Chi crede non ha fretta

Dalla società del tutto e subito alla pazienza di Dio. La fretta nasce dall'assenza di fede. Solo la fede che si fa obbedienza lascia maturare frutti che nessuna fretta potrà mai produrre
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September 29, 2026
Chi crede non ha fretta
Un film senza parole. Nessun dialogo, nessuna voce fuori campo, nessuna trama. Solo immagini e musica. Deserti che respirano, nuvole che scorrono come maree. Poi le città. La pellicola accelera: le automobili diventano fiumi di luce, i pendolari si trasformano in un nastro che sale e scende dalle scale mobili, montati con lo stesso ritmo della catena di un'industria alimentare. L'uomo e la merce si confondono. Scorrono. Si somigliano. Sotto, implacabili, gli arpeggi di Philip Glass: si ripetono, si inseguono, non approdano mai. È Koyaanisqatsi, il film che Godfrey Reggio portò sugli schermi nel 1982. Soltanto alla fine compaiono alcune parole. Sono la traduzione del titolo, un termine della lingua hopi: «vita folle; vita in tumulto; vita in disintegrazione; vita fuori equilibrio; uno stato di esistenza che richiede un altro modo di vivere».
Fuori equilibrio. Senza misura. Dunque, senza verità. Ecco il punto.
Viviamo nella società del tutto e subito. Tutto: perché nulla deve restare fuori dalla portata e dalle pretese del desiderio. Subito: perché nessun desiderio deve attendere. La sociologia l'ha descritta con precisione clinica. Hartmut Rosa vi ha riconosciuto una triplice accelerazione – tecnica, del mutamento sociale, dei ritmi di vita – che si alimenta da sé in un circolo senza uscita. Le macchine ci fanno risparmiare tempo; noi, invece di abitarlo, lo riempiamo di altre cose (effimere) da fare, finché il tempo risparmiato diventa tempo mancante. Più andiamo veloci, meno tempo abbiamo. Il paradosso è perfetto. Papa Francesco, nella Laudato si', ha dato un nome a questa febbre prendendo in prestito un neologismo spagnolo: rapidación. Un'accelerazione continua dei cambiamenti che – scriveva – «contrasta con la naturale lentezza dell'evoluzione biologica». La natura matura. Noi pretendiamo. Tutto e subito, appunto.
C'è però una radice più profonda, che affonda nel modo stesso in cui pensiamo. Daniel Kahneman, psicologo insignito del Nobel per l'economia nel 2002, l'ha messa a nudo in Pensieri lenti e veloci. Nella nostra mente convivono due sistemi. Il primo «opera in fretta e automaticamente, con poco o nessuno sforzo e nessun senso di controllo volontario»: intuisce, associa, reagisce. Il secondo è lento e faticoso: calcola, verifica, dubita. Il primo è riflesso. Il secondo è giudizio. Il guaio – mostra Kahneman con decenni di esperimenti – è che il secondo è pigro: preferisce avallare le risposte del primo piuttosto che mettersi al lavoro. Così gran parte delle nostre scelte, anche quelle che crediamo ponderate, nasce dalla fretta travestita da ragione. Ora, si osservi il punto decisivo. Un'intera civiltà si è organizzata per nutrire il pensiero veloce e addormentare quello lento. Il marketing parla al primo sistema. La comunicazione politica pure. Lo schermo che teniamo in mano è progettato per catturarlo, stimolarlo, premiarlo. Abbiamo costruito un mondo a misura dell'impulso e dell’istinto. E poi ci stupiamo che impulso e istinto lo governino.
L'economia ne è il laboratorio più evidente. La tirannia della trimestrale e la bulimia del profitto hanno preso il posto della pazienza del seminatore. Si cresce per accumulo, non per maturazione. Si estrae invece di coltivare. Si acquisisce invece di generare. Ne è nato un modello di sviluppo estrattivo, incrementale, acquisitivo: misura il valore in base al ritorno immediato e scarica sul futuro il costo del presente. Mark Carney, allora governatore della Banca d'Inghilterra, lo chiamò nel 2015 la «tragedia dell'orizzonte»: gli effetti più gravi delle nostre scelte cadono oltre l'orizzonte temporale di chi le compie. Chi decide non paga. Chi paga non ha deciso. È un tradimento. Della terra, certo. Ma prima ancora della dignità dell'uomo, ridotto a ingranaggio di un ciclo che non gli chiede di essere, ma solo di produrre e consumare. Possibilmente in fretta. L'uomo diventa mezzo. Il tempo diventa merce. Il futuro diventa discarica. Il patto intergenerazionale si rompe. L’alleanza tra vita e verità si frantuma.
