Forse essere noi stessi non significa restare identici

Non siamo composti per tutta la vita dagli stessi atomi. Eppure continuiamo a dire “io”, come se esistesse qualcosa che rimane riconoscibile nel mezzo di questa trasformazione
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October 2, 2026
Forse essere noi stessi non significa restare identici
Close-up of a molecule structure representing chemistry and science, ideal for topics related to molecular biology, physics, and biochemistry.
La materia ci rassicura. È ciò che possiamo toccare, pesare, spostare. Il tavolo è materia. Il nostro corpo è materia. Una pietra è materia e, se ci cade su un piede, offre una dimostrazione sperimentale piuttosto convincente della propria esistenza.
Per secoli abbiamo cercato di capire da che cosa fosse composta. Già nell’antica Grecia, Democrito immaginò che, dividendo la materia in parti sempre più piccole, si sarebbe arrivati a elementi indivisibili: gli atomi. La parola “atomo” significa proprio questo, indivisibile.
Molti secoli dopo abbiamo scoperto che l’atomo poteva essere diviso. Al suo interno trovammo elettroni e un nucleo; nel nucleo, protoni e neutroni; dentro protoni e neutroni, i quark. Ogni volta che pensavamo di avere raggiunto l’ultimo mattone, la natura apriva un altro cassetto.
Ma la sorpresa più grande è che la materia non assomiglia affatto a ciò che vediamo.
Un atomo è costituito in gran parte da spazio vuoto. Se il suo nucleo avesse le dimensioni di un granello di sabbia, gli elettroni si troverebbero molto lontani rispetto a esso. La solidità che percepiamo non deriva da minuscole palline stipate senza intervalli, ma dalle interazioni elettromagnetiche e dalle regole quantistiche che impediscono alla materia di attraversare altra materia come se niente fosse.
Quando appoggiamo la mano su un tavolo, dunque, gli atomi della mano non si incastrano semplicemente con quelli del legno. Le loro strutture elettroniche interagiscono e resistono alla sovrapposizione. Quella sensazione di compattezza è il risultato di forze invisibili.
La fisica contemporanea compie un passo ulteriore. Le particelle elementari non sono necessariamente piccoli oggetti nel senso quotidiano del termine. Sono eccitazioni di campi quantistici che attraversano lo spazio. La materia non è fatta di mattoncini immobili: somiglia di più a un insieme di eventi, relazioni e manifestazioni.
Anche il nostro corpo, che ci sembra tanto stabile, è coinvolto in un ricambio continuo. Respiriamo, mangiamo, perdiamo cellule, incorporiamo nuova materia. Non siamo composti per tutta la vita dagli stessi atomi. Eppure continuiamo a dire “io”, come se esistesse qualcosa che rimane riconoscibile nel mezzo di questa trasformazione.
Questo non rende il corpo meno reale. Al contrario, lo rende ancora più straordinario. La nostra identità fisica non dipende dall’immobilità dei suoi componenti, ma dall’organizzazione che riesce a conservarsi mentre essi cambiano.
Forse essere noi stessi non significa restare identici. Significa riuscire a cambiare senza perdere completamente la forma che ci tiene insieme. Come un fiume, che conserva il proprio nome anche se l’acqua non è mai la stessa.
La domanda finale di questa settimana è facilissima: qual è l’oggetto al quale siete più affezionati?
Potete inviare la vostra risposta a interferenze@avvenire.it, leggo tutto!

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