Fabbricanti di dèi
I signori della tecnica sanno che l'uomo ha un'anima: per questo gli vendono una "salvezza". Chi, invece, quell'anima dovrebbe custodirla, ha smesso di crederci e di testimoniarla. Così una soteriologia artificiale prende il posto di quella vera

«Utile idiota». Così, il 24 settembre scorso, l'uomo che tiene conferenze riservate su un falso Anticristo (Peter Thiel) ha definito il vero Vicario di Cristo (Papa Leone XIV).
Solo una caduta di stile? Purtroppo, no, temo. Purtroppo, la questione è molto più profonda. Viene da lontano. Da molto lontano. E ha a che fare con il delirio di onnipotenza di chi si sente (o ambisce a essere, tra le altre cose) fondatore e sacerdote di una nuova religione.
«La più grande astuzia del diavolo è convincere il mondo che egli non esiste».
Lo diceva Verbal Kint alla fine de I soliti sospetti. Centotrent'anni prima lo aveva scritto Baudelaire.
Ma oggi, a quanto pare, l'astuzia si è rovesciata.
I nuovi poteri non nascondono la propria ambizione religiosa. La dichiarano. Scrivono manifesti, venerano nuovi dèi, eleggono santi patroni e profeti, tengono conferenze riservate sull'Anticristo, annunciano salvezze e apocalissi, costruiscono e diffondono visioni "spirituali".
Il paradosso è che a nascondersi, semmai, sono coloro che si dicono credenti. Chi crede si vergogna della propria vera fede e, per contro, chi non crede invece non si vergogna di inventare nuove false fedi.
I signori della tecnica, infatti, sanno benissimo che l'uomo è fatto di una sostanza spirituale profonda, inquieta e trascendente. Per questo hanno deciso di vendere "salvezza" prima ancora che prodotti, servizi e strumenti. Non cercano la verità. Sono mercanti. Ed è il loro intuito da mercanti ad aver capito che l'essere umano non si sazia solo di cose materiali – «non di solo pane vivrà l'uomo…» (Mt 4,4) –, perché è creatura che domanda da dove viene e dove va, se la sua vita abbia un senso, se ci sia qualcosa o qualcuno che la precede e la eccede – «… ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). Hanno scrutato l'uomo meglio di quanto sappiano fare molti di noi, e gli offrono l'unica merce che quella domanda accetta: una "salvezza", appunto. Una falsa "salvezza".
Tutto comincia – almeno nella forma che oggi è egemone nel mondo tecno-capitalista – nel 1967, con un romanzo di fantascienza: Il Signore della Luce, di Roger Zelazny. Su un pianeta colonizzato, i discendenti dell'equipaggio hanno assunto le identità degli dèi induisti. Non sono dèi, però. Sono uomini che controllano una tecnologia incomprensibile ai più e che proprio per questo si fanno adorare. Contro di loro insorge la fazione che vuole restituirla al popolo. Questa fazione, nel romanzo, è chiamata degli Accelerazionisti.
Eccoci al punto. Accelerazionismo. Nella sua nascita letteraria è la rivolta contro uomini che si sono fatti dèi accaparrandosi la tecnologia. Oggi è diventato la loro liturgia. Ieri era un'arma contro i falsi dèi. Oggi è il loro breviario.
Da allora, il seme messo a dimora con il romanzo di Zelazny ha progressivamente iniziato a produrre i suoi frutti. Nel 1973 Arthur C. Clarke formula la sua terza legge: «Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia». Nel 2002 Michael Shermer, della Skeptic Society, aggiunge il corollario: «Ogni intelligenza extraterrestre sufficientemente avanzata è indistinguibile da Dio». Nel 2010 Benjamin Noys ne codifica il nome (Accelerazionismo, appunto) e gli conferisce dignità filosofica. Nel 2013 l'intuizione si biforca e diventa ideologia: a sinistra con Alex Williams e Nick Srnicek, che vogliono democratizzare l'automazione fino a scardinare il sistema capitalistico; a destra con Nick Land, per cui tutto ciò che rallenta la macchina – lo Stato di diritto, la democrazia, le regole – è un residuo da smontare, in ossequio a un incontenibile impeto anarco-libertario. Non è casuale che da queste due prospettive siano gemmate le due visioni che oggi si contendono l'egemonia globale: la tecno-destra-capitalista e la tecno-sinistra-statalista. Entrambe nichiliste.
