Israele, la democrazia ferita, il 7 ottobre: in strada a Gerusalemme c'è chi prova a ricominciare con un fiore

di Luca Foschi, Gerusalemme
La missione dei volontari di “Let’s talk Democracy” comincia con un dono ai passanti: da qui la “scintilla” della fiducia. L’obiettivo è riaprire finestre per l’ascolto reciproco
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October 6, 2026
Un’attivista di “Let’s talk democracy” a Gerusalemme. Oggi il gruppo conta 300 volontari attivi in oltre 40 banchetti / Courtesy Let’s talk Democracy
Un’attivista di “Let’s talk democracy” a Gerusalemme. Oggi il gruppo conta 300 volontari attivi in oltre 40 banchetti / Courtesy Let’s talk Democracy
Nella piazza, minuscolo cuore di una raggiera di vicoli dove i camerieri preparano i tavoli per l’aperitivo, arriva il brusio di Yaffo street, Gerusalemme, dove scorre la fiumana biancovestita che celebra a passeggio la festività del Sukkot. La missione dei volontari di “Let’s talk Democracy” comincia con il dono di un fiore a un passante, il fiore diventa parola e la parola spazio democratico, agorà. L’associazione ha stabilito una prassi minima, “scientifica”, per l’innesco e la gestione del colloquio. Ma innumerevoli sono le vie del linguaggio, la prossemica dei corpi, le sfumature del senso. Unico, semplice e terso lo scopo: parlare di democrazia, sciogliere i mostruosi coaguli del discorso e permettere al sangue della vita collettiva di fluire nell’organismo sociale malato. Una maieutica popolare e reciproca, di strada.
«Ho appena parlato con un ragazzo di 20 anni. Religioso ma molto liberale, si è sposato quattro giorni fa. Prima di tutto abbiamo stabilito che non siamo qui per convincere nessuno, non rappresentiamo alcun partito. Lui non ha ancora scelto chi votare alle elezioni. Poi il dialogo è scivolato sull’educazione. In Israele i partiti ultraortodossi si rifiutano di adottare il curriculum minimo dello Stato, matematica, scienze, inglese. Lui sosteneva che la maggioranza non possa imporre scelte come questa alle minoranze. Io credo che un minimo di sapere condiviso debba esistere. Ma mi ha posto dei dubbi, non sapevo come rispondere a certe sue affermazioni», racconta Yahir Shukef, 50 anni, ingegnere e ricercatore universitario, da due anni e mezzo a capo della squadra che stimola lo scambio democratico a Beit Shemesh, periferia di Gerusalemme popolata da una maggioranza ultraortodossa.
Yuval Abashai, 30 anni, biologo e dottorando in genetica, ha appena finito di parlare con un coetaneo canadese che sta elaborando un programma capace di mettere a confronto la posizione dei partiti sui temi della proposta politica. La rosa in mano, resta in sella alla bicicletta: «Abbiamo discusso il tentativo del governo Netanyahu, prima del 7 ottobre, di imporre le decisioni politiche sul giudizio della Corte Suprema, e passati poi a trattare il divieto di indossare indumenti religiosi per i lavoratori statali canadesi. Non potrebbe mettere la kippah sul capo». Ha mai incontrato problemi durante l’attività? «Sì, una volta, a Beit Shemesh, dialogavo con un sostenitore di Ben Gvir. All’improvviso due suoi amici si sono avvicinati al banchetto urlando. Vai via! Fuori di qui! Questo non è il tuo posto, dicevano. Il primo, furioso, li ha allontanati. Non è così che ci si confronta, noi non siamo questo».
Il vasto, ostinato movimento popolare che ogni sabato inondava le strade israeliane prima del massacro del 7 ottobre è stato congelato dalla guerra a Gaza, è andato in quiescenza accompagnato dallo stato d’eccezione e da un compromesso: la fine delle manifestazioni in cambio della fine dell’offensiva lanciata dal governo estremista contro il potere giudiziario. “Let’s talk democracy” nasce nel febbraio 2023 dall’intuizione di uno sparuto e ostinato gruppo maturato nell’interrotta esperienza collettiva. Oggi conta almeno 300 volontari in oltre 40 banchetti distribuiti su tutto il territorio nazionale. «Molte delle persone con cui parliamo ci dicono che nessuno nello spettro dei partiti politici rappresenta ciò che davvero desiderano per il Paese.
Siamo prigionieri delle nostre molte identità», spiega Thom Rofe’, co-manager dell’organizzazione insieme a Roy Malka. La sintesi delle esperienze dialogiche offerta da Thom, 41 anni, editor di testi accademici, è una contro-radiografia sociologica di Israele, lo svelamento di una realtà complessa che quotidianamente viene uccisa sul banco da macello della propaganda, mortificata dalle semplificazioni della stampa locale e internazionale. «I media, soprattutto i social, amplificano le voci più polarizzate. Le persone esprimono il messaggio più radicale che gli viene in mente. Per strada noi chiediamo, davvero pensi queste cose? La risposta è sempre no. Allora perché le dici? Per farmi sentire, replicano». A unire le molte tribù di Israele il trauma del 7 ottobre, il desiderio di una leadership onesta, l’odio reciproco delle frange radicali, l’utilizzo ossificato e vuoto delle parole, democrazia, giustizia, pace, a cui pochi sanno dare un pieno e vivo significato quanto sollecitato alla definizione. Per strada al fiore segue di solito il dono di un cartoncino sul quale vengono enumerati e descritti i “principi per vivere insieme”: uguaglianza, vita dignitosa, libertà, mutua solidarietà, interesse e tolleranza. Una bacheca magnetica divisa in sette colonne ospita le calamite con cui i cittadini indicano ciò che è più importante fra le categorie a disposizione.
«Un uomo mi ha appena chiesto di eliminare l’uguaglianza, perché non esiste in natura. Era con i suoi tre figli. Gli ho chiesto se non vorrebbe che i suoi tre bambini, diversi, avessero identiche opportunità nel loro percorso di vita. Sì, ha risposto. Non so se ne parlerà agli amici, se giudicherà i politici da una prospettiva nuova. Viviamo momenti di disperazione, ma questi incontri mi danno speranza. Per molti la visita al nostro banchetto è diventata un’abitudine», dice Ester Guggenheim, 60 anni, impiegata della Biblioteca Nazionale.
A tenere insieme l’eterogenea galassia delle opinioni la stessa irriflessiva sudditanza al discorso cresciuto nella paura, esaltato dai centri di potere: «Una volta una bambina di otto anni, interrogata su quale fosse la sua priorità, ha cominciato a declamare le tirate casalinghe dei genitori contro il premier Netanyahu. Ho visto l’imbarazzo stupefatto crescere nei loro volti. E la vergogna di una madre per un ragazzo che sosteneva di non vedere l’ora di entrare nell’esercito per poter uccidere gli arabi. Non dargli retta, è un bravo ragazzo, ha insistito la madre»ricorda Thom Rofe’. Presto Let’s talk democracy potrebbe arrivare nei quartieri arabi di Israele, e un giorno, chissà, anche fra le strade della Cisgiordania. A fine serata il secchio che conteneva le rose è vuoto. Fragile e potente è la natura dei fiori. Così quella della democrazia.

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