Cisgiordania, l'assalto a una famiglia spiega lo strapotere dei coloni. Anche sull'esercito
di Luca Foschi, Ramallah
A Jalud, circa 800 abitanti, in 150 hanno preso di mira un'abitazione, mentre i palestinesi venivano scortati inutilmente dall'Idf. Le forze militari sono state obbligate alla ritirata. Il presidente israeliano Herzog: questi fatti sono un attacco allo stato di diritto

È stato il piccolo villaggio di Jalud a ospitare, nelle prime ore di martedì, uno degli episodi di violenza più inquietanti degli ultimi mesi, monito severo per il futuro prossimo della Cisgiordania, e forse di Israele. Una banda composta da circa 150 coloni ha assaltato una famiglia palestinese rientrata dopo due mesi nella propria abitazione, obbligando alla ritirata le forze di sicurezza israeliane incaricate di scortarla. La famiglia Tubasi è stata costretta ad abbandonare la casa isolata in cima alla collina due mesi fa a causa delle costanti vessazioni subite dalla “gioventù delle colline”.
Jalud, circa 800 abitanti, è situato a metà strada fra Nablus e Ramallah, in Area B, dove gli affari civili sono gestiti dall’Autorità Palestinese e quelli legati alla sicurezza da Israele. Gli stabili appartenenti alla famiglia negli ultimi mesi sono stati “coperti” da un ordine che ha reso l’area “zona militare chiusa”. Nelle scorse settimane la Corte Suprema israeliana ha dato ordine che alla famiglia fosse garantito il ritorno al domicilio, e imposto allo Stato di comunicare entro il 22 settembre l’avvenuto rientro e le misure adottate per difendere i Tubasi dagli attacchi dei coloni.
Per ragioni di “coordinamento” l’Idf, chiamato a scortare i cinque componenti del nucleo familiare, ha posticipato il ritorno, pianificandolo per la notte fra lunedì e martedì. Secondo quanto appreso dal quotidiano Haaretz l’esercito ha deciso di procedere senza notificare l’operazione, come da prassi, alla polizia e ai servizi dello Shin Bet. A comandare le truppe in Cisgiordania è il generale Avi Bluth, il cui nome spesso compare sui muri delle case palestinesi assaltate, accompagnato da parole d’insulto e di sfida. Sua la decisione di affidare la scorta a 12 poliziotti di frontiera.
A mezzanotte, un’ora dopo aver ricevuto la chiamata dell’Idf, i Tubasi tornavano a casa accompagnati dai mezzi militari. Appena dieci minuti dopo aver varcato la soglia sassi e bottiglie hanno cominciato a piovere sull’abitazione, mentre altri coloni cercavano di irrompere nell’edificio. Inutile il tentativo da parte dei soldati di disperdere l’orda degli aggressori con il gas lacrimogeno e le bombe sonore, e di impedire loro l’accesso al terrazzo, dove la famiglia si era nel frattempo rifugiata. Soverchiata nel numero (tre i soldati feriti), la squadra ha deciso di mettere al sicuro i Tubasi all’interno dei veicoli blindati, e di abbandonare la scena. Mezz’ora dopo le fiamme divoravano l’abitazione, e altre strutture venivano danneggiate nel villaggio.
La risposta delle forze dell’ordine è stata repentina, e minima, visto il numero e il coordinamento mostrato dalle bande criminali. Tre le automobili sequestrate e tre le persone arrestate, un 18enne di Gerusalemme e due minorenni di 15 e 17 anni, provenienti dalle colonie illegali della Cisgiordania.
Questi incidenti, ha dichiarato l’Idf in un comunicato, «distolgono l’attenzione, minano la stabilità e danneggiano le attività di contro-terrorismo». Il presidente della Repubblica Isaac Herzog, sempre sollecito nel denunciare la violenza colonica, quando questa coinvolge le forze di sicurezza, ha definito i fatti di Jalud «della massima gravità», «una macchia morale e un attacco allo stato di diritto e ai più elementari valori della nazione». Nessun commento è giunto dai due principi del sionismo religioso, il ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.
Quest’ultimo pochi giorni fa chiedeva alla nazione di andare in guerra in “Giudea e Samaria”, toponimi biblici della Cisgiordania, replicando i risultati di Gaza. «Il piccolo numero di facinorosi non rappresenta la comunità dei coloni rispettosi della legge in Giudea e Samaria», ha affermato il premier Netanyahu in una nota. Lo stesso primo ministro, nel discorso pronunciato il 24 settembre all’Assemblea Generale dell’Onu, aveva limitato le brutali aggressioni a «una manciata di giovani delinquenti, circa 150», evidentemente riunitisi tutti a Jalud nella notte di martedì, per celebrare la festività del Sukkot.
© riproduzione riservata
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





