Circo
A Villa Grock, la lezione di un clown: non è la forza a rialzarci dalle cadute, ma lo stupore che continua a farci guardare verso le stelle

Si sale. La parte alta della città di Imperia mi accoglie donandomi il conforto di un parco, alberi secolari a custodia di una villa. A custodia di un mistero. Villa Grock è la testimonianza incredibile di un amore, di una dedizione, di una vocazione: quella di Charles Adrien Wettach, il più grande e famoso clown dei suoi tempi: Grock, in arte Grock.
La sua villa, ora museo del circo, è una commovente testimonianza di uno smisurato amore. Appena potete, visitatela. Qui smisurata è ogni cosa, perfino ogni dettaglio; tutto sembra costruito per stupire, o per commuovere. Tutta risuona di quella malinconica musica da circo d’altri tempi: una struggente fisarmonica vi raggiungerà d’altrove, attraversandovi l’anima e piegandovi il fiato anche nel luogo più silenzioso della villa (mi scopro a immaginare un paradiso a forma di tendone; mi illudo che basterebbe seguire quelle note struggenti per ritrovare le persone amate).
Una bimba davanti a me, però, non è d’accordo con la mia inguaribile malinconia e ride, ride, ride come una matta davanti alle immagini proiettate di questo clown che cade e muore, e continua a morire. Senza smettere mai. Senza smettere mai di morire. Come se non ci fosse la morte. Perché questo intuisce la bambina, questo mi suggerisce con la sua risata cristallina. Mentre io mi incaglio nel dolore.
Devo attendere l’audioguida per comprendere. Mi trovo in giardino, davanti a una fontana meravigliosa, traccia 5, “Per Aspera ad Astra”. Una voce di donna mi sussurra all’orecchio che questa frase “…racchiude tutto il senso del clown, colui che, al pari dei bambini, dei poeti e degli angeli, attraverso uno sguardo che è perennemente stupito sulla realtà, compie un vero e proprio viaggio molto umano dalle asperità agli astri. Il grande insegnamento del clown, infatti, sta appunto nello stupore, il quale è sempre tanto e tale che, a occhi impreparati, esso appare stupido; invece è semplicemente stupito (guarda caso queste due parole hanno la stessa radice etimologica), perennemente imbambolato perché rapito dalla bellezza che lo circonda…”.
Imbambolato sono io ora, occhi sgranati, lacrime pronte a fare dell’iride fontana. Ecco cosa mi commuove, ecco cosa mi attrae di questa figura, di questo mondo, ecco perché sono qui: per provare a stare nel legame tra stupore e stupidità. Sono qui perché sento quanto questo sia vero. Sono qui perché quotidianamente sento la paura di aderire a questa proposta. Sono qui perché solo la magia del circo poteva accompagnarmi a reggere l’urto dell’epifania. Solo un clown, solo il clown che mi porto dentro, può essere pronto a sopportare di vivere nell’eccesso di stupore che porta a essere considerati stupidi. E la fede è lo stupore al suo eccesso, il mondo non può non considerare stupido chi crede nella Resurrezione.
Non ho mai sopportato la retorica della forza di volontà che ci permette di rialzarci da ogni caduta; l’ho sempre considerata illusoria, un tentativo di credersi invincibili. Ma qui, davanti a una fontana, un clown mi sta dando una lezione diversa. Non ci si rialza grazie alla forza di volontà, ma solo in virtù di un inguaribile stupore: il clown è un personaggio in grado di fallire, di non emergere, di restare a terra “in un eterno, catastrofico e perenne insuccesso, ma il clown, diversamente dal personaggio tragico che, quando cade, non è capace che di morire, nel momento in cui si trova all’apice del suo dramma è ancora pronto a stupirsi e quindi a intravedere quel bello della realtà che lo trascina verso la bellezza, verso le stelle”. Che cambio di prospettiva: essere “in grado” di fallire, come se per il fallimento servisse una preparazione. Non essere “capaci che di morire”, come a dire che a morire sono capaci tutti!
Stupido o stupito sento che vorrei vivere così.
Le città sono alte grazie alle stelle, segno luminoso dell’Infinito, alle traiettorie luminose lasciate da chi, dalle asperità, raggiunge la vita. Le città sono alte grazie allo stupore che ci trascina verso l’Assoluto. Le città sono alte fino a quando in esse vive almeno un bambino, un poeta, un angelo. O un clown.
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