È in questo brodo culturale che nascono, infine, le dottrine raccolte da Timnit Gebru ed Émile Torres sotto l'acronimo TESCREAL. Ed è sempre in questo brodo che nel 2023 Marc Andreessen pubblica il Manifesto tecno-ottimista e dichiara il proprio pantheon. Tra gli altri vi figura Filippo Tommaso Marinetti. Ed è quanto meno singolare che uno tra i più influenti venture capitalist della California elegga a patrono l'uomo che definì la guerra «la sola igiene del mondo». Dovrebbe farci sobbalzare. Purtroppo, non sobbalza nessuno.
Poi c'è il ramo terminale, che, della breve genealogia sopra richiamata, conserva soltanto il verbo: accelerare il collasso, costruire sulle macerie una società etnicamente pura. È la dottrina di Siege, il testo del neonazista americano James Mason. È la lingua suprematista di Terrorgram, la galassia di canali dove circolano manuali, istruzioni tattiche e una liturgia della violenza che promette a chi non è nessuno di diventare, per una volta, qualcuno.
Non sono cose lontane dalla nostra realtà. Al contrario. La permeano, la modellano, la manipolano, la orientano, la indirizzano. Senza che ce ne accorgiamo, il più delle volte. È questo, per esempio, il contesto nel quale il 19 settembre, in una scuola media di Centocelle, a Roma, un ragazzo di tredici anni ha colpito con un coltello la sua professoressa. Prima si era chiuso nel bagno e si era filmato: due lame, guanti tattici, spray urticante. In chat aveva scritto: «Ragazzi, guardate il tg dopo». Quattro persone seguivano la scena da un canale Telegram.
Da Zelazny a quel bagno corrono cinquantanove anni e un'unica parola: accelerazionismo.
Ma torniamo al punto centrale: la promessa di "salvezza". Si rileggano le promesse che l'industria formula da anni. Liberazione dalla fatica. Dalla malattia. Dall'errore. Dall'ignoranza. Dalla povertà. Dal bisogno. Nelle versioni meno prudenti, dalla morte. Non è un piano industriale. È un elenco escatologico.
Da qualche anno assistiamo infatti al puntuale e sofisticato restyling spirituale di un modello di business. Si prendono in prestito le categorie più alte della tradizione spirituale – salvezza, redenzione, apocalisse, persino l'Anticristo – e le si applica a una linea di prodotto.
Peter Thiel, magari non del tutto in cattiva fede (non tocca a noi giudicare), è tra i migliori interpreti di questo sofisticato quanto banale inganno. A San Francisco ha tenuto quattro conferenze riservate per sostenere che l'Anticristo del ventunesimo secolo non è lo scienziato folle, ma il luddista, cioè chi invoca regole, chi parla troppo di catastrofe. Il rovesciamento è perfetto. La categoria teologica più severa della tradizione cristiana viene impugnata non contro chi promette la salvezza tecnica, ma contro chi osa domandare a quale prezzo.
Poi, a Berlino, la maschera è caduta in diretta. Il Papa che invita a non smarrirsi in un «paradiso delle macchine» è diventato «un utile idiota» del Partito comunista cinese, e la sua enciclica sull'intelligenza artificiale qualcosa che «lavorava per il Partito». Era la terza volta in pochi mesi. E, tuttavia, Peter Thiel non è il solo a esprimersi in questi termini. La pratica è diffusa.
La meccanica è elementare. Quando la categoria teologica serve al marketing, viene impugnata con solennità liturgica, davanti a un pubblico selezionato. Quando un'autorità religiosa reale prende la parola e chiede di rimettere la persona al centro, la teologia evapora e si torna al lessico della propaganda di regime.
