La Nazionale s'è desta: la giovine Italia di Roberto Mancini funziona
Conferme positive per gli azzurri in Nations League: dopo la bella prova con la Francia ribattono la Turchia e salgono momentaneamente al 2° posto

Missione quasi compiuta. L’Italia non è più nel pallone, ma è tornata a giocare a pallone. E a vincere. Merito di Roberto Mancini, prima scelta del presidente Giovanni Malagò che deve difendersi dalla mannaia del commissariamento (“inopportuno” lo dice pure Mattarella jr e non solo). Dicevamo della mano del ct, il Mancio d’Arabia da autentico condottiero ha ridato il sorriso e la voglia di giocare per la maglia azzurra a un gruppo nuovo, nella testa e nei piedi. Il tiki-taka all’italiana rispolverato per questa Nations League ha fruttato 7 punti in quattro partite in cui eravamo partiti male, 0-2 all’Olimpico di Roma con il Belgio che chiudeva la pratica nei primi 45 minuti. Un primo tempo da sorci verdi per tutta la difesa sbandata e soprattutto per il povero Gigio Donnarumma costretto a fare il polpo tentacolare per sventare la minaccia belga che arrivava da tutte le parti.
Poi una seconda parte di match con qualche timido segnale di ripresa, visto e sottolineato da Mancini che da veggente boskoviano anticipava le mosse e il pronto riscatto in Turchia. Lo scetticismo della vigilia di Bursa è stato prontamente calciato in tribuna da un poker spettacolare (1-4) con una formazione da Fratelli d’Italia, a cominciare dai fratelli Esposito, Pio e Sebastiano, il primo andato in gol e il secondo risultato tra i migliori. Due fratelli in campo con la Nazionale non si vedeva dai tempi dei Cevenini o giù di lì, e anche questo fa capire come la nuova Nazionale del Mancio punti a diventare famiglia e prima casa dei calciatori italiani. Una casa che ha già chiarito le regole di ingaggio. Chi è in forma, concentrato per stare sul pezzo, allora strappa la maglia da titolare, mentre chi si assenta mentalmente e non risponde al mancinismo (calcio estetico e sostanziale con massimo rispetto dei ruoli) allora finisce in panca o in tribuna o addirittura rimane a Coverciano ad allenarsi con il gruppo dei rimandati che devono farsi trovare pronti per essere rigettati nella mischia.
Di finire nel gruppo dei rimandati è toccato anche al fosforoso cursore Barella che dopo la disfatta con il Belgio, in cui è risultato tra i peggiori, si è fatto un turno di stop e ha capito la lezione: nessuno è irremovibile, ma tutti possono diventare titolari. Con questo spirito la Nazionale ha affrontato la trasferta, sulla carta proibitiva, di Parigi contro una Francia stellare ma che non ha fatto vedere le stelle a Donnarumma (ancora il migliore in campo) e compagni. La temuta testata di mister Zidane sull’Italia di Mancini non c’è stata e l’Italia è uscita dal campo di Saint-Denis a testa alta e calando l’asso di Bastoni, goleador per una notte. Pari e patta con i francesi e autostima che è salita a mille, perché l’Italia del Mancio cresce e diventa solida in tutti i reparti. Gigio superstar adesso davanti a sé ha una difesa attenta con centrali che salgono, occupano spazi prima impensabili e vanno persino in rete. Dopo Bastoni anche Calafiori a Bologna nel 3-1 con la Turchia (gara di ritorno) prova la gioia del gol e va a festeggiare sotto quella che era la sua Curva. Dall’Ara magico e da amarcord anche per Mancini che a Bologna nel 1981 a 16 anni aveva debuttato in Serie A. Ma il Mancio è uno che sa tenere dentro le emozioni e ama sfogarsi con la tattica e gli esperimenti.
Perciò nel quarto appuntamento cambia ancora la formazione e rispetto allo schieramento anti-Francia innesta altri 9 elementi. E la scelta, specie quella di Scamacca in attacco gli dà ancora ragione e non solo per il gol d’apertura dell’attaccante dell’Atalanta. Il 3-1 ai turchi di Montella è la conferma della rinascita. Da brutto anatroccolo il calcio azzurro in quattro mosse è diventato un bel cigno con tanto di ciuffo manciniano da pettinare al vento. Secondo posto parziale nel girone di Nations League che comporta una difesa della posizione nelle prossime due sfide di novembre, quella casalinga a San Siro con la capolista Francia e la rivincita con il Belgio a Bruxelles. Nel frattempo il ct si gode l’attimo vincente, ma non vuole sentire parlare di “cura Mancini”: «Siamo riusciti a migliorare una situazione che era difficile, ma è ancora presto per fare un bilancio». Vero, però non possiamo prendere atto degli innesti felici di Frattesi, del lancio convinto da parte di Mancini del giovane Romano (difeso come un padre dopo il debutto incolore con il Belgio) e delle scommesse Vergara e Doumbia che rappresentano già il futuro. Nella nuova Italia di Mancini c’è di tutto e di più, con ampi margini di miglioramento. Siamo tornati la Nazionale degli oratoriani d’Europa, la squadra dei Fratelli d’Italia, anche se al Mancio manca sempre tanto quel fratello di campo e di vita che è stato Gianluca Vialli, il quale, da Lassù, siamo certi che nella buona come nella cattiva sorte, veglierà sempre su questa giovine e bella Italia.
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