Trump ha molta paura del voto di metà mandato
Con i consensi al 37%, e il rischio di perdere il Congresso, la Casa Bianca alza lo scontro con i media. Sullo sfondo i problemi del deficit, del del costo della vita, delle assicurazioni sanitarie

Nel romanzo di Ray Bradbury Farenheit 451, uscito nel 1953 in piena era McCarthy, quella della “caccia alle streghe” basata sull’isterica paura del comunismo, i libri erano stati banditi e messi fuori legge, possederli era considerato un reato, bruciarli sulla pubblica piazza un dovere civico. Il racconto distopico ricalcava due circostanze realmente avvenute: il Bücherverbrennungen, il grande falò di libri davanti alla Staatsoper Unter den Linden a Berlino all’indomani della presa del potere del nazismo e la contestuale e capillare censura sovietica nei confronti di quelle opere considerate pericolose per la salute pubblica dei cittadini. Un tombale silenzio calato dall’alto su scrittori di immenso valore come Vasilij Grossman o Michail Bulgakov.
Pur con sfumature più vicine al gergo del wrestling che alle sottigliezze censorie dei solerti carnefici di Stalin, Donald Trump sta muovendo gli stessi passi per tenere a freno i bollori dell’universo “Maga”, quella fetta di elettorato prevalentemente bianco che gli assicura – o per lo meno fino a due anni fa gli aveva assicurato – la certezza della vittoria nelle elezioni presidenziali. La messa al bando dalla Casa Bianca delle testate poco inclini a incensare le virtù del suo mandato come Politico, Cnn e Ms Now, la strizzatina d’occhio all’eventualità di sacrificare Los Angeles e San Diego (città a prevalenza democratica e a forte densità di latinos) in caso di guerra totale con l’Iran, l’elevazione di Mar-a-Lago a magica Shangri-la dove il popolo Maga può idealmente ricoverarsi come in un castello inespugnabile, sono tutti eloquenti indizi del fondato timore di The Donald di perdere il controllo del Congresso nelle sempre più vicine elezioni di medio termine del 3 novembre.
Elezioni che, considerato il vertiginoso calo di consensi (con quel misero 37%, insieme a George W. Bush è il più impopolare presidente degli ultimi 40 anni), hanno tutta l’aria di diventare il collettore di uno scontento nazionale. Un tritatutto politico-mediatico nel quale convergono il bilancio federale, la ondivaghe politiche energetiche, la denuncia degli accordi di Parigi, la demonizzazione dell’Onu, la nuova dottrina militare, la ripresa dei test nucleari, una costellazione di incognite che si intrecciano con le guerre commerciali, i dazi, la crescita, la pressione fiscale, i disaccordi con la Fed, la Nato, il G20, l’Ucraina, il Board of Peace, la fallimentare Pax Trumpiana in Medio Oriente, il blocco di Hormuz e Bab el Mandeb, i Brics, Putin, Xi Jinping, la Corea del Nord, gli appetiti neocoloniali su Groenlandia, Messico, Venezuela, Cuba, il traguardo sempre reclamato e mai raggiunto del Nobel per la Pace.
Nemmeno la Madman Theory, la “teoria del pazzo” cara a Richard Nixon, che disorienta gli avversari e allontana lo sguardo del pubblico da quel “pantano” in cui The Donald ha finito per intrappolarsi da solo questa volta può bastare. Come non basterà il sottomesso e interessato endorsement delle Magnifiche Sette (Alphabet, Amazon, Apple, Microsoft, Tesla, Meta, Nvidia), dal momento che l’inflazione è balzata al 3,4% su base annua mentre a settembre il deficit della bilancia commerciale e delle partite correnti è salito a 105,6 miliardi di dollari, segnando un aumento del 13,7% rispetto al mese precedente.
Ed è a questi dati, inflazione, costo della vita, assicurazioni sanitarie, che guarda l’elettore americano. Non all’Ucraina o all’Iran, che nemmeno sa dove si trovino. Per questo è fin troppo trasparente la torsione semantica che Trump invoca per voto di novembre: «I miei sondaggi vanno alla grande, basta guardare le folle ai miei comizi. Votate come se ci fosse il mio di nome sulla scheda». E in caso di una teatrale sconfitta che ridurrebbe la Casa Bianca a un’anatra zoppa? Qui i fantasmi di Capitol Hill 2021 rifanno capolino, come la scespiriana foresta di Birnam. Sull’esito, The Donald è volutamente ambiguo: «Potrei non accettare il verdetto delle urne», lascia intendere. Suspence e thriller garantiti. Mala tempora currunt.
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