Due bare avvolte di bianco in una chiesa di Gaza ci ricordano che quella guerra uccide ancora
di Lucia Capuzzi, inviata a Gerusalemme
Nella chiesa greco ortodossa la comunità si è riunita per dare l'ultimo saluto a due persone uccise oggi dai raid israeliani. La loro colpa è stata quella di abitare vicino a uno degli esponenti di Hamas, bersaglio dell'operazione. Al cordoglio si è unita anche la parrocchia cattolica della Sacra Famiglia, con padre Gabriel Romanelli e Carlos Ferrero

Due bare avvolte in un lenzuolo bianco circondate dalle icone dorate appese alle mura antiche di San Porfirio. Ancora una volta, ieri mattina, i cristiani rimasti a Gaza si sono riuniti in massa nella chiesa greco ortodossa della capitale della Striscia per dare l’ultimo saluto a due esponenti della propria comunità uccise dalla guerra. Sessanta in quasi tre anni, il 6 per cento del migliaio presente prima del conflitto. Ventritré di loro colpiti dai bombardamenti. L’ultima volta è accaduto nella notte di venerdì. Maysa Khader Ibrahim Abu Daoud e la figlia Mary Hafez Najjar dormivano nel proprio appartamento al piano terra di un condominio del quartiere residenziale Rimal, quando due ordigni sganciati dall’aviazione israeliana l’hanno interamente distrutto. Con loro sono morti anche Yasmin al-Boubou, la madre, Haloum al-Boubou, e il 21enne Bilal Ali Khalil Awda. «Vittime collaterali» o «Naza» nel gergo militare, reso celebre nel mondo dall’omonimo documentario di Yuval Abrahams e Rachel Szor, insignito con il Premio della giuria al Festival di Venezia.
In questo i civili erano “colpevoli” di abitare accanto Ali al-Moudi, tra i vertici del braccio politico di Hamas, bersaglio del raid. Collaboratore storico del defunto leader Yahya Sinwar, era stato rilasciato nel 2011, insieme ad altri 1026 detenuti palestinesi, in cambio della liberazione del soldato Gilad Shalit. Secondo i media arabi, nell’agosto 2025, al-Moudi era stato “promosso” fra i responsabili dell’ufficio politico dell’organizzazione e guidava il fronte dei cosiddetti pragmatici, favorevoli a un accordo per la fine del conflitto. L’esercito israeliano non ha confermato la sua uccisione nell’attacco di venerdì notte. Le Chiese cattolica e greco-ortodossa hanno espresso «profondo dolore» per la scomparsa delle due fedeli che riduce a 539, in base alle ultime rivelazioni, il numero dei cristiani nell’enclave. «Il cardinale Pierbattista Pizzaballa esprime le più sentite condoglianze alle famiglie delle defunte e alla comunità cristiana di Gaza e prega perché il Signore conceda loro conforto, forza e consolazione in questo momento di dolore», si legge nel comunicato diffuso dal Patriarcato latino di Gerusalemme.
«Preghiamo Dio di concedere loro il riposo eterno», ha sottolineato il patriarca ortodosso Alexios. Al cordoglio si è unita anche la parrocchia della Sacra Famiglia, attraverso i sacerdoti Gabriel Romanelli e Carlos Ferrero, superiore del Verbo Incarnato, le religiose della congregazione e le Missionarie della carità, in prima linea dall’inizio del conflitto nell’assistenza alla comunità e al resto dei palestinesi. Fra una settimana esatta sarà trascorso un anno dall’avvio del cessate il fuoco della Striscia. Da allora, le incursioni sono diminuite ma non terminate. I cosiddetti “raid mirati” si ripetono giorno dopo giorno, come dimostrano i 1.400 morti registrati dalle autorità sanitarie locali, sotto il controllo di Hamas. In media quattro al giorno, almeno trecento sono bambini. Nello stesso periodo sono stati uccisi anche quattro soldati israeliani. Il processo di stabilizzazione, sancito nel piano in venti punti di Donald Trump, nel frattempo, è rimasto sulla carta. Oltre metà della Striscia è ancora occupata dalle forze armate israeliane: l’accordo per il disarmo di Hamas e il dispiegamento di truppe internazionali contestuali al ritiro è in alto mare. Fonti ben informate sostengono che il presidente Usa non voglia fare pressione sul governo di Benjamin Netanyahu durante la campagna per le elezioni del 27 ottobre.
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