La sfida di disarmare le menti
lunedì 31 marzo 2025

Mentre l’Amministrazione Trump sta provando smantellare anche l’US Institute of Peace, organizzazione indipendente senza scopo di lucro finanziata dal Congresso Usa che si impegna a promuovere i valori degli Stati Uniti nella risoluzione dei conflitti, mi tornano in mente queste parole di Norberto Bobbio (da Il problema della guerra e le vie della pace): «Qualche volta è accaduto che un granello di sabbia, sollevato dal vento, abbia fermato una macchina». È davvero così, come la storia conferma.
Ebbene, un granello di sabbia che il nostro Paese potrebbe agevolmente porre in campo è quello di dare vita ad un Ministero – pur senza portafoglio – della Pace. (A tutt’oggi, una sola regione, l’Umbria, ha inteso istituire un Dipartimento specifico per la pace, presso la Presidenza regionale). Quale la missione propria di un Ministero della Pace, che – si badi – non escluderebbe affatto il Ministero della Difesa? Quella di diffondere, in modo sistematico e scientificamente robusto, la cultura della pace e di avanzare progetti specifici di educazione alla pace. Per quale ragione al mondo si insegna e si parla, nelle varie istituzioni educative, di guerra e non anche di pace? Vi sono in Italia 40.321 scuole. Solamente in poco più di 700 di queste si propongono attività mirate a educare alla pace, e ciò grazie all’intraprendenza e alla generosità di insegnamenti che hanno compreso che il compito delle scuola è, in primis, quello di educare e, in secundis, quello di istruire. Discorso analogo vale per l’Università. Nel 2020 è nata, per iniziativa della Conferenza dei Rettori, la rete delle Università Italiane per la Pace, alla quale aderiscono 73 Università. A tutt’oggi un solo dottorato di ricercaa in Peace Studies è stato attivato. È agevole comprendere quel che si potrebbe realizzare con un Ministero della Pace, su fronti quali l’addestramento alla difesa non armata, politiche territoriali di trasformazione non violenta dei conflitti, di serie politiche di disarmo. Concretamente, si potrebbe sfatare l’idea errata secondo cui maggiori armi garantirebbero maggiore sicurezza perché creerebbero un sistema di deterrenza efficace contro l’eventuale invasore. Perché in realtà non è così? Per la fondamentale ragione che un sistema di deterrenza non è efficace se basato solo su dispositivi d’arma, ma se fondato sulla credibilità che gli attori sono in grado di costruirsi nel rispondere a una minaccia. Le armi sono solamente una componente e neppure quella rilevante.
Riarmandosi, l’Unione Europea non acquisterà di certo più credibilità nella sua capacità di fronteggiare la potenziale minaccia portata dalla Russia. La vera carta vincente è quella di dare vita a una Agenzia Europea Indipendente – sul modello della Bce – in grado di occuparsi di tutti gli aspetti di una difesa comune.
Sono consapevole delle difficoltà insite nell’attuazione di proposte del genere. Ma non bisogna avere paura delle difficoltà, perché anche l’acqua del mare ha bisogno degli scogli per sollevarsi più in alto. Vi sono persone che studiano l’arte della guerra – come veniva chiamata nella Cina antica – per essere meglio preparati al combattimento. Non solo in Cina, però. Adam Smith, autore della fondamentale opera La ricchezza delle Nazioni (1776) scrive: «La guerra è la più nobile delle arti e il governante deve infondere in tutti gli uomini la capacità di combattere». Eppure, sono molto di più quelli che si occupano di guerra per scoraggiarne e per impedirne lo scoppio. La pace non è un obiettivo irraggiungibile, dato che la guerra non è un dato di natura, come una nutrita schiera di filosofi e giuristi, pure illustri, ha fatto credere. Piuttosto, la guerra è un frutto marcio di persone che la vogliono. Lungi dall’essere la prosecuzione della politica con altri mezzi (von Clausewitz), la guerra è il fallimento della politica. E allora si sviluppano ideologie che insegnano a odiare: il vicino, il diverso, il povero, spargendo ovunque i semi di quella sottocultura dell’aporofobia (la paura dei poveri, ndr) dei cui effetti devastanti sono piene le cronache.
Occorre dunque resistere, con saggezza e tenacia, perché tali persone non abbiano l’ultima parola nella formazione dell’opinione pubblica e soprattutto non arrivino a occupare posizioni di potere politico. Come si sa, l’odio è il più coesivo dei sentimenti politici, perché, più di ogni altro sentimento, tiene assieme una moltitudine e ne fa una totalità obbediente.

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