Siamo tornati a Nir Oz, il kibbutz più colpito il 7 ottobre. «Israele ci ha tradito»
di Lucia Capuzzi, inviata a Nir Oz
Rita Lifshitz, nuora di Yochaved e Oded, sequestrati da Hamas, è una delle pioniere della rinascita del villaggio, dove un quarto degli abitanti venne rapito o ucciso. «Perché i terroristi hanno potuto agire indisturbati per quasi nove ore? Perché i bambini? Solo la pace può salvarci tutti»

Sollevato dal vento instancabile del Neghev, il mulinello di sabbia dorata scintilla al sole, occultando per un istante la sbarra metallica giallo-sgargiante che segna l’arrivo al kibbutz. Gli sprazzi di macchia mediterranea e i campi coltivati sono rimasti indietro, da qualche parte sulla 232, la strada che porta all’estremità meridionale dello Stato ebraico. Il deserto, con i suoi cactus dalle forme insolite ai bordi dell’asfalto, è stato addomesticato solo in parte nel «prato dove fiorisce il coraggio», questo il significato di Nir Oz. Delle ventuno comunità costruite a ridosso di Gaza, è la più remota. La città di Khan Yunis comincia poco oltre, ad appena un chilometro di distanza: dal dramma umanitario della Striscia arrivano i tanti topi che scorrazzano per il kibbutz a dispetto della cinquantina di gatti lasciati da chi non c’è più. La posizione isolata l’ha reso la preda più facile di Hamas il 7 ottobre 2023. Centocinquanta miliziani hanno razziato una casa dopo l’altra, distruggendone oltre l’80 per cento. Su quasi 400 abitanti, 117 sono stati rapiti o uccisi.
La geografia è condizione necessaria ma non sufficiente a spiegare il massacro, il più efferato in proporzione alla popolazione, di quell’alba feroce. «Perché i terroristi hanno agito indisturbati per quasi nove ore? Perché l’esercito è arrivato quasi nove ore dopo, quando ormai erano andati via? Perché il capo di un governo che non ha saputo evitare la tragedia e reagire, è rimasto in carica e, addirittura, si ripresenta alle elezioni?», chiede Rita Lifshitz, nuora di Yochaved e Oded, sequestrati dal gruppo armato a, rispettivamente, 85 e 84 anni. L’anziana, fotografa e artista, è stata rilasciata due settimane dopo per «ragioni umanitarie». Per Oded ci sono voluti 503 giorni di agonia prima di riportare almeno le sue spoglie: sarebbe morto poco dopo la cattura, intorno al 26 ottobre 2023. «Perché abbiamo dovuto aspettare quasi un anno e mezzo per saperlo? Perché non è stato trovato prima un accordo? Magari per mio suocero sarebbe stato già tardi…. Ma quanti dei 251 ostaggi avrebbero potuto essere salvati da un negoziato?».
Gli interrogativi non sono nuovi. A tre anni di distanza dalla strage che ha innescato l’ennesima – e quantomai crudele – guerra israelo-palestinese, però, queste domande si trasformano in un grido assordante. L’attuale anniversario precede di meno di tre settimane il voto per la Knesset. Il più cruciale forse dalla creazione del Paese, nel 1948. Un ballottaggio tra due idee di Israele. Da una parte c’è la «nuova Sparta» mediorientale, incarnata dal premier Benjamin Netanyahu. Dall’altra, l’intento – proposto in varie declinazioni dalle opposizioni – di cercare alternative alla politica della forza a oltranza, pur senza rinunciare del tutto al principio di «difesa preventiva». La questione palestinese – e la ripresa del percorso cominciato a Oslo – non figura nei programmi di nessuno dei principali partiti, almeno per il momento. Il 7 ottobre – con la scia di dolore, veleni, frustrazione, intenti di manipolazione –, al contrario, è trasversalmente in cima all’agenda. Le due Israele lo interpretano in modo opposto.
