
A caccia di risorse. Per competere con Stati Uniti e Cina in un mondo sempre meno multilaterale e sempre più polarizzato. Il negoziato per definire i tetti di spesa del prossimo bilancio settennale europeo (2028-2034) è entrato nel vivo dopo che, ieri, l’Irlanda alla presidenza di turno del Consiglio ha presentato una nuova bozza negoziale, la seconda in pochi mesi per provare ad avvicinare le posizioni dei 27 governi, a cui spetta l’ultima parola sulla dotazione finanziaria dell’Ue. Nel tentativo di accontentare i “frugali” del nord Europa capitanati dalla Germania, che chiedono meno risorse, ma concentrate su poche priorità, Dublino ha messo sul tavolo 141 miliardi di euro di tagli, circa l’8% sui quasi 2mila miliardi di budget ipotizzati dalla Commissione. Ma senza rinunciare ai capitoli di spesa tradizionali, dall’agricoltura alla coesione, che subiscono meno perdite.
Ancora non basta, però, perché «il bilancio dell’Ue deve essere sostenibile per coloro che ne sostengono il peso maggiore», ha avvertito il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Il braccio di ferro con il fronte dei 17 Paesi - trainati da Italia e Romania, con Spagna, Grecia e Polonia - che difendono i sussidi agricoli e i trasferimenti alle regioni meno sviluppate è destinato a infiammare il summit della prossima settimana a Bruxelles. A ben guardare il compromesso irlandese, poi, emerge un altro dato: i tagli più corposi riguarderebbero i fondi per competitività e ricerca e per la cooperazione con i Paesi extra-Ue, cioè i due pilastri del rilancio industriale e della proiezione globale su cui i vertici dell’Unione dicono invece di voler puntare per porre le condizioni di un’Europa più autonoma. Ma la coperta è corta. E la vera trattativa non è che ai blocchi di partenza, con il grosso dei fondi che oggi arriva direttamente dai bilanci degli Stati.
C’è un ulteriore elemento a irrigidire le posizioni. Una consistente quota del prossimo bilancio (168 miliardi di euro) finirebbe per essere bloccata per cominciare a rimborsare - a partire dal 2028, con in media 24 miliardi all’anno -, il debito contratto con il “ Recovery Plan ” appena giunto al capolinea. Nel 2020, lo strumento fu creato al di fuori dell’allora budget ordinario attraverso gli Eurobond. Un’opzione sostenuta da alcune capitali è il rifinanziamento del debito (“ rollover ”), cioè l’emissione di nuovi titoli per sostituire quelli in scadenza, rinviando il rimborso del capitale. Un tale meccanismo potrebbe contribuire a rendere permanente il ricorso al debito comune. Per i nordici, che considerano il “Recovery” come un’esperienza unica e conclusa, l’eventualità è però fuori discussione.
Eppure, i mercati finanziari globali hanno dimostrato di avere un forte appetito per titoli sovranazionali con un solido rating (per lo più tripla A), soprattutto in un momento storico in cui gli investitori puntano a diversificare il rischio riducendo l’esposizione al debito pubblico statunitense in costante aumento e alle erratiche deliberazioni della Casa Bianca. Quando, sei anni fa, la Commissione avviò l’emissione delle obbligazioni pandemiche del programma “Sure”, ad esempio, registrò una domanda pari a 13 volte l’importo offerto. Oggi, la prospettiva di crescita dello stock di titoli Ue sfiora i mille miliardi. E potrebbe crescere ulteriormente, se ce ne fosse la volontà politica. Fino a rivaleggiare - indicano i più ottimisti - con i Treasuries , i bond del Tesoro americano. Ma prima di tutto, scrive Almut Möller del think tank brussellese European Policy Centre in un recente commento, «l’Ue deve trasformare la propria crescente capacità di indebitamento in un vero e proprio Tesoro europeo».
Finora, invece, il ricorso agli Eurobond (o, come li chiamano nei palazzi europei per evitare di incorrere nelle ire “frugali”: i safe asset , gli asset sicuri) è stato limitato ai tornanti di crisi. Prima gli 800 miliardi per la ripresa dalla pandemia, appunto, poi, sul finire dell’anno scorso, il prestito da 90 miliardi per l’Ucraina. Ma nulla di più strutturale. Complice la storica opposizione alla condivisione del rischio che nel decennio passato frenò le proposte di costituire un Tesoro comune (con tanto di “superministro” unico) in grado di emettere titoli di Stato paneuropei. E di superare la frammentazione tra politiche economiche che rimangono nazionali, ma si muovono all’interno di precisi e rigidi paletti di bilancio definiti proprio a livello Ue.
Il cambiamento, a livello Ue, corre sotto traccia e fatica a emergere. Ma qualcosa si muove da tempo, controcorrente. La Francia, ad esempio, ha ipotizzato che gli Eurobond (o safe asset che dir si voglia) servano a recuperare risorse per tutti gli investimenti strategici, come quelli in intelligenza artificiale; mentre la Spagna ha esortato a passare all’azione con una coalizione di volenterosi: in sostanza, con chi ci sta, senza aspettare un improbabile consenso a 27. E anche voci insospettabili hanno rotto gli indugi. A febbraio, Joachim Nagel, governatore della Bundesbank, ha parlato degli evidenti «vantaggi di creare un titolo di riferimento comune a tutta l’Eurozona, altamente liquido». Per questo, «occorre agire». Sperando che non si aspetti la prossima crisi per correre, ancora una volta, ai ripari.
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