Il dolore e la rabbia delle famiglie delle vittime: «Vogliamo un'inchiesta sul 7 ottobre»
di Lucia Capuzzi, inviata a Gerusalemme
«Da quando Hamas ha attaccato conosciamo i fatti nel dettaglio, istante per istante. Quello che ancora non sappiamo è come sia potuto accadere»

«Vorrei che mio figlio e i suoi compagni fossero ricordati con gratitudine perché hanno avuto il coraggio di assumersi le proprie responsabilità. Non come i politici...». Ruby Chen lo dice mentre si incammina sulla salita del Monte Herzl. La luce morbida del tramonto avvolge la collina e il suo enorme cimitero militare. Fra gli alberi, spiccano le tombe bianche: file e file interminabili dove riposano i caduti delle troppe guerre di Israele. Giovani e giovanissimi, in gran parte. Come il capitano Daniel Pérez, 22 anni, ucciso il 7 ottobre 2023 nella difesa del kibbutz di Nahal Oz dai miliziani di Hamas. Il momento di preghiera in suo ricordo chiude la giornata di cerimonie di questo lunedì in cui, in base al calendario ebraico, cadrebbe il terzo anniversario. Ruby Chen ha voluto partecipare in rappresentanza del figlio Itay, morto a 19 anni mentre combatteva al suo fianco. «Il dolore è lo stesso da tre anni. Almeno stavolta, però, ho una tomba su cui piangere. Da quando Hamas ha attaccato, all’alba del 7 ottobre, conosciamo i fatti nel dettaglio, istante per istante. Quello che ancora non sappiamo è come sia potuto accadere».
Per questo, l’imprenditore di Netanya, ha rivolto un toccante appello a tutti i partiti in lizza per il voto del 27 ottobre affinché il primo atto del nuovo governo – di qualunque colore – sia la costituzione di una commissione statale d’inchiesta. «Abbiamo il diritto di capire – sottolinea –. Affinché non si ripeta». La richiesta di trasparenza è incessante da parte dei familiari delle vittime del massacro di Hamas, anche se le possibilità di ottenerla diminuiscono con il trascorrere del tempo. Finora, però, è stato impossibile smuovere il premier Benjamin Netanyahu, che si oppone, con cangianti motivazioni, a un’indagine istituzionale. Con l’approssimarsi delle elezioni, la questione è saltata, in modo dirompente, sulla ribalta politica. Torna, nonostante le «attenzioni dell’esecutivo», in ognuno degli eventi organizzati in questo lungo anniversario che si protrarrà fino a domani, la data ufficiale, in base al conteggio internazionale. Appena poche ore prima dell’omaggio a Daniel Pérez, proprio nello stesso cimitero, blindato per la presenza delle autorità, Netanyahu aveva celebrato i propri successi «contro il terrorismo a Gaza, in difesa di Israele e del mondo» «Continueremo la nostra missione, fino alla fine», stava affermando quando un grido l’ha interrotto. «Vergogna. Hai le mani sporche del sangue di mio figlio e degli altri 1.200 uccisi del 7 ottobre. Non li hai protetti», ha urlato Yakoov Godo, padre di Tom, colpito a morte per errore dall’esercito mentre era nascosto nel rifugio a Kissufim. Per 963 giorni, il 77enne è rimasto accampato davanti alla Knesset per chiedere le dimissioni del governo e la fine della guerra a Gaza. Solo con la convocazione della consultazione è tornato a casa sua, a Na’an, ma continua a lottare. Molti dei parenti dei colpiti nel peggior attacco dalla creazione dello Stato ebraico fanno altrettanto. In modi differenti.
Quanti sono riuniti nel «Consiglio d’ottobre» accusano il premier di avere nascosto l’allarme e si battono per un’inchiesta. Una campagna social per chiedere risposte è stata appena lanciata. Almeno nove, tra sopravvissuti e familiari dei colpiti, hanno deciso di candidarsi. Solo una di loro, Talik Gvili, madre del poliziotto assassinato Ran – la cui salma è stata l’ultima ad essere recuperata dalla Striscia lo scorso gennaio – corre nel Likud del premier. Gli altri sono distribuiti nel resto dell’arco politico. Come Shira Shapiro e Nir Hagbi, genitori rispettivamente dei defunti Aner e Yonatan, che hanno scelto «Yashar», il partito dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, che rappresenta la principale opposizione al premier ed è in prima posizione nei sondaggi. Michal Hirsch Negri, madre di Roee, e Noam Tibon, padre di Amir – altre due vittime dell’eccidio – sono parte di «Together», formazione di Naftali Bennet, che vuole creare una coalizione ampia alternativa al governo. Sharon Sharabi, sorella degli ostaggi Yossi e Eli, partecipa con il conservatore «Israel Beitenu». «Sì, anche a me hanno chiesto di candidarmi. Ma non fa per me: sono un imprenditore, non un politico. Rispetto e capisco chi ha deciso di entrare nella competizione. Ritengo, però, di dovermi dedicare ad altro. Parenti e superstiti del 7 ottobre hanno un ruolo importante nella società israeliana, in modo differenti – conclude Ruby Chen –. Come cittadino anche statunitense lavoro per sostenere il dialogo con i vicini arabi, sulla linea degli Accordi di Abramo. L’integrazione economica e lo sviluppo sono determinanti per creare pace nella regione».
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