martedì 13 settembre 2022
Tra chi dona il cuore e chi lo riceve c'è di mezzo il cardiochirurgo che realizza il trapianto. Stefano Marianeschi ne ha alle spalle più di cinquanta, e ogni volta deve cercare il difficile equilibrio tra la freddezza necessaria per l'intervento e l'inevitabile coinvolgimento emotivo. «Svuoti un torace e poi lo riempi con un cuore che porta una nuova speranza di vita, come puoi restare indifferente a quello che le tue mani stanno facendo?». Ricorda con particolare commozione il trapianto fatto a Elena, una bambina di un anno e mezzo affetta da gravi aritmie che viveva da tempo in terapia intensiva e grazie a un defibrillatore. Il nuovo cuore arrivava dalla Grecia, l'operazione si prospettava molto complicata ma andò bene, il giorno dopo lui partì per Lourdes dove l'Unitalsi - Associazione che trasporta i malati al santuario - lo aveva convocato per raccontare i suoi interventi sui bambini negli ospedali dei Paesi poveri. «È stata una coincidenza significativa, ma nulla accade per caso. I genitori di Elena mi chiesero di lasciare una sua fotografia nella grotta delle apparizioni, e quando mi trovai lì fu naturale ringraziare la Madonna per l'esito del trapianto e per essere stato il tramite per la ripartenza di tante vite. Quel giorno anche il mio cuore batteva troppo forte».
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