Vivere più a lungo non basta: la vera sfida è arrivare in salute
di Mauro Berruto
Con l'aumento dell'aspettativa di vita è bene affrontare la fragilità e l'isolamento negli anni maturi prendendosi cura di sé stessi anche con l'attività sportiva. Dall'Iliade al progetto "Silver Fit" del Csi, fino ai nonni dell'Eroica

Iliade, canto 23. I Giochi funebri che Achille ha indetto in memoria di Patroclo sono appena iniziati. La prima gara, descritta in ogni dettaglio, è quella della corsa con i carri trainati dai cavalli. Vince Diomede, in modo rocambolesco, ma al termine della corsa avanza un premio, un’anfora che Achille decide di non assegnare a nessun auriga. La porta, invece, all’anziano re di Pilo, Nestore, che non correrà più. La vecchiaia gli pesa addosso, spiega Achille agli altri Achei. Nestore accetta il premio commosso e ricorda i giochi della sua giovinezza, quando trionfava nel pugilato, nella lotta, nella corsa e nel giavellotto. Poi aggiunge: «Ora tocca ai giovani, io devo cedere alla vecchiaia».
Noi siamo i primi umani che aumentano la propria aspettativa di vita semplicemente vivendo. La base scientifica di questa affermazione è uno studio di Jim Oeppen e James W. Vaupel, pubblicato su Sciénce nel 2002 e che dimostra che, dal 1840, la speranza di vita cresce di circa tre mesi per ogni anno che passa. In Italia nel 2025 la speranza di vita alla nascita è stata stimata in 83,7 anni, nuovo massimo storico. Il problema però non è soltanto quanto lunga potrà essere, ma che tipo di qualità la nostra vita potrà avere nella sua parte terminale. Al dato che ho citato, infatti, occorre affiancarne un altro: si tratta della forbice fra aspettativa di vita e speranza di vita in buona salute che, oggi, si assesta intorno ai 58 anni di età. Venticinque anni di differenza (o, se preferite, il 30% del nostro tempo terreno) che vengono vissuti in condizioni di salute che richiedono cure. Questo fatto incide naturalmente sui costi che il Sistema Sanitario Nazionale deve sostenere, nel rispetto dell’articolo 32 della Costituzione che garantisce assistenza universale e gratuita a tutti i nostri cittadini. Se quella forbice continuasse ad aumentare l’inevitabile collasso del sistema sarebbe facilmente intuibile. Alle nostre vite abbiamo dunque aggiunto anni e costi altissimi da sostenere, ma non salute. La parola anziano, tuttavia, ha un etimo che ispira. Deriva dal latino antianus e dalla radice ante: chi sta davanti, chi precede, chi apre la strada. La società contemporanea ne ha rovesciato il significato, trasformando chi «camminava davanti» in qualcuno da lasciare indietro, come tragicamente successo durante la pandemia.
Ieri, nell’aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, si è tenuto un convegno di presentazione del progetto «Silver Fit» del Centro Sportivo Italiano, storico ente di promozione sportiva. Neanche una parola sullo sport orientato alle medaglie, ma un consesso di esperti, ricercatori, economisti e medici, che si sono confrontati sul tema dell’impatto che lo sport, inteso come «cultura del movimento», genera rispetto al grande tema della longevità. Non si è discusso di prestazione, ma di un modo di stare nel proprio corpo e nel mondo. Il progetto «Silver Fit» è nato in forma sperimentale nel 2024 a Genova, anno in cui la città ligure è stata «Capitale europea dello sport», raccogliendo 660 partecipanti con una età media di 76 anni. Ginnastica dolce, mobilità articolare, equilibrio, rinforzo muscolare leggero, prevenzione delle cadute, respirazione e stimoli cognitivi proposti ai partecipanti grazie a una rete di comitati CSI, associazioni, Terzo settore e professionisti sanitari. E poi, fondamentale, la misurazione dei risultati a partire da semplici parametri: i valori pressori o quelli della glicemia. Risultati così incoraggianti da immaginare il passaggio a un grande progetto nazionale, attento alla formazione degli operatori e capace di coinvolgere tanti altri territori. Se oggi