L’Onu e il valore fragile del dialogo
Tra guerre, veti e riarmo globale, l'assemblea delle Nazioni Unite resta uno spazio indispensabile di confronto da cui può sempre nascere una prospettiva condivisa

Negli ultimi anni la fragilità delle Nazioni Unite è stata drammaticamente evidente. Paralizzata dai veti incrociati del Consiglio di Sicurezza, l’Onu è stato sostanzialmente irrilevante nei principali teatri di guerra che insanguinano il mondo: Ucraina, Medio Oriente, Sudan. Messo in difficoltà dal taglio delle risorse economiche e sistematicamente scavalcato dal prevalere della logica del bilateralismo e del fatto compiuto, l’Onu rischia di apparire un “relitto” del passato che resiste per inerzia in un mondo ormai profondamente trasformato. In questo clima, la riunione dell’assemblea generale tenutasi in questi giorni a New York si è aperta senza grandi aspettative. Quasi un rituale dovuto. E persino la discussione sulla successione ad António Guterres, il cui mandato scade alla fine del 2026, non ha interessato granché. Consumata più nei calcoli delle cancellerie che in un confronto aperto su che cosa l’organizzazione debba diventare.
Eppure, proprio dentro questo quadro disincantato, l’incontro di New York è stata anche l’occasione per tornare a riflettere sull’importanza delle istituzioni internazionali. Persino al di là di ciò che esse riescono a fare (spesso ben poco). In un mondo diviso in blocchi contrapposti, in sfere di influenza, in nazionalismi di ritorno, l’Assemblea generale resta infatti l’unico luogo in cui 193 Paesi si trovano nella stessa sala, sotto lo stesso tetto, obbligati – almeno per qualche giorno – a guardarsi negli occhi. Il semplice fatto di ritrovarsi, ovviamente non basta. Anzi, durante i lavori, le divisioni si sono manifestate in modo evidente. E tuttavia l’assemblea è stata l’occasione per aprire qualche spiraglio: a partire dall’incontro denso di ambiguità ma sostanzialmente positivo tra Trump e Xi. E in tempi come quello che stiamo vivendo non è poco.
C’è qui qualcosa che la cultura contemporanea, così attenta all’efficacia e al risultato immediato, fatica a comprendere. Le istituzioni non sono macchine da giudicare solo in base alle loro prestazioni. Sono piuttosto sedimentazioni storiche, forme che custodiscono una memoria. Le Nazioni Unite, in particolare – nate dalle macerie del 1945 e dalla consapevolezza che senza un luogo condiviso, la competizione tra le potenze scivola inevitabilmente verso la catastrofe – custodiscono una eredita preziosa. E la ritualità tipica di queste istituzioni, per quanto ampollosa e in buona parte svuotata, conserva una sua precisa funzione: tenere in piedi una forma anche quando i rapporti e i contenuti vacillano.
Persino al di la delle inadeguatezze di alcuni dei principali protagonisti, ciò che é accaduto in questi giorni a New York ha mostrato il valore – fragile ma insostituibile – della parola e del dialogo. Fragile perché la parola, oggi, è svalutata: ridotta a slogan, a propaganda, a minaccia. E perché il dialogo presuppone qualcosa che nessuna procedura può imporre: il desiderio di ascoltarsi, la disponibilità a riconoscere che l’altro – anche l’avversario – ha qualcosa da dire che ci riguarda. Senza questo desiderio, le parole rimbalzano le une contro le altre senza incontrarsi. Insostituibile perché senza parole e senza dialogo non ci sono prospettive, se non quella della guerra. E la corsa al riarmo, che attraversa oggi quasi tutti i continenti, mostra chiaramente dove conduce la strada quando si smette di credere che, parlandosi, ci si possa intendere. Nessuna illusione, certo. È evidente che una settimana di discorsi non ha sciolto i nodi profondi che lacerano il mondo, né ha accelerato la riforma delle Nazioni Unite, invocata da decenni e mai realizzata. Il realismo è d’obbligo. Ma il realismo non coincide con il cinismo. Riconoscere i limiti di un’istituzione non significa rassegnarsi alla sua irrilevanza; significa, semmai, assumersi la responsabilità di ciò che essa ancora può consentire.
Questa è, in fondo, la questione. Ciò che alcuni considerano un relitto della storia può diventare il germoglio di qualcosa di nuovo? La storia umana insegna che il nuovo raramente sorge dalla tabula rasa. Più spesso nasce da ciò che resta, da forme ereditate che vengono riprese, reinterpretate, rimesse in movimento da chi ha il coraggio di abitarle in modo diverso. Generare non è creare dal nulla: è far rinascere da ciò che c’è. Anche da un’istituzione stanca. Anche da un rituale che sembra aver perso l’anima. L’Assemblea generale di quest’anno non passerà certo alla storia. Ma la scelta del prossimo segretario generale, la riattivazione del multilateralismo, la possibilità stessa di un ordine internazionale fondato sul diritto e non sulla forza dipendono anche da come si guarderà a questo luogo imperfetto. Possiamo liquidarlo come un relitto del Novecento. Oppure possiamo riconoscervi una speranza di futuro, per quanto fragile, parziale ed esposta al fallimento. Che pero non va lasciata sfuggire. Perché quando si smette di parlarsi, restano soltanto le armi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





