I Testimoni di Geova e le trasfusioni. Il ruolo della religione. Le domande
Un lettore chiede: «Quanto è giusto trasformare testi antichi in regole che condizionano la vita?». La coscienza conserva il suo primato, ma non tutto può essere giudicato con un unico criterio di razionalità
Caro Avvenire , la recente decisione dei Testimoni di Geova di affidare alla coscienza individuale alcune scelte relative alle trasfusioni di sangue apre, a mio avviso, una riflessione che va oltre la vicenda di una singola confessione religiosa. Non entro nel merito della fede di chi crede, che in linea di principio va sempre rispettata. Mi interroga invece il rapporto tra fede, interpretazione delle Scritture e vita concreta delle persone. Quanti hanno dovuto affrontare momenti drammatici sulla base di una lettura che oggi viene modificata? Da uomo comune, mi chiedo quanto sia giusto trasformare testi scritti nel lontano passato, attraversati nei secoli da traduzioni e interpretazioni, in regole capaci di condizionare profondamente la vita degli uomini di oggi.
Francesco Vitale - Catania
Francesco Vitale - Catania
Caro Vitale, concordo con lei, il cambiamento dottrinale stabilito dal Corpo Direttivo dei Testimoni di Geova (11 membri maschi scelti per cooptazione, con sede nello Stato di New York) è un evento rilevante in sé e l’occasione per considerazioni più ampie. Il problema è che il discorso dovrebbe essere così ampio da travalicare i confini di questa rubrica e semplificare, in questo caso più che in altri, significa tradire la complessità e la delicatezza della questione. Proviamo a fare una breve sintesi dei fatti, per fondare meglio alcune note sui punti che lei solleva.
Per i Testimoni di Geova – oltre 250mila proclamatori attivi in Italia su oltre nove milioni nel mondo, secondo dati ufficiali della confessione – il divieto di donare sangue e, soprattutto, ricevere trasfusioni, anche quando si è in pericolo di vita, è piuttosto recente, risalendo al 1944-45. Si basa su specifici brani della Bibbia: Genesi 9:3-4; Levitico 17:10-14; e Atti 15:28-29. Si tratta di un’estensione del rifiuto del consumo alimentare del sangue presente nelle Scritture fino a comprendere l’introduzione nel corpo umano a scopo medico, che in quegli anni diventava pratica comune. Nel 1961, fu aggiunta la sanzione dell’espulsione dalla comunità per i membri che avessero violato senza successivo pentimento la norma, che ha prodotto, com’è noto, dilemmi, controversie legali e anche tragedie. Il romanzo di Ian McEwan La ballata di Adam Henry (trasposto nel film Il verdetto ) evidenzia con maestria tutti gli elementi nel momento in cui seguire un precetto può condurre alla morte: fede, identità, motivazioni personali, autonomia dell’individuo, laicità della sfera pubblica e ruolo dello Stato.
A sorpresa, però, nel marzo scorso il Corpo Direttivo aveva aperto alla possibilità di prelievo, conservazione e riutilizzo del proprio sangue. Il 18 settembre, la svolta: ricevere globuli rossi, globuli bianchi, plasma o piastrine provenienti da un’altra persona è lasciato alla scelta secondo coscienza di ciascun fedele: la congregazione non potrà intervenire né gli altri fedeli dovranno giudicare. Resta la proibizione relativa al sangue intero. Ma è un fatto che nella medicina contemporanea ciò che viene impiegato nel 90% e più dei casi sono proprio le singole componenti, per cui la caduta del divieto apre la possibilità di ricevere i trattamenti più adeguati in quasi tutte le situazioni. Veniamo alle ragioni teologiche. Premesso che lo stesso Corpo Direttivo si definisce «non ispirato né infallibile» e che quindi «può sbagliare», la decisione è stata spiegata ribadendo in primo luogo l’obbligo biblico di astenersi dal sangue, ma chiarendo che dal testo non si può evincere che le singole componenti ematiche rientrino di per sé nel comando divino, dato che non si deve andare oltre ciò che è scritto. Pertanto, la scelta è rimandata alla retta coscienza del singolo. Sembra un’interpretazione ragionevole vista laicamente: salva una certa coerenza dottrinale e consente quello che per quasi tutti risulta normale e persino doveroso. Tuttavia, è plausibile ipotizzare che dentro una specifica tradizione un tale cambiamento sia accolto con sentimenti diversi. Pensiamo, pur con enormi differenze, al Concilio Vaticano II per la Chiesa cattolica. O, stando più vicini a noi, al tema della Comunione alle persone divorziate e risposate. Se dall’esterno ciò può sembrare un percorso lineare di progresso, in realtà questa prospettiva manca del tutto di considerare quali sono le dinamiche secolari di un’istituzione fatta di uomini ma che nella fede è illuminata da Dio. La Bibbia rappresenta la rivelazione data in forme che consentono letture diverse, anche in accordo con la cultura del luogo e del tempo, ma sempre dentro una cornice identificabile e alla luce di una tradizione che non può venire facilmente sovvertita. Per chi l’abbraccia, la religione non può non avere un’incidenza forte sull’esistenza. La coscienza conserva tuttavia un primato che san John Henry Newman ha difeso con particolare forza, intendendola non quale arbitrio individuale, bensì assunzione personale di un dovere morale vincolante. Il cristianesimo, infatti, ha difeso l’idea che fede e ragione non siano in contraddizione.
In definitiva, però, mi pare difficile rispettare davvero le religioni applicando un criterio univoco di razionalità. Se si vuole consentire a un individuo malato di porre fine alla propria sofferenza in virtù del suo diritto all’autodeterminazione, perché si dovrebbe biasimare un Testimone di Geova che si lascia morire pur di non violare il divieto di trasfusione? (Diverso è naturalmente il caso dei minori e di coloro che non sono in grado di scegliere autonomamente, si veda il romanzo di McEwan). Evidentemente, tutto questo resta assai controverso. E non mi aspetto, caro Vitale, che le mie stringate riflessioni possano risolvere i suoi dubbi. Che sono i dubbi di chiunque si interroghi onestamente su ciò che davvero conta per noi e su ciò che dobbiamo agli altri. Domande che dobbiamo tenere vive per avvicinarci un po’ di più alla risposta.
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