Ecco servita la falsa soteriologia. O, meglio, la soteriologia artificiale. Una soteriologia senza soter (senza Salvatore) e senza logos (senza Verità). Che, per il cristiano, sono una cosa sola. Anzi, una sola Persona: Cristo, via, verità e vita.
Sarebbe, dunque, superficiale affrontare la questione del progresso tecnologico solo come una questione geoeconomica, geopolitica o geotecnologica. La questione è, evidentemente, assai più profonda. Perché riguarda che cosa sia un uomo. Riguarda la verità dell'uomo e, conseguentemente, la sua salvezza. La questione è, quindi, filosofica e antropologica. E, in ultima analisi, è spirituale e religiosa. Anzi, come abbiamo già scritto, la questione è soteriologica. Non già in senso confessionale, bensì in senso strutturale. Perché così è impostata dagli pseudo-sacerdoti della nuova falsa religione tecnocratica.
Siamo nel cuore del paradosso accennato all'inizio. Da una parte uomini che non credono nella trascendenza costruiscono una falsa religione della trascendenza, perché hanno capito che è funzionale ad accrescere il proprio potere. Dall'altra, chi quella trascendenza la professa da millenni rinuncia alla propria verità.
Noi cristiani rinunciamo alla nostra religione in nome del politicamente corretto. Non la rinneghiamo, però. La camuffiamo per renderla "presentabile". Togliamo ciò che identifica, conserviamo ciò che piace al mainstream. Diventiamo noi stessi mainstream. Consegniamo al mondo e alla storia un Vangelo depotenziato, inoffensivo, compatibile con qualunque salotto. E lo chiamiamo dialogo.
Ma una parola a cui si sottrae un solo apice non è più la stessa parola: cambia specie. Smette di essere Parola di Dio e diventa parola d'uomo, e come tale perde ogni carica di salvezza. Noi credevamo di limarne le asperità. Invece ne stiamo alterando la natura.
Né siamo soli in questa resa. Anche le grandi tradizioni sapienziali d'Oriente, le scuole del pensiero classico, le famiglie filosofiche che per millenni si sono riconosciute in una sapienza primigenia – il reale ha un ordine, l'uomo ha una misura, la verità non è questione di preferenze – hanno deciso di rinunciare a sé stesse. Tutte per lo stesso motivo: il terrore di apparire radicali o di risultare inattuali.
Il risultato è la società che abitiamo: liquida, fluida, relativista, artificiale. Dove nulla è più niente, tutto diventa possibile. Anche fabbricare dèi.
E così la contraddizione si chiude. Una soteriologia falsa prende il posto della soteriologia vera.
Le religioni false, però, non potranno mai prevalere su quella vera. Al massimo potranno occupare, per un tempo, il vuoto che essa ha lasciato.
Viene, dunque, da chiedersi: mentre i tecno-turbo-capitalisti-ottimisti-anarchico-libertari-accelerazionisti-suprematisti fondano nuove false religioni per perseguire i propri privatissimi interessi e assecondare il proprio delirio di onnipotenza, perché noi rinunciamo alla fede vera, e perfino alle credenze e alle sapienze spirituali e filosofiche, che per secoli hanno custodito, sia pur in forma imperfetta, il bene comune e la verità costitutiva dell'umano?
Sul piano laico, la spiegazione più ovvia è che il dibattito sia orientato dai nuovi poteri tecno-capitalisti. Ciò è in parte vero: controllano le infrastrutture di comunicazione, si sa. E chi controlla l'infrastruttura della conversazione non ha bisogno di vincere la discussione perché decide egli stesso quali discussioni siano possibili.
Ma questa è una spiegazione che ci assolve troppo in fretta. La ragione più profonda è che l'Occidente ha confuso la neutralità con il vuoto. Abbiamo pensato che per includere tutti bisognasse non essere nulla. Ne abbiamo già scritto e lo abbiamo chiamato universalismo amorfo. Non potrà mai produrre fraternità e comunione: produrrà sempre e inevitabilmente indeterminatezza. E dietro l'indeterminatezza si annidano sempre confusione, usurpazione, caos veritativo.
