Ebola e guerra senza tregua: nella Rd Congo in fuga dall'orrore
di Nello Scavo, inviato a Putabenge
Al confine con il Sud Sudan, le milizie massacrano i civili mentre l'epidemia dilaga. Il ritorno sulla scena di Joseph Kabila acuisce le tensioni

Una chiesa. Non un campo profughi, non un centro sanitario. Un riparo tra assi di legno, sotto a un campanile basso, dove i tuoni sulla foresta sono indistinguibili dall’artiglieria. In attesa che qualcuno decida cosa fare degli sfollati. Scappano dal machete, fuggono da Ebola.
Nella terra di nessuno, nei venti chilometri dove nessuno sa dove finisca la tragedia della Repubblica democratica del Congo e dove cominci la miseria del Sud Sudan, l’emergenza è cominciata così. Arriviamo nel giorno in cui le autorità segnano sui registri 3.450 nuovi arrivati: 575 nuclei familiari, 1.816 bambini sotto i 15 anni. «Dobbiamo accoglierli e prenderci cura di loro», dice Wilson Tetela, commissario della contea sudsudanese di Ibba, a ridosso della frontiera verde e impenetrabile. Se li sono visti arrivare in silenzio, da dietro a una radura. Abbandonano un Paese che sulle carte geografiche si chiama Repubblica Democratica del Congo, ma che da queste parti è semplicemente Congo.
La frontiera è soprattutto una convenzione. In volo da Maridi solo i sistemi di bordo del Cessna ci avvertono che siamo sopra l’immenso altopiano congolese. Foresta, campi di manioca, piste che la pioggia trasforma in melma. Una volta a terra, una pista è sorvegliata da militari, un’altra dagli operatori dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni e personale medico internazionale. Gli unici con guanti e mascherine. Guardano la selva, come una quinta da cui sbucano gli sfollati. Piccole capanne di plastica blu serviranno a esaminare alla buona lo stato di salute. Anche noi veniamo rapidamente controllati: temperatura corporea, qualche domanda, una decisa spruzzata di disinfettante. È la prima linea contro Ebola. «Non ha passaporto e nemmeno un certificato di nascita», avverte Nama Edward Bukulu, ministro regionale della Salute. A Nabanga i registri contano gli arrivi, non possono censire chi è rimasto dall’altra parte. L’ultimo bilancio comunicato dalle organizzazioni sanitarie supera novemila casi confermati e quattromila morti. L’infezione ha raggiunto anche l’Haut-Uélé, provincia confinante con il Sud Sudan. In un centro di trattamento, fra giugno e settembre, sono stati ricoverati 30 bambini, solo 6 ne sono usciti vivi. «È molto probabile che siano stati contagiati all’interno delle strutture sanitarie», spiega la coordinatrice di Medici Senza Frontiere Stéphanie Hoffmann. Gli operatori di Amref, che già devono occuparsi della tubercolosi, del disagio psicologico, delle partorienti e di strutture sanitarie tenute in piedi per miracolo, sono diventati l’altra barriera prima che il virus dilaghi. L’isolamento aggiunge sofferenza alla sofferenza. Molti bambini sono morti senza poter essere abbracciati dai genitori, tenuti necessariamente a distanza. Senza neanche una carezza da poter dare né ricevere. Fuori dagli ospedali la paura alimenta la diffidenza. Alcuni sanitari hanno rinunciato a esporre il proprio nome sulle tute protettive, temendo ritorsioni. Hanno preferito scrivere «Infermiere 1», «Medico 1». Intanto mancano strumenti terapeutici studiati specificamente per i più piccoli. «I bambini non possono continuare ad aspettare che i dati vengano prodotti sugli adulti», denuncia l’epidemiologo Guyguy Manangama.
