
Quando Chen Zhu arriva a Hong Kong dalla Cina continentale, avverte sempre la sensazione di venire catapultata in un altro mondo. Un universo certamente più libero, in cui è possibile trovare risposte alle domande proibite. Un luogo su tutti rappresenta per la ventitreenne cinese quello che per i suoi coetanei tedeschi della Ddr, superato per un miracolo della burocrazia il checkpoint Charlie, erano negli anni Settanta le vetrine del Ku’damm di Berlino Ovest: la libreria Hunter della ex colonia britannica.
Fra le sue pareti, le idee imposte possono essere messe in discussione, senza subire le conseguenze come chi, dodici anni fa, ha tentato di dire no alla “cinesizzazione” riparandosi dietro un parapioggia. Secondo la versione di Pechino, nelle “proteste degli ombrelli” morirono duecento studenti. Le vittime sono state diecimila, invece, per le fonti ospedaliere e per l'intelligence di diversi Paesi occidentali.
Fondata quattro anni fa da un ex consigliere comunale, la libreria indipendente Hunter si è guadagnata la reputazione di vendere libri che le autorità considererebbero “sensibili”: dalle testimonianze degli attivisti pro-democrazia alle celebri allegorie sull'autoritarismo, come La fattoria degli animali di George Orwell o la serie di fumetti manga L'attacco dei giganti di Hajime Isayama.
Non è lungo il tragitto da Guangzhou, la città natale di Zhu sulla costa meridionale della Cina, alla trafficata via di Sham Shui Po a Hong Kong, dove il negozio Hunter si trova incastonato tra venditori di tessuti, officine meccaniche e caffè alla moda. Zhu l’ha compiuto tante volte. Questa, però, è l’unica in cui ha paura. La polizia è entrata in quei locali il 24 giugno e, dopo la perquisizione, ha arrestato la proprietaria Letitia Wong e un uomo di 32 anni con l’accusa di aver violato le leggi sulla sicurezza.
A marzo, hanno arrestato il proprietario di Book Punch, insieme a tre dipendenti con la medesima giustificazione, e secondo quanto riferito, hanno sequestrato copie di una biografia su Jimmy Lai, l'attivista per la democrazia attualmente in carcere. Il 15 luglio, giorno di apertura della Fiera del Libro di Hong Kong, la polizia per la sicurezza nazionale ha fatto irruzione in altre due librerie indipendenti, Greenfield Bookstore e Have a Nice Stay, fermando cinque persone con l'accusa di sedizione. Sono state rilasciate su cauzione.
Qualche settimana dopo, Greenfield ha pubblicato un messaggio sui social media, dicendo: "Il nostro negozio chiuderà alla scadenza del contratto d'affitto. Grazie per averci accompagnato, con il vento e la pioggia, per 50 anni dalla nostra apertura". E’ stata la terza libreria indipendente a chiudere in un mese.
A seguito delle imponenti proteste pro-democrazia che hanno scosso la città nel 2019, il “Porto profumato” aveva assistito a un boom di librerie indipendenti. Nel vivace quartiere di Mong Kok si trovavano Luck Win, noto per i suoi generosi sconti, e Greenfield, con i suoi scaffali stracolmi dal pavimento al soffitto. A pochi passi di distanza c'erano l'accogliente Have a Nice Stay, fondato da ex giornalisti, che ospitava popolari sessioni di lettura notturne, e Elmbook, i cui scaffali angusti ma amati facevano sentire gli habitué come se fossero a caccia di un tesoro.
Poi c'era Book Punch nella trendy Tai Nan Street, con una collezione tanto audace quanto il suo motto, "un pugno per risvegliare il lettore", e il preferito dagli amanti del buon cibo, Word by Word nello storico quartiere di Wan Chai, e, naturalmente, Hunter, con un divano all'esterno dove i passanti possono fare una pausa.
La parola scritta circolava rapidamente e la polizia non sapeva come fare a fermarla. Almeno fino a quando non ha scoperto, dopo le leggi speciali, un metodo drammaticamente efficace: quello dell’autocensura. «Le autorità non vogliono che la gente sappia esattamente dove si trovino i confini della liceità -, confessa un analista cinese ai media dell’ex colonia -. Vogliono invece che le persone individuino da sole i limiti invalicabili o, soprattutto, vogliono che la gente si autocensuri prima di oltrepassarli».
Zhu ha iniziato l’università nel 2021 e da allora ha sviluppato un crescente interesse per i capitoli “proibiti” della storia cinese, come il massacro di Tienanmen del 1989, argomento ancora oggi tabù: il regime lo ha completamente rimosso da internet. Per documentarsi, ha cercato film che affrontassero il tema, libri come “The Unburned Book” del poeta taiwanese Yang Du nel quale si riflette in salsa agrodolce dei manifestanti costretti all’esilio da Hong Kong per sfuggire alle carceri della polizia locale sotto il completo controllo di Pechino. È stato così che la studentessa ha iniziato con i viaggi mensili nella vicina ex perla della finanza orientale.
Fra gli scaffali di Hunter, Zhu ha trovato Il Libro Incompiuto. Aveva provato, senza successo, in altri negozi, quindi è rimasta sorpresa quando finalmente l'ha individuato. Adesso però è sempre più difficile ricreare quella bolla di libertà che il governo di Xi Jinping ha fatto scoppiare da tempo. Qualcuno chiude per debiti, altri per le multe salatissime per l’insalubrità dei locali o le misure di sicurezza efficienti. Cavilli, escamotage per ridurre al silenzio.
Ma la resilienza silenziosa non cede. Tra mille difficoltà. Come il ventenne Chris (nome di fantasia usato dalla Bbc Asia per identificarlo). All’inizio di giugno si è recato a Hong Kong e ha scoperto che (nonostante i divieti ferrei e i raduni di piazza vietati) una libreria esponeva libri sulla strage di Tienanmen: candele bianche e rotoli di nastro adesivo con stampati i numeri romani "VI-IV" - 6-4, un modo codificato per rappresentare l'anniversario del 4 giugno.
Ci sono, poi, i “lettori segreti” per riportare nella Cina continentale i libri che ancora riescono a fuggire ai metaforici pompieri di Fahrenheit 451. Il giovane, che si fa chiamare solo K, si sente ansioso ogni volta che torna da Hong Kong. Sceglie i valichi di frontiera più affollati, evita i libri che presentano personaggi politicamente sensibili e nasconde i testi tra i vestiti o in fondo al bagaglio. Ma questa non è più la sua unica preoccupazione. «In passato, la gente pensava semplicemente: “Se non riesco a comprare un libro nella Cina continentale, andrò a Hong Kong”. Ora la situazione è diversa. Non si sa nemmeno quali librerie saranno ancora aperte la prossima volta che si viene qui». I lettori però non si rassegnano al pessimismo. Chen Zhu è determinata: «Possiamo ancora comprare libri, possiamo ancora leggere. Perché acquistare anche solo uno di quei volumi è diventato per noi un modo discreto di testimonianza e una forma silenziosa di resistenza».
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