Una vita a fare calcoli e poi arriva l’IA. Il rischio dell’«esubero esistenziale»

L’Intelligenza artificiale non mette in discussione soltanto il lavoro, ma anche il significato che attribuiamo alle nostre capacità intellettuali. La sfida sarà trovare nuove ragioni per dare senso alla vita, oltre la produttività
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October 18, 2026
Una vita a fare calcoli e poi arriva l’IA. Il rischio dell’«esubero esistenziale»
/Foto Icp
Quando un dilemma filosofico diventa un problema sociale, vuol dire che è già impilato sulla scrivania della politica. È ciò che sta accadendo con l’Intelligenza artificiale. Dopo aver annunciato il mese scorso di aver risolto uno dei sette problemi matematici del millennio, qualche giorno fa OpenAI ha comunicato altri 377 risultati avanzatissimi, che spaziano dall’algebra alla geometria fino alla logica pura. Una dichiarazione che ha ulteriormente innervosito chi ha passato una vita a fare calcoli. Dietro le obiezioni tecniche, serissime, sulla correttezza dei procedimenti affiora una questione decisamente più umana: se una macchina scioglie in pochi giorni questioni sulle quali ci siamo rotti la testa per un secolo, a noi che cosa resta da fare?
È una domanda piuttosto pertinente, se si pensa che Bill Gates ha scritto che l’IA può «sostituire e perfino superare la cognizione umana», proprio mentre Stanford presentava una biotech con 37mila ricercatori artificiali e nessun dipendente in carne e ossa. La stessa inquietudine, sotto altre forme, circola nelle redazioni. Persino il Wall Street Journal ha pubblicato un editoriale prodotto da un chatbot e, invece di trattarlo come uno scandalo, come sarebbe probabilmente accaduto soltanto sei mesi fa, lo ha rivendicato come un assaggio della vita moderna. Non tutti, tra redattori, opinionisti e scrittori, hanno gradito il nuovo sapore. Chi scrive per mestiere obietta che l’Intelligenza artificiale può produrre parole, ma non “scrivere davvero”. Gli artisti spiegano che può generare immagini, ma quella non è arte. Traduttori, programmatori e analisti vedono una fetta del proprio lavoro passare alle macchine, e tutti si affannano a spiegare perché quello che fanno loro valga più di ciò che produce un algoritmo.
Non è soltanto paura di perdere lavoro e stipendio. Le macchine ci battono da secoli e, qualche rivolta a parte, abbiamo imparato a conviverci. Il trattore ha risparmiato la schiena a milioni di contadini; gli operai delle piramidi avrebbero accolto una gru come il re di tutti gli dei; la catena di montaggio ha reso accessibili a intere società beni un tempo di lusso. Nessuno ne ha mai concluso che l’uomo fosse inutile, perché nessuno ha mai pensato che i muscoli fossero ciò che ci rendeva speciali. L’elefante era più forte di noi anche prima del bulldozer e la cosa non ha prodotto grandi crisi esistenziali.
La paura nuova è diversa, e non riguarda i soldi, ma che cosa significhi essere umani. Abbiamo sempre considerato il monopolio dell’intelligenza come il tratto distintivo della nostra natura. Le macchine potevano correre più velocemente e calcolare meglio, ma restavamo noi gli unici in grado di avere l’idea, porre la domanda, scrivere il romanzo, formulare la teoria. Oggi quel monopolio sembra meno scontato. Non serve neppure stabilire se una macchina “pensi davvero” perché la domanda diventa molto più semplice e molto più scomoda: a che cosa serve la nostra intelligenza? Non proprio una questione banale, in una società che ha fatto della produttività e del “valore aggiunto” la misura ultima dell’esistenza umana. Ma il problema va oltre la produttività. Perché l’intelletto non è soltanto uno strumento di lavoro. È uno dei modi principali attraverso cui diamo senso alla nostra vita. Scriviamo, studiamo, inventiamo, disegniamo, risolviamo problemi non solo per guadagnarci da vivere, ma perché farlo ci dice chi siamo.
Su questo i filosofi si sono da sempre profondamente divisi. C’è chi teme che, insieme al lavoro intellettuale, possa scomparire una parte della nostra essenza. E c’è chi ribatte che, se lasciamo lavorare le macchine e distribuiamo la ricchezza che producono, noi umani potremo finalmente occuparci d’altro, vivendo benissimo e lavorando pochissimo, con tutto il tempo del mondo a disposizione. Prospettiva magnifica, che però non risponde alla domanda di fondo: tempo per fare che cosa? Non è tanto il problema di come riempire le giornate. È capire che cosa fare di quelle capacità che per millenni ci hanno fatto sentire unici e ci hanno assegnato un posto speciale nella creazione. Messa in questi termini, la questione smette di essere squisitamente filosofica e diventa più che mai politica. Le riforme, si sa, arrivano quasi sempre dopo la crisi. Il guaio, questa volta, è che non c’è tempo da perdere: la politica ha appena cominciato a chiedersi come proteggere il lavoro umano dall’Intelligenza artificiale. Una sfida già in sé difficilissima. Trovare all’uomo una nuova e profonda ragione per non sentirsi un “esubero esistenziale” lo sarà ancora di più.

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