Joseph Conrad aveva attraversato il Congo inseguendo l’avorio. Ne avrebbe tratto “Cuore di tenebra”, il racconto dell’avorio, dello sfruttamento coloniale e di Kurtz, che muore ripetendo una parola: «L’orrore!». La guerra rende ancora più difficile fermare l’epidemia. Il 4 dicembre 2025 Congo e Ruanda avevano firmato a Washington accordi di pace. Eppure l’M23, sostenuto militarmente da Kigali secondo le Nazioni Unite, continua a controllare Goma, Bukavu e vaste aree dell’est. Il Ruanda nega di appoggiare i ribelli e denuncia la presenza delle milizie hutu FDLR. Ma il 12 ottobre a Goma è riapparso Joseph Kabila, presidente della Repubblica Democratica del Congo per diciotto anni. Ha annunciato la costituzione di una nuova coalizione politico-militare, destinata a sostituire l’alleanza AFC-M23. L’ex presidente congolese punta a riunire le forze ostili al governo di Kinshasa, consolidando il proprio ruolo nella ribellione sostenuta dal Ruanda. Una mossa che rischia di riaccendere il conflitto nonostante gli accordi di pace. Joseph Kabila aveva 29 anni quando suo padre Laurent-Désiré fu assassinato a Kinshasa. Era il 16 gennaio 2001. Dieci giorni dopo l’arrembante erede era presidente. Ora torna sulla scena.
Ma sotto la guerra c’è un’altra geografia. A Rubaya, nel Nord Kivu, si estrae una quota importante del coltan mondiale. L’M23 ha conquistato l’area nell’aprile 2024. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, i ribelli hanno imposto un sistema di controllo dell’estrazione, della tassazione e del commercio, con entrate stimate in almeno 800mila dollari al mese. Il minerale indispensabile alla tecnologia globale viene trasferito verso il Ruanda e può essere mescolato alla produzione locale prima di raggiungere i mercati internazionali. Cambia la provenienza dichiarata, non quella effettiva. I rapporti Onu descrivono una filiera nella quale il dominio militare si trasforma in gettito fiscale clandestino. Il minatore paga per scavare, il commerciante per acquistare, il trasportatore per passare. Il problema non è soltanto chi spara, ma chi acquista senza poter dimostrare l’origine di ciò che compra. Amnesty International ha documentato uccisioni sommarie, lavoro forzato e detenzioni nelle aree minerarie controllate dai ribelli. Almeno 18 minatori sarebbero stati uccisi a Rubaya e Lomera. Altri costretti a lavorare sottoterra per giorni. A Beni, nel Nord Kivu, le “Adf”, formazione di origine ugandese affiliata allo Stato islamico, continuano a terrorizzare i villaggi. «Continuano tutte le settimane con l’orrore di tagliare le teste, di fare a pezzi le persone», ci spiega una fonte sul posto dopo averci inviato i filmati che raccontano di come il machete serva a risparmiare proiettili e moltiplicare il terrore. È qui che padre Vincent Machozi aveva denunciato per anni il rapporto fra massacri, traffici di coltan e impunità. Il 20 marzo 2016 uomini armati in uniforme lo assassinarono nel territorio di Beni. «Perché mi uccidete?», aveva chiesto agli esecutori che certo conoscevano la risposta dei loro mandanti.
La terra di nessuno è un confine che «è stato delimitato, ma non è mai stato demarcato», ricordava nel settembre 2024 il ministro congolese dell’Interno Jacquemain Shabani. Conrad aveva inseguito da qui il racconto dell’avorio. Oggi si chiamano coltan, oro, stagno. Resta la domanda su chi scava, chi incassa e chi paga il prezzo della ricchezza altrui. Le merci attraversano le linee tracciate sulle carte e trovano compratori a migliaia di chilometri. Per chi fugge, invece, arrivare in un altro Paese non significa ancora essere al sicuro. La prima porta aperta è stata quella di una chiesa. Non è detto che basti per salvare da Ebola, né per dimenticare l’ultima parola di Kurtz: «L’orrore!»
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