La mossa di Netanyahu: «Alla sbarra chi ha partecipato a Naza»

di Lucia Capuzzi, inviata a Gerusalemme
Il premier ha chiesto di identificare i militari coinvolti e di sottoporli a «conseguenze penali». Rapoport: «Vuole trasformare il documentario in arma politica»
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October 12, 2026
Un'immagine notturna di un tetto di Tel Aviv dove il regista Yuval Abrahams intervista alcuni militari israeliani
Un fermo immagine del trailer di "Naza", girato sui tetti di Tel Aviv dopo il tramonto
«E’ l’ultimo atto di una strategia volta a spostare il baricentro del dibattito pubblico dagli scandali sul 7 ottobre, in particolare gli avvisi inascoltati dell’attacco di Hamas». Meron Rapoport non è sorpreso né arrabbiato. La sua voce è calma nonostante l’ennesimo attacco a “Naza”, il documentario a cui ha collaborato come consulente editoriale, da parte del governo di Benjamin Netanyahu. Il premier ha chiesto al capo di stato maggiore dell’esercito, al responsabile dei servizi segreti interni – lo Shin Bet – e al procuratore generale di avviare un’indagine approfondita per identificare e perseguire penalmente i 24 militari dell’intelligence che, in condizioni di anonimato, hanno raccontato agli autori - Yuval Abrahams e Rachel Szor – il sistema di ordini, modelli operativi e politiche che ha portato all’uccisione di massa di decine di migliaia di civili a Gaza. “Naza”, appunto, acronimo di “danni collaterali” nel linguaggio tecnico. Donne, uomini, bambini sacrificati all’obiettivo di eliminare i comandanti di Hamas, in modo «premeditato, calcolato e intenzionale», hanno scritto gli autori su 972-Local call, il giornale per cui lavorano, insieme a Rapoport. Accolto con 24 minuti di applausi al Festival di Venezia dove è stato presentato e dove ha ottenuto il Premio della giuria, il video ha innescato reazioni virulente in Israele. Dopo le prime proiezioni, le foto di Abraham e Szor con una “x” rossa e la scritta “traditore” sono spuntate ad Ashdod e in altre città, inducendo i due a rinviare a tempo indeterminato il rientro nel Paese. Un gruppo di critici ha organizzato un picchetto davanti alla redazione di 972-Local Call a Tel Aviv e una folla ha gridato: “Pena di morte per i traditori” davanti alla casa della co-regista. Nel frattempo, il ministro della Cultura, Miki Zohar, ha ventilato l’ipotesi della revoca della cittadinanza ai due registi “responsabili”.
Al contempo, il capo delle forze armate, Eyal Zamir ha promesso di utilizzare «ogni strumento a disposizione» per contrastare quest’”aggressione a Israele». In un documento di 17 pagine, l’esercito ha confutato il contenuto del film: «Contiene errori fattuali sostanziali. Le tragiche conseguenze della guerra non giustificano la distorsione dei fatti». E ne ha realizzato perfino una versione alternativa e opposta, simile nelle inquadrature, nel titolo, “Naza the real story” e perfino nella locandina. L’escalation è proseguita fino all’intervento a gamba tesa di Netanyahu con la richiesta di un’azione penale. Questo documentario «racconta una storia falsa, fuorviante e di parte che diffama il nostro Paese e il nostro esercito agli occhi del mondo», ha affermato il premier. Secondo lo stesso procuratore militare, Itai Offir, non vi sarebbero basi legali a meno che i partecipanti non avessero violato la sicurezza informatica o diffuso materiale classificato.
Il quotidiano britannico The Guardian, che l’ha prodotto con JW Films, ha replicato che il filmato è il risultato di un «processo rigoroso di il filselezione delle testimonianze» e di «interviste a oltre 100 fonti a conoscenza dei sistemi delle forze di difesa israeliane utilizzati nella guerra a Gaza, compresi comandanti di alto rango direttamente coinvolti nell'autorizzazione degli attacchi». Il caso-Naza, però, va ben oltre al contenuto. In vista del voto del 27 ottobre, «Netanyahu cerca di trasformare il documentario in un’arma politica. Per compattare la propria base, agitando lo spettro dell’assedio a Israele. E per intimidire i media, le cui inchieste recenti sono una spina nel fianco per il premier», dichiara Rapoport. Gli attacchi alla stampa rappresenterebbero un segnale di debolezza dell’esecutivo che teme di perdere la competizione, in cui è dato dai sondaggi sul filo del rasoio. «Non è detto che il leader debole sia meno pericoloso – conclude il giornalista –. Di certo, la pressione sull’informazione non è compatibile con la democrazia. Nemmeno l’occupazione dei Territori palestinesi lo è. Ora, però, il cerchio si stringe anche dentro i confini di Israele»-

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