I progressi esponenziali della tecnica digitale hanno peggiorato la situazione. La febbre si è fatta sistema e prassi. Oggi l'attenzione è la merce più contesa del pianeta, e con essa si contraggono i due spazi che la fretta non tollera: la riflessione e la relazione. La riflessione, perché pensare richiede sosta e la sosta è diventata un costo. La relazione, perché l'altro richiede tempo e il tempo è diventato un lusso. Siamo connessi con tutti e presenti a nessuno. Informati di tutto, sapienti di nulla. Hartmut Rosa giunge a una conclusione che dovrebbe inquietarci: nelle società secolarizzate l'accelerazione funziona come un equivalente della promessa di vita eterna. Chi non crede più nell'eternità tenta di stipare più vita nel tempo che gli resta. Più cose. Più esperienze. Più in fretta. Come se la velocità potesse riscattare la finitezza. E ora l'intelligenza artificiale promette di accelerare perfino il pensiero, di consegnarci risposte prima ancora che abbiamo imparato a formulare le domande. Il rischio è evidente: diventare più rapidi e meno sapienti. Più efficienti e meno umani. Più larghi, ma meno profondi.
Gli antichi lo sapevano. Augusto – racconta Svetonio – amava ripetere in greco: «Affrettati lentamente». Festina lente. Ma sono i Padri a scendere fino alla radice. Tertulliano scrisse un trattato sulla pazienza confessando, con disarmante franchezza, di non possederla: miserrimus ego, semper aeger caloribus impatientiae, sempre malato delle febbri dell'impazienza. Eppure, proprio lui pronuncia una sentenza vertiginosa: omne peccatum impatientiae adscribendum. Agostino completa il quadro: patientia comes est sapientiae, non famula concupiscentiae. La pazienza è compagna della sapienza, non serva della brama. Ogni peccato va ricondotto all'impazienza. Se ne può scorgere l'ombra fin nella caduta delle origini: il frutto colto prima del tempo, afferrato invece che ricevuto. Se ne rintraccia il segno nella storia di Israele, che si fabbricò il vitello d'oro perché non seppe sopportare l'indugio di Mosè sul monte. L'idolo nasce dalla fretta. Sempre. Eppure, il popolo di Israele aveva visto i prodigi del suo Dio. La fretta cancella la memoria.
Eccoci allora al cuore. Dal mio punto di vista. La velocità che si fa fretta non nasce dalla tecnica. Non nasce dal mercato. Non nasce nemmeno dalla psicologia. Nasce da una cosa sola: dall'assenza di fede. La fretta, l’ansia di avere e di possedere, è propria dei disperati, di chi ha perso la speranza che è certezza nella fede. Chi non crede che Dio operi nella storia deve fare tutto da sé. E deve farlo subito, perché il tempo è poco e nessuno gli garantisce il domani. La fretta è l'ateismo pratico del nostro tempo. E la mancanza di fede ci rende disobbedienti, agitati, confusi. Disobbedienti, perché chi non attende Dio si costruisce strade proprie. Agitati, perché chi porta da solo il peso del futuro non trova pace. Confusi, perché chi corre non vede.
Succede nelle imprese. Tutti vogliono subito i profitti, e dimenticano la vocazione. Perché ogni impresa ne ha una: generale, servire l'uomo e il bene comune generando valore vero; e talvolta particolare, perché alcune imprese nascono per una missione precisa, affidata a loro e a nessun altro. Quando il rendimento del prossimo trimestre o la massimizzazione dei dividendi e dei guadagni dei soci diventano l'unico orizzonte, la vocazione soffoca. L'impresa può anche macinare utili per qualche stagione. Ma smarrisce l'anima. E un'impresa senza anima è soltanto un meccanismo che attende di guastarsi. Il Vangelo lo aveva detto: le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola, «e questa rimane senza frutto» (Mc 4,19).
