Il “cercatore di voci” vuole ben più che bravi cantanti

Daniele Borniquez dirige alla Scala di Milano l’Accademia che seleziona da tutto il mondo e cura la formazione degli interpreti lirici del futuro. In loro però non cerca solo una tecnica perfetta: conta la persona tutta intera che con la sua voce forma uno strumento unico. E la sua “nota in tasca” è altrettanto sorprendente...
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October 7, 2026
Il “cercatore di voci” vuole ben più che bravi cantanti
Daniele Borniquez
Ci sono persone che incontrano una voce quando è già diventata applauso e altre che la incontrano molto prima, quando è ancora possibilità, esitazione, promessa. Daniele Borniquez appartiene alla seconda categoria. Da circa trent’anni ascolta giovani cantanti e dal 1997 lavora alla Scala, dove oggi è responsabile del Dipartimento Musica dell’Accademia d’arti e mestieri dello spettacolo. Il suo mestiere, in fondo, comincia proprio dall’ascolto. Ma non basta una bella voce. «Non cerchiamo soltanto delle voci: cerchiamo degli interpreti», dice.
Perché un acuto può essere perfetto, la tecnica solidissima, lo spartito rispettato fino all’ultima nota, ma poi bisogna riuscire a raccontare qualcosa, fare in modo che una parola attraversi la distanza fra il palcoscenico e l’ultima fila, e magari anche quella, più difficile da misurare, fra un essere umano e un altro. Lo ha imparato accanto ai grandi maestri, e soprattutto da Leyla Gencer, direttrice artistica dell’Accademia nei suoi primi dieci anni. Di lei conserva il rigore e la ricerca quasi ostinata della verità dello spartito. La signora Gencer poteva fermarsi a lungo su due sole battute, su una consonante, perfino su una sillaba, perché dietro ogni parola doveva esserci un’intenzione. Non la perfezione per la perfezione, dunque, ma qualcosa di più difficile: la verità.
È ciò che Daniele prova oggi a consegnare ai ragazzi che arrivano a Milano da ogni parte del mondo. Devono imparare a cantare, naturalmente, ma anche a diventare professionisti: disciplina, puntualità, responsabilità, cura del proprio corpo, perché un cantante possiede uno strumento che non può riporre nella custodia alla fine delle prove. Il suo strumento è lui stesso. E qui il lavoro dell’Accademia diventa ancora più umano. Ogni anno vengono scelti pochi allievi proprio per poterli seguire «dalla A alla Z». E dentro quell’alfabeto non ci sono soltanto Verdi, Mozart o Puccini. Ci sono una casa da trovare, un permesso di soggiorno, una malattia lontano dalla famiglia. E poi ci sono i “no”: un ruolo affidato a un altro, una scelta difficile da accettare, la paura di non essere abbastanza. «Ci facciamo carico della persona nella sua interezza», racconta Borniquez. Mi piace pensare che anche questa sia musica: imparare ad ascoltare qualcuno quando non sta cantando.
Riguardo alla “nota in tasca” che porta con sé, ci si aspetterebbe un’aria d’opera. Invece Daniele torna bambino, ai dischi delle sinfonie di Beethoven che c’erano in casa e alla sua formazione di pianista. Sceglie l’Adagio del Quinto Concerto per pianoforte e orchestra, l’“Imperatore”. Dopo la grandezza del primo movimento, Beethoven porta improvvisamente la musica lontano, in si maggiore. Tutto sembra sospendersi, l’orchestra prepara l’ingresso del pianoforte, e nasce una melodia quieta, quasi fuori dal tempo. Daniele definisce quelle battute il suo «non plus ultra», un luogo capace ogni volta di restituirgli serenità. E forse non è casuale che un uomo che trascorre la vita cercando voci capaci di riempire un grande teatro scelga, per sé, una musica che non ha bisogno di alzare la voce.
Anche nella vita esistono tonalità lontane, passaggi inattesi, giorni in cui ci ritroviamo altrove. E, qualche volta, proprio lì comincia una melodia. Entra piano, come quel pianoforte, e ci ricorda che dentro di noi esiste ancora un posto in cui tornare.

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