l’OMS raccomanda agli over65 fra i 150 e i 300 minuti di attività fisica settimanale, le realtà italiana ci dice che decisamente meno della metà raggiunge o si avvicina a quella soglia e che il 37% è completamente sedentario. Ridurre la forbice fra l’aspettativa di vita assoluta e quella in salute non è dunque un fatto legato al destino: si può allenare. E c’è anche uno splendido effetto collaterale: il movimento porta con sé relazione, altro fattore decisivo di qualità della vita, come descritto nel famoso caso-studio della piccola comunità di Roseto, in Pennsylvania. Nel 1961 il medico di Roseto, Stewart Wolf, segnalò che fra i suoi pazienti italoamericani gli infarti era curiosamente rari, in particolare rispetto ai vicini di Bangor e Nazareth. Eppure, i rosetani avevano parametri assolutamente simili di obesità, abitudini simili di alimentazione, fumo ed esercizio fisico, ma sembravano essere protetti dalle patologie cardiovascolari. La ricerca portò alla luce che la differenza stava nelle solidissime relazioni interpersonali, derivate dal fatto che la Roseto in America era stata fondata da un nucleo di emigrati da Roseto Valfortore, in Puglia, che erano riusciti a ricostruire in Pennsylvania esattamente quel tessuto sociale e reciproco sostegno che proveniva dal loro comune di origine. Quando la generazione successiva abbandonò legami e valori tradizionali, la mortalità risalì verso la media americana. Questa lezione italo-americana ci deve invitare a considerare cultura del movimento, le relazioni di una comunità e la qualità dell’alimentazione, come un vero e proprio sistema di welfare su cui investire. Nel 2050 più di un terzo di italiani sarà over65 ed è doveroso che questi vent’anni che ci separano da quella data simbolica servano per arrivare pronti.
In verità a Gaiole in Chianti, in provincia di Siena, ci hanno già pensato da tempo. Nel weekend andrà in scena la ventinovesima edizione de «L’Eroica», manifestazione ciclistica dal meraviglioso sottotitolo: «la bellezza della fatica e il gusto dell’impresa». «L’Eroica», nata nel 1997 da un’idea di Giancarlo Brocci per salvare le strade bianche della Toscana percorrendole con biciclette come quelle di un secolo fa, nell’ultima edizione ha contato novemila iscritti divisi su percorsi da 46 a 209 chilometri, con addosso maglie di lana e nessuna ossessione per il cronometro. Sempre più spesso nonni e nipoti pedalano sulle stesse salite: si arriva quando si arriva, ai ristori ci si ferma e si mangia bene, si aspetta chi è rimasto indietro. Sarà proprio il binomio nonni-nipoti la grande opportunità dello sport del futuro. Generazioni distanti che condividono la scintilla della cultura del movimento e il dovere del prendersi cura del proprio benessere psicofisico, grazie allo sport e agli stili di vita.
Dagli eroi di Omero agli eroi de «L’Eroica» il passo è breve. Bisogna solo tornare indietro, in quel canto dell’Iliade, di qualche centinaio di esametri. Prima della corsa dei carri, l’anziano Nestore prende da parte il figlio Antiloco, che ha cavalli più lenti degli avversari e gli parla non di forza, ma di abilità: è con l'abilità, più che con la forza, che il taglialegna abbatte l'albero, che il timoniere governa la nave nel vento, che un auriga supera un altro auriga. Poi gli insegna come curvare: stringere, tenere il cavallo interno vicino al palo, sfiorarlo senza toccarlo. Antiloco arriverà secondo, dietro solo a Diomede, imbattibile perché aiutato dalla dea Atena, ma davanti a Menelao, che aveva cavalli molto migliori. Nestore, quella gara, l'ha corsa nella corsa di suo figlio. Non ha preso le redini, non ha toccato la frusta: gli ha trasmesso ciò che il tempo gli ha insegnato. Come un nonno che pedalando sulle colline del Chianti con addosso una maglia di lana dice al nipote dove frenare in discesa, sapendo che poi quello stesso nipote, in salita, rallenterà un po’ la pedalata, per aspettarlo.
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