Se l’opinione pubblica resta intrappolata nella "bubble democracy"

I social frammentano lo spazio del confronto, mentre gli algoritmi premiano rabbia, polarizzazione e indignazione a scapito del ragionamento. Una trasformazione che interroga il futuro stesso della democrazia
Google preferred source
October 17, 2026
Se l’opinione pubblica resta intrappolata nella "bubble democracy"
/ Foto Icp
C’è un soggetto che, nel nostro tempo, si è come volatilizzato, diventando sfuggente e proteiforme. È l’opinione pubblica. Esiste ancora un qualcosa capace di svolgere la triplice funzione a cui essa assolveva - elaborare i temi da incardinare nel dibattito pubblico, fare da filtro tra la società civile e la decisione politica, consentire l’elaborazione di un sentire comune perché la società si riconoscesse come un tutto unitario? Che ne è insomma di quell’ideale che Jürgen Habermas ha teorizzato come, appunto, “sfera pubblica”, spazio di confronto razionale e critico, nato nei caffè e nella stampa libera del Settecento, capace di imbrigliare l’arbitrio del potere? Siamo davanti alla sua estinzione, come suggeriscono alcuni autori oppure a una sua crisi metamorfica?
Un’indagine sulle declinazioni attuali dell’opinione pubblica non può non tenere conto di quella profonda ristrutturazione dello spazio introdotta dai nuovi media e dalle logiche che li strutturano. Sotto l’urto dei social, l’opinione pubblica ha cambiato identità e assunto nuovi volti: si è atomizzata, algoritmicizzata e polarizzata.
Come si concretizzano queste trasformazioni? La frammentazione algoritmica ha infranto l’agorà, sostituendo alla “piazza pubblica” spazi virtuali, chiusi e autoreferenziali. È quel fenomeno che Damiano Palano ha definito Bubble democracy : lo spazio pubblico si spezzetta in una serie di bolle nelle quali il protagonista si isola, si blinda in sé stesso e nel suo spazio virtuale. Come ci comportiamo dentro queste bolle? Confezioniamo una realtà fatta su misura sui nostri gusti, conversiamo solo con chi la pensa come noi e che convalida il nostro sentire. Cerchiamo conferme. In pratica, è come se fossimo sempre davanti a uno specchio. È quel passaggio che Byung-Chul Han definisce la transizione dalla “massa” allo “sciame digitale”. Se i corpi fanno ancora massa, le informazioni digitali sono un pulviscolo che si aggrega e disaggrega senza riversarsi dallo spazio virtuale a quello reale.
Ma gli algoritmi rimodellano lo spazio pubblico anche colonizzando il modo in cui si accede ad esso. Essi premiano la rabbia, la polarizzazione e l’indignazione a scapito dell’argomentazione complessa e sfumata. Sui social vince sempre l’emozione (e spesso l’insulto), perde sempre il ragionamento. Chi non si adegua, evapora, è marginalizzato, rigettato nell’invisibilità. Ma non solo: proprio la cacofonia delle voci e la saturazione dello spazio pubblico che essa provoca, condannano la stessa opinione pubblica all’irrilevanza. Troppe voci, nessuna voce.
Infine, l’algoritmo agisce trasformando la cittadinanza in un “giacimento” di comportamenti estraibili e profilabili da parte delle piattaforme digitali. Pensiamo di agire, provare empatia, esprimere idee liberamente, abitare lo spazio virtuale in modo originale: in realtà, siamo presi dentro un gigantesco meccanismo di cattura e di “capitalizzazione” delle nostre esistenze. Come ha scritto Maurizio Ferraris, con il nostro tempo, inconsapevolmente, riempiamo «archivi sconosciuti con dossier dettagliatissimi sui nostri gusti e i nostri guai, sulle nostre abitudini e sugli strappi che ci rendono imprevedibili per chi non li conosce, cioè anche per noi stessi. Questi archivi non interessano a censori, bensì a venditori».
Ma non basta: il micro-targeting comportamentale, come ha mostrato Shoshana Zuboff, dà vita a quel “capitale della sorveglianza” che può tradursi in condizionamento del voto, in pratiche di repressione, in restringimenti delle libertà individuali. “Provocata” da questi cambiamenti, come l’opinione pubblica può ritrovare sé stessa? Come può riacquistare autorevolezza e tornare a incidere, a pesare, a “dirigere” la decisione politica? E al tempo stesso, come può liberarsi dalle manipolazioni, dai condizionamenti, dalla “microfisica del potere”? Non si tratta di domande oziose. Interrogarsi se esista – e “funzioni” ancora – l’opinione pubblica è interrogarsi sul futuro stesso della democrazia. Senza l’opinione pubblica, muore anche la democrazia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire