domenica 23 marzo 2014
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Il referendum on-line svoltosi nel Veneto per l’indi­pendenza della regione ha dato risultati che stupi­scono la nazione, ma che erano largamente prevedi­bili. Han votato in 2 milioni 360 mila e 235, i sì sono sta­ti l’89 %. A Treviso era pronto un palco, dal quale il pro­motore Gianluca Busato aspettava le conclusioni per 'dichiarare l’indipendenza'. Lo ha fatto. Dritto in pie­di, ha scandito: «In nome di San Marco e dela demo­crasia, noi oggi decretiamo decaduta la sovranità ita­liana. Qui proclamiamo la Repubblica Veneta». 
È il sogno della Lega? Ma no: la Lega c’è ancora, il go­vernatore della regione è un leghista, ma la Lega chie­de e dice che sta per ottenere il federalismo. Questo referendum vuole l’indipendenza. C’entra la Crimea? C’entra, ma gli indipendentisti vogliono di più: dico­no che la Crimea s’è data alla Russia, loro non voglio­no darsi a nessuno. Il Veneto è una regione diversa e separata dall’Italia, e vuole una storia diversa e sepa­rata? Sarebbe grave, proprio ora che stiamo prepa­rando le celebrazioni del centenario della Prima Guer­ra Mondiale, che fu combattuta e vinta proprio qui. Ma la ragione di questa richiesta d’indipendenza non è razziale, storica, culturale. Sta tutta in una frasetta che l’organizzatore del referendum (figlio comunque della o­riginaria Lega, la Liga Veneta, quella che Bossi ha fagoci­tato nella Lega Nord e poi distrutta) butta lì: «Paghiamo 70 miliardi di tasse e ce ne ritornano 50, quindi ce ne ru­bano 20, più altri 10 che ci scaricano addosso come quo­ta­parte regionale del debito nazionale». Questo lamen­to del Veneto è antico e non è una protesta soltanto ver­so Roma. Il Veneto è circondato da regioni che hanno tut­te un trattamento fiscale più vantaggioso. Soprattutto l’Alto Adige. I sindaci del Veneto lamentano che per ogni 100 euro di tasse che danno a Roma ne ritornano 75, mentre Bolzano per ogni 100 euro gliene ritornano 120. Sono cifre ballerine, che nessun sindaco o governa­tore ha mai precisato. Neanche Roma.
 
Certo però che il divario c’è. È per questo divario, patito come un fur­to, che i leghisti parlano di 'Roma ladrona'. Non a­mano la nazione e non amano la capitale. E non a­mano la politica e i partiti politici. I veneti votano in percentuale alta, certo, ma han sempre votato in sen­so anti-nazionale. Per mezzo secolo han votato Dc, ed era un modo di non votare per la politica, ma per qual­cosa che sta al di sopra della politica, e che dà garan­zie morali che la politica non dà. Poi sono passati a votare Lega, e non era un voto pro-na­zione ma anti-nazione, anti-Roma, anti-Parlamento. Ades­so, con questa consultazione, si pronunciano per l’indi­pendenza. L’han votata. Possono averla? Ma no: è stoppa­ta dalla Costituzione. Allora, operazione inutile? Nient’af­fatto: tanto è vero che tutti i giornali ne parlano. Il disagio di fondo c’è ed è grande: i rapporti regione-Stato andrebbero reimpostati. Non è una questione di razza. Di storia. Di au­tonomia. D’indipendenza. È una questione di soldi. Di schei. ​
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