Sul piano religioso la risposta è, però, ancora più dura, se possibile. E riguarda noi prima di chiunque altro. Abbiamo perduto il coraggio della verità e della testimonianza della verità. Svendiamo la nostra identità. Senza Cristo non c'è identità. Se il fondamento viene meno, tutto viene meno. Un tempo la verità era combattuta. Oggi è sufficiente diluirla. Il Vangelo viene così ridotto a un catalogo di valori condivisibili – pace, dialogo, accoglienza, ambiente – che, separati dalla loro origine veritativa, diventano gusci senza seme.
Perché lo facciamo? Perché desideriamo essere accolti, riveriti, seduti ai tavoli che contano. E il prezzo di quel posto è sempre lo stesso: mettere la Parola sotto il moggio e dichiararsi uno fra i tanti, uno con i tanti, uno che non toglie spazio a nessuno. È la teoria dei novellissimi fondatori di una religione senza identità, dalla maschera universale: religione dell'uomo e non di Dio.
È triste un cuore senza Dio. Ma ancor più triste è un credente che non sa donare Dio ai cuori, perché anche il proprio ne è rimasto vuoto. Si dona, infatti, soltanto ciò che si possiede: chi è vuoto di Cristo è vuoto di tutto, e chi è vuoto non può riempire nessuno. Con zelo sincero ma senza retta conoscenza ci siamo consegnati a mille missioni umane al posto dell'unica che ci era stata affidata. E abbiamo finito per dare al mondo ciò che il mondo già possedeva.
Non abbiamo nemmeno portato l'uomo all'uomo. Anche chi avvicinavamo è rimasto senza sé stesso. Perché chi è senza sé stesso non porta nessuno a nessuno.
La luce ci era stata messa nelle mani. L'abbiamo trasformata in penombra, per non abbagliare nessuno. E siamo diventati, senza avvedercene, adoratori del nostro stesso vuoto. Perché l'idolatria non consiste soltanto nel mettere qualcosa al posto di Dio: consiste anche nel mettervi niente e chiamarlo rispetto.
Parlo di una storia che ho vissuto in prima persona e che, a mio avviso, è metafora della storia dell'umanità contemporanea.
La catena è semplice. La fede nasce dall'ascolto di una chiamata d'amore, e chi l'ha ascoltata diventa a sua volta chiamata d'amore per un'altra persona. Se nessuno ascolta, nessuno può annunciare. Se nessuno annuncia, nessun altro può ascoltare. Senza annuncio e senza ascolto non può esserci fede. E dove nessuno crede, arriva puntuale un annuncio peggiore.
Perché una parola, per essere creduta, deve possedere alcune qualità: essere udibile e visibile, annunciata e mostrata. I signori del tecno-capitalismo sono udibili e visibili, annunciano e mostrano. Noi cristiani, invece, troppo spesso ci nascondiamo.
L'Armonauta osserva e riflette. Vede una falsa soteriologia prendere il posto di quella vera. Se ne dispiace. Ne soffre. Reagisce. Si impegna. Non combatte la tecnologia perché la considera un dono che, come ogni dono, va accolto, custodito e fatto fruttificare. Combatte, però, l'idolatria, che, in fondo, è molto più semplice di come la raccontiamo: togliere il posto a Dio e mettervi una cosa, un'idea, un programma.
Il proposito, allora, è duplice e indivisibile. Non costruire dèi nuovi. Bensì ritrovare il coraggio di essere ciò che dobbiamo essere, adorando il vero Dio in Spirito e Verità.
Qualcuno ha capito che l'uomo ha un'anima e gliene ha venduta una contraffazione. A ogni buon Armonauta è affidato il compito più necessario e arduo: ricordargli che ne possiede una autentica. E che non è in vendita.
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