
Caro Avvenire, il comportamento della nazionale irlandese nei confronti di Israele nella recente gara di Nations League non ha nulla a che vedere con i valori dello sport. Undici calciatori si sono arrogati il diritto di non salutare gli avversari prima dell’inizio del match, tradendo uno dei principi fondamentali, quello del rispetto. A coloro che hanno esultato ed apprezzato il pessimo gesto dell’Irlanda, desidero ricordare che, nel 1972, in occasione dei Giochi di Monaco, un gruppo di terroristi palestinesi fece irruzione nel villaggio olimpico provocando la morte di 11 membri della delegazione israeliana.
Giuseppe Focone
Giuseppe Focone
Caro Focone,
è diventato difficile parlare delle vicende di Israele e Palestina senza suscitare reazioni emotive, proteste e spaccature. Il motivo è evidente, come uscirne dovrebbe essere il compito delle persone di buona volontà che cercano la giustizia senza pregiudizi. In questo quadro, il gesto della nazionale irlandese è tutto sommato un episodio minore. Va sottolineato che alcuni calciatori non volevano nemmeno scendere in campo e che c’è voluta una votazione a maggioranza nello spogliatoio per scongiurare il boicottaggio. Lo sport non è immune dalla commistione con la politica: le Olimpiadi di Montreal, Mosca e Los Angeles videro l’assenza di molte nazioni rispettivamente sullo sfondo dell’apartheid sudafricano e poi dello scontro Est-Ovest per l’invasione sovietica dell’Afghanistan con la successiva “rappresaglia” del fronte filo-Mosca contro l’Occidente. In questi anni, molti atleti ucraini non stringono la mano ai colleghi russi. In senso opposto, tra i molti casi, vi furono polemiche per la partecipazione (vittoriosa) dei tennisti italiani alla finale di Coppa Davis nel Cile oppresso dalla dittatura di Augusto Pinochet. È giusto? È sbagliato? Si tende a dire che lo sport non dovrebbe essere strumentalizzato. Ma lo sport è una parte significativa della nostra società: suscita intense passioni e muove grandi interessi. Perché dovrebbe chiudere gli occhi di fronte a realtà negative, per le quali un atto pubblico può avere valore di testimonianza se non di influenza diretta? Certo, i calciatori israeliani e gli atleti russi non sono rappresentanti dei rispettivi governi e può sembrare eccessivo pretendere che si dissocino dal loro Paese quando tale scelta potrebbe costare loro un divieto di espatrio o l’allontanamento dalle competizioni. Si può forse pensare ad altre forme di sensibilizzazione: l’Irlanda poteva srotolare uno striscione di solidarietà al popolo palestinese o di critica a Netanyahu, come lo sprinter Tommie Smith alzò il pugno con il guanto nero contro la discriminazione razziale sul podio di Città del Messico.
è diventato difficile parlare delle vicende di Israele e Palestina senza suscitare reazioni emotive, proteste e spaccature. Il motivo è evidente, come uscirne dovrebbe essere il compito delle persone di buona volontà che cercano la giustizia senza pregiudizi. In questo quadro, il gesto della nazionale irlandese è tutto sommato un episodio minore. Va sottolineato che alcuni calciatori non volevano nemmeno scendere in campo e che c’è voluta una votazione a maggioranza nello spogliatoio per scongiurare il boicottaggio. Lo sport non è immune dalla commistione con la politica: le Olimpiadi di Montreal, Mosca e Los Angeles videro l’assenza di molte nazioni rispettivamente sullo sfondo dell’apartheid sudafricano e poi dello scontro Est-Ovest per l’invasione sovietica dell’Afghanistan con la successiva “rappresaglia” del fronte filo-Mosca contro l’Occidente. In questi anni, molti atleti ucraini non stringono la mano ai colleghi russi. In senso opposto, tra i molti casi, vi furono polemiche per la partecipazione (vittoriosa) dei tennisti italiani alla finale di Coppa Davis nel Cile oppresso dalla dittatura di Augusto Pinochet. È giusto? È sbagliato? Si tende a dire che lo sport non dovrebbe essere strumentalizzato. Ma lo sport è una parte significativa della nostra società: suscita intense passioni e muove grandi interessi. Perché dovrebbe chiudere gli occhi di fronte a realtà negative, per le quali un atto pubblico può avere valore di testimonianza se non di influenza diretta? Certo, i calciatori israeliani e gli atleti russi non sono rappresentanti dei rispettivi governi e può sembrare eccessivo pretendere che si dissocino dal loro Paese quando tale scelta potrebbe costare loro un divieto di espatrio o l’allontanamento dalle competizioni. Si può forse pensare ad altre forme di sensibilizzazione: l’Irlanda poteva srotolare uno striscione di solidarietà al popolo palestinese o di critica a Netanyahu, come lo sprinter Tommie Smith alzò il pugno con il guanto nero contro la discriminazione razziale sul podio di Città del Messico.
