venerdì 2 novembre 2018
Fra le lettere ingiallite dal tempo, nella scatola in alto sulla libreria, una mi ha sbalordito. Estate 1939: mio padre, ragazzo, racconta alla fidanzata, mia madre, d'essere andato da solo una domenica nel bosco di Corniglio, sull'Appennino parmense. Sono partito presto, scrive, e ho camminato per ore: felice d'essere solo, nel rumore del vento. A un bivio, il ragazzo prende a destra: il sentiero sale, si fa impervio, si interrompe. Non c'è anima viva. Intanto s'è già fatto l'imbrunire. Nella solitudine, rapida come un incursore nemico, ha il sopravvento in lui come un'anima oscura. Uno smarrimento non della strada, ma di tutto: del senso, delle colonne portanti della vita. Un precipitare nel vuoto. E il ragazzo che mio padre era scrive alla fidanzata di essere stato, in quel bosco, improvvisamente disperato, estraneo a ogni cosa; e di aver desiderato l'oblio di un sonno infinito, a salvarlo dal nulla. Io, stupefatta. Mi sei sempre sembrato così saggio, così equilibrato. Tu, avrei voluto dirgli incredula, davvero tu sei stato un giorno com'ero io, a vent'anni? Così dolorosamente straniera. Non me l'hai detto mai. Eri solido, forte. Ma rivedo il tuo sguardo su di me, pensoso. Il ragazzo del bosco, senza dir nulla, capiva. Riconosceva la mia tristezza: era la stessa sua antica compagna.
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