Occhiuto: «Vannacci non ci serve. E Forza Italia diventi smart»
di Maurizio Carucci
Il governatore della Calabria: «Nella comunicazione il mio partito fermo a 30 anni fa, non basta evocare Berlusconi ma bisogna attualizzarlo. Sull'immigrazione unire rigore e integrazione, la remigrazione è una fesseria»

Rivendica «il coraggio di governare», Roberto Occhiuto, parafrasando il titolo del suo ultimo libro. Il presidente della Regione Calabria e vice segretario nazionale di Forza Italia è più attivo che mai per imprimere una svolta liberal a FI e per vincere i pregiudizi che aleggiano sulla sua terra.
Alle suppletive di Reggio Calabria il centrodestra ha ottenuto una vittoria rotonda. Ha temuto l’effetto Vannacci?
Vannacci ha sbagliato il terreno su cui misurarsi: cercava la sua Sassonia in Calabria, ma ha raccolto solo “sassate elettoral”’. Quello di Futuro nazionale è un dato drogato: due terzi dei voti presi sono di Giannetta, ex capogruppo FI e campione di preferenze. Il generale ha tentato la spallata cavalcando la protesta e soffiando sulle paure della gente, ma la sua incursione non ha sfondato.
Come lo spiega?
La demagogia non paga quando si scontra con la realtà: i cittadini calabresi hanno dimostrato di non essere disposti a farsi abbindolare da slogan populisti importati da fuori. Ho visto poi che Vannacci ha pure festeggiato. Che dire? Un generale che festeggia una sconfitta mi sembra un generale molto strano. Dal canto nostro, abbiamo dimostrato che quando il centrodestra non si fa spaventare dal populismo e si presenta unito, raccontando ai cittadini fatti concreti sul lavoro svolto vince e non ce n’è per nessuno.
È un suggerimento per le prossime elezioni nazionali?
Dico da tempo anche ai miei alleati che non abbiamo alcun bisogno di Vannacci. La politica non è aritmetica: i suoi voti non si sommerebbero ai nostri, ma verrebbero sottratti a Lega e Fratelli d’Italia, spostando verso l’estrema destra l’asse della coalizione. Per crescere dobbiamo tenere Fn fuori e aprirci sempre di più ai riformisti e ai liberali, senza avere paura di lui. Forza Italia deve catalizzare il consenso attraverso proposte serie e realizzabili, ma dobbiamo assolutamente essere più smart nel comunicarle. A volte sembriamo fermi a venti o trenta anni fa, e le buone idee non bastano se non si sanno raccontare.
Utilizza questa ricetta in Calabria?
I nostri risultati hanno una spiegazione semplice: fare cose buone e comunicarle bene. Non dobbiamo limitarci a evocare la figura di Berlusconi, ma abbiamo il dovere di attualizzare il suo messaggio per dare vita a un centrodestra moderno, aperto e liberale. Per vincere in totale autonomia e continuare a crescere non servono posizioni estremiste. Dobbiamo essere capaci di raccogliere il consenso portando dati concreti e argomenti a consuntivo del nostro lavoro sul territorio, proprio come abbiamo fatto con l'attività della mia Giunta in Regione.
Nel suo libro dedica un capitolo anche alla questione dell’immigrazione.
Per decenni, in Italia, abbiamo guardato al tema dell’immigrazione solo come a un’occasione per costruire divisioni ideologiche. È una malattia bipartisan . Semplificando e indicandone soltanto gli estremi, ha una versione di destra e una versione di sinistra, e tutte e due hanno fatto danni. La versione di una certa destra è quella che alimenta la paura, che a ogni fatto di cronaca rilancia l’allarme, evoca l’invasione, promette espulsioni e remigrazioni, e parla alla pancia del Paese invece che alla sua testa. La versione di sinistra è quella che nega i problemi, che fatica ad ammettere che il fallimento dell’integrazione genera questioni reali di sicurezza e di coesione sociale e che troppo spesso ha confuso l’accoglienza con l’assenza di regole. Sono due malattie opposte. Ma hanno un sintomo in comune: nessuna delle due governa il fenomeno. Una lo cavalca, l’altra lo nega. E in mezzo c’è un Paese che, da 30 anni, non costruisce nessun modello.
Cosa propone lei in concreto?
Continuare a usare l’immigrazione come arma di propaganda, invece di affrontarla come una questione di governo, è una scelta che ha un costo. E il costo lo pagano sempre gli stessi: i cittadini, italiani e stranieri, che chiedono solo che il fenomeno sia governato con serenità e competenza. C’è un fatto che il dibattito italiano sull’immigrazione tende sistematicamente a ignorare, perché non si presta agli slogan né di una parte né dell’altra. E il fatto è questo: l’Italia è un Paese che invecchia e che si spopola. Nei prossimi decenni il numero dei residenti nel nostro Paese è destinato a calare in modo significativo. Le proiezioni demografiche sono impietose: meno nascite, una popolazione sempre più anziana, una forza lavoro che si restringe. È un fenomeno che riguarderà tutto il Paese, non solo le aree interne o le regioni del Sud, ma anche il cuore produttivo del Nord. Questo significa una cosa molto concreta: nei prossimi 40 anni l’Italia avrà bisogno di lavoratori. Una destra liberale e seria non finge che il fenomeno non esista, e non promette ai cittadini che lo farà sparire. Una destra seria dice la verità: il fenomeno esiste, esisterà, e l’unica scelta vera che abbiamo non è tra averlo e non averlo, ma tra governarlo e subirlo”.
In che modo?
Governarlo significa distinguere, con fermezza, l’immigrazione regolare da quella irregolare, contrastare senza esitazioni i trafficanti di esseri umani, presidiare le frontiere. Ma significa anche, contemporaneamente, costruire i canali legali attraverso cui chi può lavorare in Italia arriva in Italia in modo ordinato. L’idea più semplice e più concreta che ci sia è incontrare le persone che cercano lavoro lì dove sono, prima che salgano su un barcone.
E quindi niente remigrazione?
L’idea, sostenuta con forza da Roberto Vannacci, sarebbe quella di rimandare a casa i migranti già presenti sul nostro territorio. Lo dico senza giri di parole: è una fesseria. Non è una soluzione, è soltanto uno slogan che non sta in piedi. La remigrazione è una promessa impossibile, costruita non per essere mantenuta, ma per raccogliere consenso sulla paura.
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