Se le gite scolastiche rivelano la povertà e la amplificano
sabato 11 maggio 2024

Si sta discutendo sulla notizia, proveniente da Torino, di una scuola media che ha mandato in gita scolastica una classe a Milano, e non avendo posto per tutti gli studenti, ne ha lasciati a casa otto. Domanda: con quale criterio? Risposta: il merito. Sono andati in gita quelli che avevano una media tra il 7 e l’8.

Gli studenti esclusi rientrano tra quelli che oggi si definiscono “fragili”, con un aggettivo sempre più invadente che a me non piace, ma ormai è usatissimo e lo devo accettare. Questi sono “fragili” per condizione economica, o per capacità cognitive. Non mi piacciono queste ragioni, né una né l’altra, le trovo inadatte a esprimere il merito, ma qui non voglio litigare con il corpo docente, che su quegli alunni e su quella gita e su quella scuola sa tutto, mentre io non so nulla.

Voglio concentrare il discorso sull’importanza della gita scolastica.

Ho passato la vita a insegnare, e ho visto come per i ragazzi siano importanti le ore trascorse a scuola ascoltando le lezioni, ma anche come sono super-importanti le ore passate in gita, in pullman e in albergo o in giro per le città, a classi intere. Per l’insegnante accompagnatore è una faticaccia tremenda, di notte in albergo non chiude occhio, e in pullman va sempre su e giù. Perciò accompagnare gli studenti in gita è un ruolo che si ruota a turno tra gli insegnanti. Gli studenti sentono la gita come un tempo scatenato e la scuola come un tempo prigioniero. Nella gita si fa colazione al sacco, portandosi tutto da casa, o in trattoria, ma combinando prima i prezzi per tenerli bassi. Al sacco è più democratico, perché permette che chi è senza soldi non lo faccia vedere e non si vergogni.

E chi mai è senza soldi? Il sottoscritto, per esempio. La mia famiglia contadina non aveva mai contante libero. Perciò odiavo le gite. Rivelavano alle compagne la mia povertà. Tra tutte le soluzioni possibili, quella da cui siamo partiti, l’esclusione degli studenti “fragili” cioè poveri, mi pare la più iniqua. Scusate se m’infiammo, ma sarei finito di sicuro tra gli esclusi. Mi ricorda quel tentativo di pranzo a scuola, pagato dalle famiglie, quando i figli dei genitori abbienti mangiavano e si voltavano a guardare i compagni col piatto vuoto, perché figli di genitori insolventi. Non se ne parla più. Meno male. È una proposta fallita. Ma altamente rivelativa sulla nostra società. È proprio vero: la povertà è un crimine che si sconta con l’ergastolo ereditario.

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