’è chi giustifica il sostegno pubblico al “social freezing” sostenendo che possa essere un contrappeso al crollo delle nascite. Falsa giustificazione, secondo la demografa Francesca Luppi, docente alla Cattolica. «Non credo che possa essere considerata una politica natalista. Penso piuttosto che sia una risposta alla precarietà in cui vivono i giovani. Le scelte di fecondità oggi vengono posticipate perché le certezze sono davvero poche: il lavoro non definitivo, la casa pure, gli stipendi non sufficienti... Vale per tutti, ma per le donne c’è la complicazione dell’orologio biologico». Anche le relazioni di coppia e il senso di avere figli sono cambiati, nota la demografa: «Relazioni più brevi e meno definitive spingono la scelta procreativa più avanti, a un tempo futuro in cui tutte le caselle abbiano trovato il loro posto. Ma la piena realizzazione di tutte le condizioni non è facile e questo è il motivo della bassa natalità. Il “social freezing” è una soluzione individuale, ma non può sostituire le politiche istituzionali per i giovani, le abitazioni, il lavoro...». La risposta alla denatalità, insomma, non sta in un congelatore, ma in una società più umana, più rispettosa dei tempi biologici delle donna e più amichevole nei confronti della genitorialità. Altro che “social freezing”.

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