Fa bene, tuttavia, caro Focone, a ricordare anche l’orrore dell’attacco agli alloggi della delegazione israeliana alle Olimpiadi di Monaco, raccontato dal film Munich di Steven Spielberg. È di mercoledì l’attentato sventato al volo Dubai-Tel Aviv con cui si voleva, secondo le prime ricostruzioni ancora da confermare, fare strage di cittadini dello Stato ebraico. Non possiamo, nemmeno per un minuto, lasciare libero il pensiero che per i massacri di palestinesi si possa accettare una vendetta sui civili non coinvolti nella guerra. L’antisemitismo è una macchia indelebile sulla storia europea, compresa l’Italia delle leggi razziali, e non va alimentato in alcun modo. L’aggressione a un rabbino due settimane fa a Milano rappresenta un segnale sinistro da non sottovalutare. Ciò nulla toglie alla ferma e indignata condanna dell’eccidio di almeno 73mila abitanti di Gaza – in gran numero bambini, donne e anziani – e della sistematica distruzione di case e infrastrutture nella Striscia da parte delle Forze armate, oltre che delle ripetute aggressioni ai residenti arabi della Cisgiordania da parte dei coloni israeliani. L’esecrabile pogrom del 7 ottobre 2023 resta all’origine della spirale di odio e violenza in corso, ma non assolve dalla reazione sproporzionata di Tel Aviv. Qui si gioca il difficile equilibrio: da un lato, una più energica reazione verso i responsabili, a partire dal premier Benjamin Netanyahu e i suoi ministri, e il doveroso sostegno al popolo gazawi costretto a sopravvivere tra le macerie; dall’altro lo storico legame con la nazione ebraica, i suoi cittadini, la sua cultura e la sua religione.
Perché lasciamo che si consumi impunito lo strangolamento del Tribunale penale internazionale dell’Aja che ha emesso un mandato di arresto per il leader di Tel Aviv (ma anche per i capi di Hamas, nel frattempo uccisi nel conflitto)? L’unica vera democrazia dell’area mediorientale, si diceva a ragione. Oggi il Comitato elettorale centrale ha votato per escludere dalle elezioni le due principali liste politiche arabe, decisione al vaglio della Corte Suprema, e sono evidenti i due pesi e le due misure per i reati commessi dai palestinesi e quelli commessi dall’Idf o dagli estremisti degli insediamenti. Ma fomentare il disprezzo verso Israele in quanto tale è un grave errore, così come negare che esistano ampie frange di Hamas indisponibili a convivere con il vicino e pronte a imbracciare di nuovo le armi per colpire gli inermi e gli indifesi. Riusciremo a separare furori ideologici, piangere le vittime e provare a superare le sopraffazioni senza rimettere in moto le dinamiche ideologiche che bloccano ogni passo verso la pace? Andiamo a vedere il film denuncia Naza più che promuovere ritorsioni, sosteniamo le opposizioni meno oltranziste all’esecutivo attuale più che rifiutare la mano ai calciatori. E finanziamo davvero aiuti e ricostruzione in favore dei palestinesi, mettendo ai margini chi ancora soffia sul fuoco da quella parte. Utopia, mi rendo conto. Ingenuità di fronte a settori consistenti delle popolazioni coinvolte che non sono immuni dalla disumanizzazione del nemico? Probabile. Ma provare almeno a dirlo significa non rassegnarsi al peggio e tenere accesa la fiammella della convivenza.
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