Per il fronte pro-Netanyahu legittima il conflitto fino alla «vittoria totale» contro una lista interminabile di nemici, da Hamas all’Iran. I critici, invece, ne hanno fatto l’emblema del fallimento da cui lo Stato ebraico deve riscattarsi. Una debacle in termini, innanzitutto, di sicurezza, di strategia – con l’offensiva su Gaza – e di immagine nei confronti del mondo. Soprattutto una lacerazione nel patto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Resa ancora più profonda dal sospetto, corroborato dalle recenti rivelazioni, che Netanyahu fosse informato del piano di Hamas. A Nir Oz, la rabbia è palpabile. Il suo popolo è da sempre progressista e pacifista – come gli attivisti storici Oded e Yocheved – e, per questo, l’ultimo in cui il premier si è recato, fra le proteste, 635 giorni dopo l’attentato.
«Il nostro Paese ci ha tradito. Meritiamo di conoscere la verità. Eppure finora ci è stata negata», afferma Rita, con un chiaro riferimento alla mancata creazione da parte del governo di una Commissione statale di inchiesta sull’attentato di Hamas: la sua costituzione immediata dopo il voto è il cavallo di battaglia dell’opposizione. «Il peggio è che continua tradirci», aggiunge, nella cucina di una delle dieci case nuove costruite dopo il 7 ottobre. «Grazie a donazioni, non a fondi pubblici», ripete. Entro due o tre anni, ne arriveranno altre 240. «Ma non sarà più la stessa comunità. Abbiamo perso 64 persone: vicini, amici, parenti…», aggiunge, mentre condisce l’insalata. Un gesto apparentemente banale. Non per Rita. «Per quasi tre anni non sono riuscita a cucinare. Mi ricordava la vita di prima, quando preparavo i pasti nella sala comune… Ho ripreso a farlo davvero quando sono tornata, nell’agosto scorso».
Come il resto del kibbutz, si era trasferita a Kyriat Gat, da cui fa ancora la spola. Appena c’è stata la possibilità, però, ha voluto essere tra i dieci pionieri della rinascita di Nir Oz. Accanto al gruppo dei “residenti storici”, qualche “new entry” e varie decine neo-laureati del movimento giovanile Hashomer Hatzair e allievi dell’accademia preparatoria al servizio militare. Alcuni giovani abitano ora nella vecchia casa di Rita, una delle sei sopravvissute ad Hamas, che l’ha impiegata come base per coordinare il raid. La nuova è situata su uno dei vertici del triangolo da cui comincia la cosiddetta «strada della morte», epicentro dell’eccidio. Nonché sintesi visiva de dilemma della ricostruzione di Nir Oz. Sul lato sinistro ci sono le rovine dell’abitazione di Carmela Dan, 80 anni, assassinata insieme alla nipote 12enne Noya. Di fronte, due grandi buche sono quel che resta delle villette di Adina e Said David Moshe, 72 e 75 anni – l’una tenuta prigioniera per 49 giorni e l’altro ucciso – e David Shalev, 75 anni, anche lui colpito a morte. Entrambe sono state demolite per volontà dei sopravvissuti: solo undici famiglie hanno voluto conservare le carcasse bruciate delle proprie case. La sfida per il kibbutz – come per gli altri devastati da Hamas – è trovare un equilibrio tra la custodia della memoria e il desiderio di ricominciare.
«È stato un grave errore buttare giù, a gennaio, la casa di Oded. Ma è stata la volontà di Yochaved e l’abbiamo rispettata», dice Rita fra i cactus del giardino del suocero che, invece, è rimasto intatto. Una farfalla dipinta sul muro al termine del kibbutz ricorda il giorno – 20 febbraio 2025 - del ritorno dei corpi di Ariel e Kfir Bibas, 4 anni e nove mesi, le più piccole vittime di Hamas. «Che c’entravano quei bimbi? Che c’entrano i bambini di Gaza? – conclude –. Solo la pace può salvarci tutti. Era il sogno per cui Oded ha combattuto fino all’ultimo. Lui è morto ma quel sogno è ancora vivo. Tocca a noi rimasti portarlo avanti».
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