Nelle città c'è una miniera, ed è scattata la corsa all'oro

Telefonini, tablet o pc sono una riserva di metalli preziosi e altre materie prime critiche. La Cina è leader nel recupero, ma l’Ue e l’Italia hanno già avviato diversi progetti. Una spinta dovuta purtroppo al clima di guerra
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September 26, 2026
Nelle città c'è una miniera, ed è scattata la corsa all'oro
Ognuno di noi possiede monoporzioni di tesori preziosi, rinchiusi in armadi e scatoloni: tutti abbiamo delle vere e proprie “miniere nel cassetto”. E così le nostre città contengono giacimenti d’oro, argento, platino, rame o le tanto ricercate terre rare: tutto letteralmente buttato nella spazzatura. Solo che questi giacimenti sono parcellizzati in minuscole quantità, granelli di materie prime racchiuse in vecchi cellulari o smartphone, tablet, televisori, pc e gran parte degli oggetti digitali, anche quelli più desueti. «Sono spesso dimenticati in casa, senza essere restituiti o riciclati» spiega Silvia Serranti, professoressa ordinaria di Ingegneria delle materie prime alla facoltà di Ingegneria civile e industriale alla Sapienza di Roma. Per questo è nata l’espressione urban mining , miniera urbana: con questa «ci riferiamo al recupero di materie prime secondarie dagli scarti generati nelle aree urbane: in molti casi le concentrazioni di materie prime critiche negli oggetti di uso quotidiano sono persino superiori a quelle riscontrabili nei giacimenti minerari».
Se pensiate sia un’esagerazione, è un dato di fatto che ognuno di noi abbia uno smartphone o un cellulare: la grande maggioranza ne possiede anche più di uno. Quasi tutti abbiamo alcuni tra questi oggetti parcheggiati in uno scatolone, in un cassetto, in attesa di un destino che chissà mai quando sarà scritto. E tanto per fare un esempio uno studio ha confermato che con 50mila vecchi cellulari si può ottenere più di un chilo d’oro. Parliamo degli antenati degli smartphone, modelli che contenevano circa un terzo delle materie prime racchiuse adesso all’interno di un dispositivo mobile moderno. Mediamente, oggi uno smartphone pesa intorno ai 200 grammi contro circa un chilo del Motorola Dynatac, il primo cellulare mai messo in commercio. Eppure, nonostante si sia ridotto il peso generale del prodotto, la quantità complessiva di terre rare in termini percentuali è raddoppiata, passando da circa lo 0,5% dei primi smartphone all’attuale 1%. Se ve lo state chiedendo, le terre rare oggi sono considerate materie prime critiche e tra queste sono le più ambite al mondo: anche più dell’oro o dell’argento. Nei primi telefoni cellulari degli anni Novanta le materie prime critiche erano circa 29: oggi in un dispositivo mobile digitale le materie prime all’interno sono circa 63.
In uno smartphone moderno ci sono molti più minerali critici e preziosi dei suoi antenati, sebbene il modello contemporaneo pesi molto meno. La differenza l’hanno fatta la grandezza dei display, le performance delle batterie, la capacità dei sensori. Ma torniamo al punto iniziale, la nostra personale miniera dimenticata che non sappiamo dove buttare: non recuperare i materiali al suo interno è un doppio danno, economico e ambientale. I giganti minerari del prossimo futuro non saranno solo le nazioni che possiedono materie prime da estrarre nel proprio sottosuolo, ma soprattutto quelle ricche di grandi capacità di lavorazione dei rifiuti elettronici, i cosiddetti RAEE. All’inizio del millennio la Cina era il primo riciclatore al mondo di qualsiasi materiale, dal cartone alla plastica e al metallo: oggi l’industria cinese del solo riciclo dei metalli dà lavoro a 250 milioni di persone e genera un business da 60 miliardi di dollari all’anno. Spazzatura fatta letteralmente d’oro e altri metalli preziosi, in particolare se proveniente dalle grandi città. E fino a qui si potrebbe chiudere come spesso succede di questi tempi in Italia come in Occidente: vissero tutti infelici e scontenti. La novità è che sul tema dello “urban mining” si sta cambiando passo.
A livello continentale esiste oggi il RESourceEU Action Plan della Commissione europea, così presentato ad ottobre dell’anno scorso dalla presidente Von der Leyen: «Le materie prime critiche sono la linfa vitale delle nostre industrie. Con RESourceEU garantiremo il nostro accesso a tali materie prime». Il nuovo piano intende sviluppare impianti strategici di estrazione e lavorazione, tra questi rientrano anche quelli per il recupero delle materie prime critiche attraverso le miniere urbane. In Italia nell'ultimo anno si sono fatti passi da gigante nello urban mining. Ad esempio con l’implementazione dell’HUB tecnologico nazionale ENEA per Urban Mining e materie prime critiche, un'infrastruttura costituita da sei laboratori distribuiti tra Casaccia, Brindisi e Faenza. O con il progetto URBES, una vera mappa delle “miniere urbane” italiane realizzata da ISPRA. E quindi con l'impianto dell’azienda Itelyum a Ceccano, dedicato al recupero industriale delle terre rare dai magneti dei RAEE. Tutte grandi iniziative coerenti ad uno sviluppo europeo e presentate nel 2026: «Vale la pena menzionare anche il progetto MICS (“Made in Italy Circolare e Sostenibile”) che si occupa della sviluppo delle tecnologie per la trattazione dei RAEE, le plastiche, il settore tessile: nello urban mining dobbiamo considerare tutti gli scarti, non solo le materie prime» continua la professoressa.
Certo, è brutto a dirsi che a contribuire a una brezza di svolta nella progettazione del recupero di materie prime siano stati i venti di guerra, dato che dalle materie prime critiche nascono armamenti avanzati come droni e robot, munizioni nonché tutto ciò che serve alle infrastrutture digitali, ormai essenziali nelle guerre moderne: «L’approvvigionamento di materie prime anche per motivi geopolitici ha sicuramente accelerato l’evoluzione – segue Serranti – ma la transizione digitale ed energetica sono stati la base di questo cambio di passo. E anche la pandemia ha reso più evidente questa dipendenza: c’è un tema di vulnerabilità strategica». Evolversi per sopravvivere quindi anche riciclare gli scarti elettronici serve a rendere quanto più indipendente l’Italia, l’Europa e l’Occidente dal dominio cinese nelle filiere estrattive e trasformative delle materie prime critiche: Pechino domina ampiamente entrambi questi mercati a livello mondiale.
C’è da chiarire che per trovare le materie prime critiche che mancano «lo urban da solo non sarà sufficiente, ma è fondamentale per integrarne l’offerta». E per farlo è necessario sviluppare anche una nuova cultura del consumo, declinata sul riuso e il recupero. «Le persone sono sempre più interessate a questi temi. Per questo è importante comunicare in modo efficace». Nuove occasioni di crescita culturale sul tema del recupero sono ad esempio la Settimana europea per la riduzione dei rifiuti o la Rete delle Università per lo Sviluppo sostenibile che fa divulgazione e mette in rete le buone pratiche sul riuso e il riciclo. Educare i cittadini, fin da piccoli: esistono oggi molti progetti di didattica su questi temi rivolti ai docenti di ogni grado. E poi sviluppare nuove competenze accademiche e tecniche, in università come negli istituti secondari. Perché c’è fame di materie prime critiche, quindi di nuove competenze, e se riusciremo a soddisfarla si genererà sviluppo economico. Basta agire, e farlo presto: la riconversione è un’occasione di crescita, soprattutto se si parla dei rifiuti preziosi nelle discariche nostre città.

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