Ora la Cina “arruola” i cervelli sudcoreani
di Luca Miele
Il gigante asiatico va a caccia di ingegneri nel campo dei semiconduttori. Una forza di attrazione che rispecchia la nuova mappa (e le nuove gerarchie) della ricerca globale

È una “guerra” combattuta non a suon di missili o di eserciti ma di talenti. Di “cervelli”. Una competizione senza esclusione di colpi per attirarli, assoldarli, impiegarli. Protagonisti la Cina e la Corea del Sud: la prima all’offensiva nel reclutamento dei talenti, l’altra in difesa, assillata dalla fuga di cervelli, inquietata da possibili falle nella “sicurezza nazionale”. Il settore che sta monopolizzando la competizione tra i due Paesi asiatici è quello dei semiconduttori, “il campo” che più di altro deciderà i rapporti di forza del futuro. Tecnologici, economici, politici e militari.
Come scrive il sito di analisi Asia Times, siamo in presenza “di una competizione tra scienziati, ingegneri e pionieri del mondo accademico che darà forma al futuro. In questa lotta, il talento è il nuovo petrolio e gli oleodotti si stanno spostando, mentre il flusso di talenti, un tempo unidirezionale, verso gli Stati Uniti si sta invertendo, riorientando le carriere, riequilibrando l'innovazione e ridisegnando la mappa del potere e dell'influenza globali”. Insomma stiamo assistendo “a una ridistribuzione delle capacità intellettuali globali, che sta rimodellando gli ecosistemi della ricerca e alterando sensibilmente l'equilibrio dell'innovazione globale”.
È possibile quantificare questo esodo? Lo scorso anno Huawei ha reclutato più di 300 giovani esperti sudcoreani attivi nella ricerca e sviluppo e nella tecnologia dei chip. Un'indagine della National Assembly sudcoreana ha rivelato che almeno 27 ingegneri senior provenienti da colossi come Samsung Electronics e SK Hynix si sono trasferiti presso il produttore cinese di memorie CXMT (rimanendovi però in media solo 2,9 anni). Secondo quanto riporta la stampa sudcoreana, l'82,9% degli specialisti sudcoreani ha ricevuto offerte di lavoro dalla Cina, spinte da compensi pari a circa 3-4 volte lo stipendio corrente e da un forte aumento delle posizioni aperte.
Pechino sta mettendo in campo strategie mirate. A partire “da pacchetti retributivi che potrebbero facilmente allettare gli accademici", come ha spiegato Lee Byoung-hun, professore di ingegneria dei semiconduttori al Postech, che ha lavorato alla ricerca e sviluppo di chip presso Samsung Electronics e IBM. "Offrono uno stipendio annuo di 300 milioni di won (221.200 dollari), un bonus di rendimento pari allo stipendio, circa 1 miliardo di won all'anno in finanziamenti per la ricerca e persino una casa e un'auto."
A questo movimento, se n’è aggiunto un altro, “sotterraneo”. Secondo i dati dell'Agenzia nazionale di polizia coreana, lo scorso anno la polizia ha intercettato 179 fughe di dati tecnologici, 33 delle quali provenienti dall'estero. In 18 di questi casi, pari al 54,5%, la destinazione era la Cina. Cento casi di fuga di tecnologia industriale all'estero negli ultimi cinque anni, di cui quasi il 40% riguarda i semiconduttori.
Seul prova a correre ai ripari. Il colosso della tecnologia Samsung scommette sui bonus per frenare la fuoriuscita. Come scrive Asia times, “gli strumenti legali a disposizione di Seul sono limitati”. "Non esiste una base giuridica per reprimere o limitare le assunzioni lecite dall'estero", ha dichiarato il ministero dell'Industria coreano.
La guerra dei talenti si innesta su due movimenti “epocali” destinati a ridisegnare gli equilibri mondiali. Il primo sta rivoluzionando le tradizionali gerarchie nel mondo della conoscenza. I numeri certificano lo spostamento del baricentro della leadership nella ricerca mondiale dall’Occidente alla Cina. Nella top ten delle università al mondo per produzione di ricerca lo scorso anno ben nove erano cinesi. Unica eccezione: l'Università di Harvard, classificatasi al sesto posto. Ciascuna delle istituzioni accademiche cinesi ha prodotto oltre 20.000 pubblicazioni in un solo anno.
Secondo un rapporto del National Institute of Science and Technology Policy, i ricercatori cinesi hanno rappresentato quasi un terzo del 10% delle citazioni più importanti al mondo negli ultimi tre anni, con il 31,8%. Gli Stati Uniti sono scesi al secondo posto con circa il 17%, mentre la Corea si è classificata nona con il 2,1%. Secondo Il Critical Tech Tracker elaborato dall’Australian Strategic Policy Institute, “la Cina non si limita più a essere all'avanguardia nella ricerca nei principali settori tecnologici, ma si sta anche avviando verso una posizione monopolistica nella maggior parte di essi”. Il gigante asiatico sta erodendo la leadership nella ricerca degli Stati Uniti, “in un settore tecnologico dopo l'altro”.
L’altro movimento epocale è quello incentrato sulla produzione dei semiconduttori. Un settore che sta conoscendo una vera e propria esplosione. Come riporta il World Semiconductor Trade Statistics, il mercato globale dei semiconduttori raggiungerà i 975 miliardi di dollari nel 2026, con una crescita annua del 26,3%. Secondo Sun Tzu Recruit China, società leader nella ricerca e selezione di personale dirigenziale, con sede a Guangzhou, “il fatturato dei chip per la sola Intelligenza artificiale si avvicina ai 500 miliardi di dollari, diventando la principale forza trainante della crescita del settore. Dall'altro lato, c'è un grave problema di carenza di talenti. Secondo il "Rapporto sullo sviluppo dei talenti nel settore dei semiconduttori in Cina per il 2026", pubblicato dalla China Semiconductor Industry Association, la carenza di talenti nel settore cinese dei semiconduttori ha raggiunto le 200.000 unità, di cui oltre 80.000 per i talenti tecnici di alto livello”. In pratica, il settore dei chip cresce molto più velocemente della capacità di formare i talenti.
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