Succede nella politica. Si cerca di capitalizzare il consenso nel breve termine e i frutti non arrivano mai. È la massima che molti attribuiscono a De Gasperi, ma che il predicatore americano James Freeman Clarke aveva già formulato nell'Ottocento: il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alla prossima generazione. Il consenso rapido è un prestito a usura: si incassa oggi, si restituisce domani con gli interessi, e a pagare sono sempre gli altri. Lo statista accetta di essere impopolare oggi per essere giusto domani. Semina alberi alla cui ombra non siederà.
Succede nella formazione. Si studia non per sapere, ma per superare l'esame. Seneca lo lamentava già con Lucilio: non vitae, sed scholae discimus. Non impariamo per la vita, ma per la scuola. I secoli hanno poi rovesciato la frase in un motto edificante. La realtà, invece, è rimasta quella di Seneca. Si ottiene il voto, si accumulano titoli, ma si perde il sapere. Chi ha imparato soltanto a superare gli esami resta disarmato davanti alle prove vere della vita.
Succede nelle relazioni. Tutto è subito. Subito l'intimità, subito la rottura. Si consumano persone come si consumano notizie: basta un gesto del pollice e l'altro scompare. Aristotele osservava che i giovani diventano amici rapidamente e rapidamente cessano di esserlo, perché inseguono il piacere e il piacere muta in fretta. E ricordava un antico proverbio: non ci si conosce davvero prima di aver consumato insieme la quantità di sale che esso prescrive. Il sale. Cioè il tempo. Cioè la fedeltà.
Succede sempre. In ogni ambito in cui l'uomo pretende di sostituire la propria impazienza alla pazienza di Dio.
La Sacra Scrittura, invece, dice altro. Nella Vulgata, Isaia consegna una parola che è già una sentenza: qui crediderit, non festinet (Is 28,16). Chi crede non ha fretta. E poco prima aveva pronunciato un «guai» contro coloro che, sfidando il Signore, dicono: festinet et cito veniat opus eius, ut videamus (Is 5,19). Si affretti, venga presto la sua opera, perché possiamo vederla. Il tutto e subito ha radici antiche. È la pretesa di piegare Dio al nostro orologio. Abramo, per avere un figlio, un solo figlio, dovette vivere ben venticinque anni di attesa nella fede, nella speranza contro ogni speranza. Venticinque anni. Non venticinque giorni. «Così Abramo, con la sua costanza, ottenne ciò che gli era stato promesso» (Eb 6,15). E tra la promessa della benedizione e la venuta di Cristo Gesù passarono circa mille e ottocento anni. Dio non ha fretta, perché abita l'eternità. Il chiamato conosce il fine legato alla sua persona man mano che la sua obbedienza diviene storia. Non conosce però il fine che si compie oltre la sua storia personale. L'obbedienza la mette il chiamato. I frutti li dona il Signore. Tra l'obbedienza e il dono la distanza è infinita. Io non so, noi non sappiamo, Dio sa. Io obbedisco, noi obbediamo, Dio produce. Senza obbedienza, Dio non può produrre. E dalla disobbedienza mai potrà nascere la vita. La fede è la virtù del tempo abitato. Non è attesa passiva. È fiducia operosa nell’obbedienza alla chiamata e alla vocazione particolare: fare tutto ciò che ci è chiesto e lasciare a Dio ciò che non ci appartiene. Tutto è dalla fede, e la fede è obbedienza.
C'è un capitolo del Vangelo di Marco che è un intero trattato sulla fretta. Il quarto. Si apre con il seminatore. Una parte del seme cade sul terreno sassoso e «subito germogliò perché il terreno non era profondo» (Mc 4,5), ma al primo sole, non avendo radici, secca. È il sì dell'entusiasmo immediato: accoglie la Parola con gioia e alla prima tribolazione, dice il testo, subito viene meno. Prosegue con il seme che cresce da solo: dorma o vegli il contadino, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. «Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,27). In mezzo, il granello di senape: il più piccolo di tutti i semi, che diventa più grande di tutte le piante dell'orto. Ma non in una notte. Si chiude con la tempesta. Nel Vangelo del seminatore c'è un solo «subito» legittimo: quello della falce, quando il frutto è maturo. Ma è il subito di Dio. Non il nostro.
