L’Unione in eterna attesa. Il dilemma dell’Europa

I cittadini chiedono più unità, ma i Ventisette restano bloccati dai veti incrociati. La via d’uscita è che un gruppo di Paesi decida di muoversi per primo, avviando una cooperazione aperta anche agli altri, senza attendere l’unanimità
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October 18, 2026
L’Unione in eterna attesa. Il dilemma dell’Europa
Il Consiglio europeo a Bruxelles /Foto Siciliani
Era abbastanza scontato che il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre avrebbe prodotto risultati magri e di corto respiro. Eppure è un esito che sorprende, se si considera quanto gli europei avvertano il bisogno di un’Europa più unita e più forte. Sul bilancio 2028-2034 nessun passo avanti: la proposta della presidenza irlandese è tramontata e toccherà ad António Costa cercare un compromesso entro dicembre. Sull’energia i leader hanno chiesto alla Commissione nuove misure e una revisione dell’impatto dell’Ets2, senza decisioni immediate. All’Ucraina, che chiede 70 miliardi per il 2027, è stato confermato il sostegno, ma la copertura resta da trovare.
I cittadini chiedono altro. Secondo gli ultimi Eurobarometri, il 90% degli europei vuole Stati membri più uniti, il 75% vede nell’Unione un punto di stabilità, il 73% chiede che abbia più risorse per le sfide globali e l’81% sostiene una difesa comune. Primo timore, il costo della vita (47%). Ventidue associazioni tedesche di imprese e sindacati hanno chiesto a Berlino di sostenere un bilancio europeo più ambizioso, proprio mentre il cancelliere Merz ne invocava un taglio. Nelle stesse ore, in Slovenia, Sergio Mattarella ricordava che «nessun Paese del continente – nessuno – può pensare a un futuro separato da quello degli altri»: sarebbe «una fuga dalla realtà», anzi «un atto autolesionista». Nessuno si salva da solo. Le ragioni dell’unità sono evidenti. La sicurezza energetica e la difesa non si costruiscono con ventisette politiche nazionali. Milioni di famiglie temono per il lavoro, per la sanità, per le pensioni, e chiedono risposte che nessun bilancio nazionale, da solo, può dare, tanto meno se l’economia europea, stagnante, non ritroverà la crescita attraverso quel flusso di investimenti ad alto contenuto tecnologico che i rapporti Draghi e Letta, e Giorgio Parisi con il suo appello per un Cern europeo dell’Intelligenza artificiale, invocano da tempo. Le piazze lo dicono: in Francia la più ampia protesta giovanile da decenni, in Spagna i cortei per il diritto alla casa, in Italia studenti in decine di città, camionisti e agricoltori contro il caro gasolio. La decarbonizzazione, se abbandonata ora, lascerebbe l’Europa più dipendente dai fossili e da chi li vende. Ma i Ventisette faticano ad accordarsi su qualcosa di più di obiettivi di piccolo cabotaggio. Un Parlamento frammentato e una Commissione prudente rallentano l’iniziativa, mentre l’unanimità sul bilancio e il consenso richiesto al Consiglio europeo favoriscono i veti incrociati.
La teoria economica spiega questo paradosso. È il dilemma della cooperazione: ciascun attore sa che collaborare conviene a tutti, ma, temendo di sostenere i costi mentre altri ne godono i benefici, preferisce attendere. Il risultato è un equilibrio peggiore per tutti. È la logica del dilemma del prigioniero, e quella che Mancur Olson descriveva per l’azione collettiva: più numeroso ed eterogeneo è il gruppo, più difficile è produrre il bene comune. La stessa teoria indica però una via d’uscita. Thomas Schelling ha mostrato che la cooperazione può emergere quando un sottoinsieme di attori, dotato di sufficiente massa critica, decide di muoversi per primo. A quel punto cambia la struttura degli incentivi per chi resta fuori: l’alternativa non è più tra cooperare e attendere, ma tra agganciarsi a un progetto che procede comunque oppure restarne esclusi, con costi crescenti. In molti giochi ripetuti esiti cooperativi si affermano anche quando gli interessi particolari non sono subito convergenti, purché la prospettiva del futuro pesi abbastanza sulle scelte del presente. Spesso, più che di un conflitto di interessi, si tratta di un problema di fiducia: ciascuno coopererebbe, se fosse certo che gli altri faranno lo stesso. Chi si muove per primo fornisce questa garanzia.
Lo conferma la storia europea: Schengen e l’euro non sono nati dall’unanimità, ma dall’iniziativa di un gruppo di Paesi che ha reso conveniente per gli altri aderire. I Trattati prevedono già le cooperazioni rafforzate. Sulla difesa, sull’energia e sul finanziamento di beni pubblici europei, un nucleo di Paesi determinati potrebbe sbloccare ciò che il veto di pochi oggi impedisce, senza escludere nessuno, ma senza attendere tutti. Il rischio è un’Europa a più velocità che lasci indietro i più deboli: l’iniziativa dovrebbe perciò restare aperta e accompagnata da strumenti di coesione. Ma l’alternativa, una paralisi prolungata in attesa di un consenso che non arriva, è peggiore. Senza decisioni rapide, ha avvertito Mattarella, i problemi «verrebbero decisi da altri soggetti» e l’Europa ne subirebbe passivamente gli effetti. La cooperazione non nasce da sola: chiede a qualcuno il coraggio della prima mossa.

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