Paolo Ruffini e nonna Virginia ci insegnano come "sentirsi utili" agli altri
L'attore commuove e si commuove da quando divide il palco di "Din Don Down" con i suoi amici nati con la sindrome di Down. Nonna Virginia, a 97 anni fa dei golfini di lana da donare ai poveri

Quasi cinquant’anni fa, Domenico Modugno cantava Il vecchietto dove lo metto. Canzone per bambini, le perle adorate dei nonni, in cui Mister Volare denunciava la condizione di quegli anziani spesso bistrattati e rinchiusi in cucina o peggio ancora negli ospizi, perché in casa non c’era e non c’è posto. Così Modugno con amara ironia canta nel ritornello: «Il vecchietto dove lo metto, dove lo metto non si sa, va a finire che non c’è posto, forse neppure nell’aldilà». Al di qua, per fortuna sono ancora tanti quei nonni che dal loro posto, dalla propria casa, continuano a crescere nipoti, a cucinargli piatti pieni d’amore e di speranza nel futuro e soprattutto non hanno mai smesso di lavorare, perché il loro scopo è “sentirsi utili”. Dalla Cronaca di Milano del Corriere della Sera, scopro che «sentirmi utile» è il primo comandamento di Virginia Sala: nonna 97enne milanese che da giovane faceva la camiciaia e adesso lavora ai ferri la lana che serve a confezionare golfini da donare alle persone povere che vanno a bussare alla porta della sua parrocchia, in via Orione. Nella storia di Virginia passa tutta la Storia del secolo scorso. La guerra e la Milano bombardata da ricostruire, come l’Italia intera. Famiglie contadine che abbandonavano i campi per andare a vivere in città e impiegarsi nelle fabbriche. I sacrifici per arrivare a fine mese e una sorella maggiore, Virginia, che doveva badare ai fratelli più piccoli, così che dovette smettere di andare a scuola e ragazzina entrò in una sartoria. Ma diventata mamma, lavorerà in casa, proprio come adesso. Al mattino tre ore al giorno l’aiuta la badante, Juni, poi Virginia resta serenamente da sola e tra un giornale letto e un programma visto alla tv, sferraglia per consegnare quei golfini che gli valgono l’affetto dei parrocchiani e la riconoscenza di quei poveri sconosciuti per cui dice «continuo a sentirmi utile».
L’attore comico Paolo Ruffini si sente davvero utile da quando ha messo la sua arte al servizio degli altri, a cominciare da quel capolavoro di comicità che è Din Don Down. Uno spettacolo teatrale capace di far ballare anche le suore vere che accorrono a vederlo (repliche sempre sold out). Stando in scena con i ragazzi nati con la sindrome di Down, Ruffini ha scoperto il senso e la direzione che gli aveva indicato don Francesco del Monastero di San Magno che un giorno gli disse: «Ama il prossimo tuo perché è te stesso». Messaggi che, tra una gag e l’altra con l’esilarante Federico Parlanti («il Down più famoso d’Italia») passano anche dalle frequenze di Radio 24 nella trasmissione Radio Up&Down e poi nei suoi podcast Badante – Il presente è già il futuro in cui i nonni spiegano il fascismo ai nipoti, mentre ne Il Babysitter – Quando diventerai piccolo capirai sono i nipoti che spiegano cosa vuol dire essere un bambino o un figlio oggi. Samuel, un figlio Down, a Ruffini confessa: «Il mio sogno è diventare papà», e alla domanda «e se poi ti nasce un figlio Down?», Samuel non ha esitazioni: «Non sarebbe un problema, gli insegnerei quello che mi ha insegnato mio padre». Il papà di Samuel sorride, mentre Ruffini ha due occhi allagati dalla commozione, gli capita spesso durante il podcast. Poi Samuel chiude con una dichiarazione d’amore ai suoi genitori: «Tu papà sei diverso dagli altri papà, perché io ho portato la gioia a te e alla mamma». Umberto Eco scrisse che con i suoi telequiz «Mike Bongiorno ha unito l’Italia del secondo dopoguerra più di molti statisti», io allora penso che Paolo Ruffini con i suoi incontri umani e ravvicinati è molto più utile di mille dibattiti televisivi o di quei pomposi convegni - del citarsi addosso – sulle fragilità giovanili e quelle della terza età. Din Don Down nel suo sottotitolo ci ricorda che tutti siamo Alla ricerca di (D)Io e Ruffini grazie ai suoi compagni di scena e di vita ha scoperto che «l’universo Down è un’aurora boreale, dentro alla quale vivono gli esseri più pacifisti, loro sono i veri credenti. Oltre che all’esistenza di Dio, loro crederanno per sempre a quella di Babbo Natale».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire



