Maricarmen e Andreina, la paura di perdere la casa

Che cosa deve essere una casa? Un bene da cui ricavare il massimo rendimento oppure, prima di tutto, un posto in cui vivere? In tutta Europa, servono risposte politiche
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October 6, 2026
Maricarmen e Andreina, la paura di perdere la casa
Uno striscione con la scritta "Case in cui vivere, pianeta da abitare" esibito durante una protesta contro gli sfratti e gli affitti elevati in Plaza de Cibeles a Madrid il 3 ottobre 2026/ ANSA
Quante Maricarmen ci sono in Italia o nel resto d’Europa? Difficile poter contare su numeri ufficiali, ma sono milioni le persone che rischiano di perdere la casa senza diventare, come l’87enne madrilena portata via in barella dall’abitazione in cui viveva da 71 anni, il volto di una protesta nazionale. La sua storia è diventata uno dei simboli della crisi abitativa che attraversa la Spagna. Negli stessi giorni delle migliaia di tende piantate nella capitale spagnola, a Milano, nel quartiere periferico di Quarto Oggiaro, è scesa in strada Andreina, 85 anni, vedova e sola. Anche lei rischia di dover lasciare l’abitazione in cui vive da quasi mezzo secolo. Ha organizzato un presidio nella via in cui risiede insieme ad altri nove nuclei familiari coinvolti nella stessa vicenda. «Dopo 45 anni, potrei perdere la mia casa. La notte non riesco più a dormire», ha raccontato davanti a telecamere e microfoni di Tgr Lombardia. Gli appartamenti furono conferiti dal Comune a un fondo nel 2008: molti inquilini acquistarono la propria casa, mentre altri rimasero in affitto. Oggi i nuovi proprietari chiedono che gli immobili vengano liberati. Per Andreina e gli altri residenti, una soluzione definitiva con un nuovo alloggio a canone calmierato ancora non è arrivata. Due storie diverse, quelle di Maricarmen e Andreina, che raccontano la stessa paura: perdere una casa che sembrava una certezza. In Italia nel 2024 sono stati eseguiti oltre 21mila sfratti, mentre i provvedimenti emessi hanno superato quota 40mila. Ma gli sfratti sono soltanto la parte più evidente di una crisi abitativa molto più ampia.
La questione riguarda anziani con redditi insufficienti, famiglie che non riescono più a sostenere i canoni in aumento, impiegati che non possono permettersi di abitare nella città in cui lavorano e giovani costretti a procrastinare all’età adulta l’uscita dalla famiglia d’origine. Qualche anno fa furono gli universitari di varie città italiane a piantare le tende davanti agli atenei contro il “caro-stanze”. Da allora la situazione non è migliorata. Il problema non è soltanto il prezzo, ma la possibilità di trovare un alloggio stabile. Gli affitti a lungo termine si sono ridotti mentre sono cresciute le locazioni brevi e transitorie, ormai un terzo degli annunci nelle grandi città. Il proprietario cerca maggiore protezione dal rischio di morosità, chi cerca casa trova invece un’incertezza crescente. Si dirà che l’Italia è un Paese popolato in gran parte da proprietari immobiliari. Oggi circa il 74% delle famiglie vive in un’abitazione di proprietà. Ma questo modello presenta una contraddizione: la proprietà protegge chi ce l’ha, mentre può rendere più difficile l’accesso a chi un immobile non lo possiede, soprattutto nelle metropoli. Alla fine, il nodo è soprattutto culturale: che cosa deve essere una casa? Un bene da cui ricavare il massimo rendimento oppure, prima di tutto, un posto in cui vivere? Per tornare a far avere alla casa anzitutto una funzione abitativa, va messa in discussione un’impostazione dominante da decenni, dove la logica speculativa ha prevalso sui bisogni dei residenti.
Ecco perché servono risposte politiche. L’emergenza casa è ormai in cima all’agenda dell’Unione europea, ma spetta ai singoli Stati tradurre questa priorità in misure concrete. In Italia, il Piano Casa lanciato dal governo punta anche sul recupero del patrimonio pubblico e sull’aumento dell’offerta, ma dispone di risorse limitatissime rispetto alla portata del disagio. Tra le ipotesi emerse per la prossima legge di Bilancio è spuntata una cedolare secca al 5% sui contratti di lunga durata a canone concordato, che potrebbe favorire l’affitto stabile. Uno strumento utile, certamente, ma che non può sostituire una politica strutturale della casa. Una tassazione più bassa non risolve automaticamente la scarsità di immobili nelle grandi città, dove la domanda è più forte. Una casa sfitta, una casa affittata a lungo termine, una casa destinata agli studenti, una casa utilizzata per affitti brevi non producono lo stesso valore sociale. Ed è un aspetto di cui tener conto. La discussione fiscale dovrebbe quindi interrogarsi sulla destinazione dell’alloggio. Non necessariamente per penalizzare la proprietà, ma per premiare ciò che aumenta davvero l’offerta residenziale stabile. Servono più alloggi pubblici, il recupero di quelli inutilizzati, social housing accessibile e strumenti capaci di ridurre il rischio di morosità per i proprietari senza scaricarlo sugli inquilini. Ma se la casa continuerà a essere trattata soprattutto come una rendita, allora prepariamoci al peggio. A quel punto, le tensioni saranno destinate ad allargarsi, nei luoghi e nelle fasce di popolazione coinvolte. E l’emergenza abitativa diventerà non più solo una delle grandi questioni sociali con cui l’Europa sarà chiamata sempre di più a fare i conti, ma “la” questione.

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