Ecco lo scarto incommensurabile. Da una parte il piccolo frutto a breve termine che ciascuno di noi può desiderare e perfino afferrare, ma con esiti effimeri. Dall'altra l'infinito frutto che Dio fa maturare nel lungo termine, con i suoi tempi, se noi ci manteniamo obbedienti nella fede. Il trenta, il sessanta, il cento per uno. E oltre. Perché quando un uomo dona sé stesso al Padre, il Padre risponde a questo dono di amore donando tutto sé stesso all'uomo. E ogni sì, unito a un altro sì, riceve in dono infiniti altri sì. Nella fede che si fa obbedienza, i frutti arriveranno con certezza. E saranno moltiplicati all'infinito dall'infinita onnipotenza di Dio.
Lo dico per esperienza diretta. L'opera di Dio è sempre minacciata da chi si lascia tentare dall'ansia del tutto e subito, dell’avere e non dell’essere. C'è chi dice no a una prospettiva di fede, fin dal principio. C'è chi dice un sì superficiale, detto con la bocca ma non con il cuore, che crolla alla prima prova. E c'è chi dice sì e poi, rosicchiato dal tarlo dell'impazienza, trasforma quel sì di luce in un no di tenebra: sceglie strade proprie, convince altri a percorrerle, trascina con sé chi si fidava, fino a far morire l'opera stessa. Costoro pretendono i frutti a qualsiasi costo. E li pretendono con ogni falsa scienza, con ogni superbia, con ogni agitazione, confondendo e confondendosi, illudendo e illudendosi. Nel farlo, distruggono l'albero. E nel distruggere l’albero finiscono per distruggere sé stessi. Vogliono tutto e finiscono col perdere tutto. Perché senza fede ogni sì dato a Dio muore. L'ho visto in passato, in una storia particolare e di grande grazia nata da una chiamata d’amore che esigeva una risposta d’amore. Lo vedo ancora oggi in un'altra storia particolare e di grande grazia nata da una risposta d’amore all’iniziale chiamata d’amore, che esige, però, altre risposte d’amore. Sono certo che lo vedrò anche domani.
Si può fare qualcosa per custodire la storia nella verità? Sì: restare fermi e saldi nella fede. Contro tutto e contro tutti. Stat crux dum volvitur orbis: la croce sta, mentre il mondo gira. È il motto dei Certosini, uomini del silenzio e dell'attesa, che da quasi mille anni custodiscono la loro regola senza inseguire le mode del mondo. Il mondo ruota vorticosamente, rincorre sé stesso, cambia volto a ogni stagione. La croce no. La verità no. La fede no. Sta. Non corre. Non insegue. Non si adegua. Non vacilla. Attende e salva. Chi resta fermo nella fede e sulla croce vede l’opera di Dio compiersi per vie sempre nuove e inimmaginabili. Chi resta fermo nella fede e sulla croce vedrà il suo sì produrre frutti.
Non sappiamo quando.
Non sappiamo come.
Questo appartiene al mistero di Dio.
Ma siamo certi che li produrrà.
Li sta già producendo.
A noi è chiesto soltanto di non agitarci se il mare sembra in tempesta. Torniamo al quarto capitolo di Marco. Le onde si rovesciano nella barca. Gesù dorme a poppa, sul cuscino. I discepoli lo svegliano gridando: «Maestro, non t'importa che siamo perduti?» (Mc 4,38). Egli si desta, minaccia il vento, dice al mare: «Taci, calmati!» (Mc 4,39). E poi la domanda che attraversa i secoli: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (Mc 4,40). La paura è figlia della fretta. La fretta è figlia della sfiducia. Alla fine, i discepoli si chiedono chi sia costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono. Il mare obbedisce. Il vento e le onde riconoscono la voce del Creatore; l'uomo, che ne porta l'immagine, è l'unico capace di dubitarne. Tocca a noi. La tempesta non è il segno dell'assenza di Dio. La tempesta serve soltanto a manifestarne una gloria ancora più grande. Come di fronte a Lazzaro: non per la morte, ma per la gloria di Dio.
Ecco allora il proposito dell'Armonauta. Non correre, ma radicarsi. Non estrarre, ma seminare. Non pretendere il frutto, ma custodire il seme. Restare sulla barca quando il vento urla, sapendo chi dorme a poppa. Restare sotto la croce quando il mondo gira. Restare sempre saldo nella fede e fedele alla chiamata originaria. Obbedire nella fede e lasciare a Dio il tempo, il modo, la misura. Perché il frutto che nasce dalla fretta muore con la fretta. Il frutto che nasce dalla fede attraversa i secoli. E si moltiplica. All’infinito.

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