Regeni, Rossi e Ustica: il diritto alla verità oltre la ragion di Stato

di Paolo Borrometi
Tre vicende riaperte interrogano l’Italia sui depistaggi e sul dovere che le istituzioni hanno nei riguardi di cittadini e familiari
Google preferred source
October 3, 2026
Regeni, Rossi e Ustica: il diritto alla verità oltre la ragion di Stato
Una manifestazione in ricordo di Giulio Regeni / Ansa
Giulio Regeni, David Rossi e Ustica. Tre storie drammatiche, tre disperate ricerche di verità, accomunate all’improvviso quando, a distanza di tanti anni, la flebile luce in fondo al tunnel comincia a vedersi. Vale per Giulio Regeni, giovane ricercatore italiano, dottorando a Cambridge, rapito, torturato e ucciso al Cairo nel 2016 mentre svolgeva una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani. Vale per David Rossi, ex capo della comunicazione di Mps, aggredito nel suo ufficio da più persone, morto dopo la caduta dal balcone del palazzo della banca a Siena nel 2013. Nessun suicidio come vollero farlo passare. Fu ucciso, ovviamente. Vale per il DC9 che il 27 giugno 1980 viaggiava da Bologna a Palermo con a bordo 81 passeggeri, tra i quali 11 bambini, oltre ai 4 uomini dell’equipaggio. Fu abbattuto nella cosiddetta strage di Ustica, che il giudice istruttore definì «un episodio di guerra aerea, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale contro il nostro Paese di cui sono stati violati i confini e i diritti». Tre episodi come purtroppo tanti (troppi) che dopo tanti (troppi) anni, in questi giorni, cominciano ad avere verità e magari anche un po’ di giustizia.
Un disperato bisogno di verità e un Paese, il nostro, troppe volte impantanato in verità di comodo. D’altronde siamo il Paese – almeno – dell’Occidente in cui ci sono state più stragi, più omicidi, ancora irrisolti. La storia del nostro Paese si snoda lungo un percorso ininterrotto di capitoli drammatici in cui la ricostruzione del passato è stata spesso manipolata per fornire ai cittadini un’interpretazione dei fatti che è funzionale alla tutela di determinati interessi, alterando così i processi cognitivi della scelta consapevole. 
Basti pensare alla prima strage della nostra Repubblica, su cui ancora oggi incredibilmente c’è il segreto di Stato: Portella della Ginestra, primo maggio 1947, undici morti e infiniti depistaggi, anche sulla morte del responsabile (Salvatore Giuliano) e nessuna verità sui mandanti.
Ed è così che episodi e stragi spesso collegati vengono, volutamente, visti ed esaminati come episodi singoli e disconnessi per ridurne le responsabilità e renderne difficile la comprensione nello scacchiere complessivo. Il periodo delle bombe terroristiche, da Milano a Brescia fino a Bologna; poi quelle mafiose da Capaci, a Via D’Amelio ed ancora quelle in continente.  Verità nascoste o non completamente svelate. Verità che spesso non dipendono solo da cose italiane, ma anche estere. Come chi voleva l’oblio sul caso Regeni per non disturbare il governo amico Egiziano, o chi il silenzio su Ustica per non pressare l’alleato francese. O chi, ancora, continua a chiudere gli occhi sul ruolo d’oltreoceano in relazione a gravissimi fatti di sangue. Un Paese democratico, uno Stato di diritto, si distingue (meglio si dovrebbe distinguere) per questo. Nessun cittadino è vittima o prigioniero della ragion di Stato. 
Lo hanno gridato, spesso inascoltati, tanti cittadini. E se abbiamo almeno brandelli di verità è soprattutto merito loro. Il popolo delle lenzuola bianche di Palermo negli anni del sangue mafioso, la marea bolognese per la strage della Stazione e quella di Ustica, il popolo giallo di Giulio (solo per fare qualche esempio). Tutti, sarebbe bene comprenderlo, non lottano solo per chi non c’è più o per i loro parenti. Si fanno portatori di un fondamentale diritto della persona umana, quello ad una conoscenza, il più possibile piena, della storia e della politica, dei meccanismi distorsivi della realtà. Ce lo ha ricordato più volte il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «La verità resta un diritto, oltre che un dovere per le istituzioni. La ricerca della verità, dunque, deve continuare laddove persistono lacune e punti oscuri». L’affermazione del diritto alla verità che meriterebbe il recepimento all’interno della nostra Carta Costituzionale per promuovere un’idea più consapevole di società.  

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire