Assisi, 40 anni dopo: «Il coraggio dello stare insieme ci ispiri in questa età della forza»

Il fondatore di Sant'Egidio, Andrea Riccardi, riflette su ciò che rimane dell'incontro tra i leader religiosi voluto da Giovanni Paolo II: «Fu una svolta storica»
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October 18, 2026
Assisi, 40 anni dopo: «Il coraggio dello stare insieme ci ispiri in questa età della forza»
Giovanni Paolo II all'incontro tra i leader religiosi di tutto il mondo ad Assisi nel 1986/ ANSA
Quarant’anni dopo Assisi, Andrea Riccardi torna all’intuizione di san Giovanni Paolo II: riunire i leader religiosi perché pregassero gli uni accanto agli altri. Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio ha una domanda che non è rivolta al passato: che cosa può ancora lo spirito di Assisi nell’«età della forza»? La risposta, tra molte altre, è nel suo ultimo libro: “Quel giorno ad Assisi. La storia che ha cambiato le religioni e la pace” (Edizioni San Paolo).
Come nacque quel primo incontro?
Il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II invitò ad Assisi i leader delle religioni per pregare non più uno contro l’altro, ma uno accanto all’altro. Aveva il sapore di una prima volta nella storia. Non era il dialogo interreligioso bilaterale che già andava avanti, pur a fatica: era un fatto creativo. L’intuizione del Papa fu insieme mistica e geopolitica. Mistica perché riconosceva un fondo comune di pace nelle religioni; geopolitica perché apriva una formula di dialogo che ha attraversato la “guerra fredda”, la globalizzazione e oggi entra nell’età della forza, profondamente contraddetta dallo spirito di Assisi.
Quali resistenze incontrò Wojtyla?
Furono tante. All’inizio, il cardinale Joseph Ratzinger, per esempio, espresse perplessità per il rischio di sincretismo. E quando nel 1987 Sant’Egidio decise di continuare a Roma quell’esperienza, ci furono nuove perplessità: si diceva che Assisi fosse un evento unico, qualcosa che solo il Papa poteva convocare. Ma Giovanni Paolo II ci diceva di continuare lo spirito di Assisi. Non voleva che l’incontro del 1986 restasse isolato come un simbolo. Sognava che ne sgorgasse un movimento, un intreccio tra pace e dialogo interreligioso. Ogni anno ci ha accompagnato, esaminando il programma durante un incontro privato e inviando messaggi. Una volta definì la nostra iniziativa un segno dei tempi.
Quella di Assisi fu una svolta storica o resta una promessa incompiuta?
Una svolta storica. Lo intuì anche padre Ernesto Balducci, per nulla tenero con Wojtyla: riconobbe qualcosa che andava oltre l’ordinario e il banale, che doveva far pensare tutti, anche i laici. Nel discorso pubblico di allora sembrava che le religioni fossero condannate alla progressiva decadenza per la secolarizzazione. Invece il fatto religioso stava tornando protagonista, con la tentazione di essere trascinato a benedire o sacralizzare la guerra. Oggi, accanto al terrorismo sacralizzato, vediamo la benedizione delle nuove guerre nazionalistiche o imperiali. Wojtyla intuì il pericolo: la fraternità tra le religioni doveva far emergere la loro dimensione spirituale pacifica.
La “diplomazia delle religioni” come può incidere concretamente in quei conflitti, specie quando la fede viene manipolata e adoperata come arma?
Continuando quell’esperienza, ci siamo resi conto che i leader religiosi avevano bisogno di uno spazio nuovo di rapporto, per far emergere le potenzialità pacificatrici delle loro tradizioni e sfuggire al destino quasi segnato di sacralizzare le guerre. La pace in Mozambico, negoziata da Sant’Egidio e raggiunta nel 1992, dopo una guerra che ha fatto un milione di morti, è un frutto di questo intreccio tra dialogo e fraternità. Con gli altri mediatori c’era un leader religioso, il vescovo Gonçalves. Lo spirito di Assisi ha alimentato iniziative, sensibilità, processi di pace. Penso anche a imam musulmani che hanno protetto i cristiani in vari momenti di grande difficoltà.
Che cosa resta dell’immagine dei leader riuniti a pregare?
C’è un’estetica della pace: mostrare la bellezza attraente dell’essere insieme. Un’ispirazione a convivere. Dagli anni Novanta il mondo è diventato meno omogeneo sul piano religioso, con convivenze inedite create dall’immigrazione e coabitazioni difficili ereditate dalla storia. Lo spirito di Assisi è anche vivere insieme in pace nelle realtà locali. Ricordo Varsavia nel 1989, alla vigilia della caduta del Muro: vedere sfilare i leader religiosi in un Paese ancora appartenente al blocco comunista fu un momento forte. E ricordo Bucarest, l’anno prima del viaggio di Giovanni Paolo II: quell’incontro sbloccò il rapporto tra cattolici e ortodossi e permise la visita del Papa. È un filo di fedeltà che ha camminato nella storia.
Mantenere vivo lo spirito del 1986, come?
Un incontro come quello di Assisi avviene ogni anno. Quest’anno è il quarantesimo, celebrato proprio a Assisi, speriamo con la presenza del Papa, testimone decisivo della pace disarmata dei credenti. Questo cammino rappresenta una globalizzazione spirituale nel rispetto delle diversità: l’immagine di un mondo unito nella pace, nella diversità di religioni e culture. Non è Babele, ma un luogo che sarà casa di preghiera di popoli diversi. Ogni incontro è un’ispirazione, una profezia che parla in un momento storico particolare».
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