Liberi di testimoniare il vero: la laicità ha bisogno dei cristiani
L'azione della Chiesa nello spazio pubblico e in rapporto allo Stato è uno dei temi sui quali Leone XIV si è pronunciato nel suo viaggio in Francia. Ricordando che se anche la sua voce «non sempre è intesa, è comunque attesa»

Nel suo recente viaggio in Francia, Leone XIV ha rivolto parole molto chiare ai vescovi in materia di libertà religiosa e verità.
Il tema è riemerso durante la conferenza stampa tenuta nel volo di ritorno, nella quale un giornalista francese gli ha rivolto una domanda sulla laicità. La risposta del Papa è illuminante: sono andato in Francia, ha detto, «per predicare la Buona Novella, per riaffermare ciò che Gesù Cristo stesso dice quando afferma: “Io sono la via, la verità e la vita”, dunque per dire la verità che Gesù ci offre». Ha poi aggiunto che «la Chiesa, proprio grazie a Gesù stesso, vuole essere vicina a queste persone e affermare i valori che, credo, la vita stessa racchiude per tutti noi. Quindi, direi che, se questa è politica, l’ho fatta, ma non per intromettermi nella politica francese. L’ho fatto per insegnare ciò in cui la Chiesa crede veramente».
La risposta di papa Leone ha una dimensione logica che precede l’applicazione giuridico-politica. Questa dimensione del problema, la questione per così dire della “laicità” intesa come possibile forma dei rapporti tra Stato e Chiesa, è oggetto di molteplici dibattiti. Proviamo a ricapitolare i termini della questione.
La Chiesa esiste per annunciare il Vangelo alle persone: tale annuncio ha rilevanza per molti aspetti della vita umana, sia personale sia sociale. Lo Stato è autonomo nella sua sfera, che riguarda per l’appunto diritti e doveri dei propri cittadini sul versante personale e sociale. Quindi i due soggetti coesistono e si rivolgono alle persone su piani diversi e in modi diversi. Qual è il criterio fondamentale per la distinzione?
La risposta cattolica è, ovviamente, che ogni libertà civile e sociale prende le mosse dalla libertà religiosa, come insegna Dignitatis humanae, la dichiarazione sulla libertà religiosa del Concilio Vaticano II. Tale libertà si fonda sulla natura stessa della persona umana e vale, dal punto di vista cattolico, anche per coloro che «non soddisfano l’obbligo di cercare la verità e di aderire a essa»: vale per tutti, insomma, «e il suo esercizio, qualora sia rispettato l’ordine pubblico informato a giustizia, non può essere impedito» (n. 2).
Qualcuno potrebbe rispondere: va bene la libertà religiosa, ma solo nella sfera privata, perché la sfera pubblica deve rimanere laica. La risposta contiene un errore logico: se la libertà religiosa è fondata sulla natura stessa della persona umana, non esiste forma politica storicamente determinata che possa stabilirne i confini. Proviamo a dirlo in un modo meno “tecnico”: la mia libertà di ascoltare musica è limitata, dallo Stato, secondo leggi che servono a garantire non solo la mia libertà ma anche quella degli altri. Lo Stato decide fino a che punto posso alzare il volume senza ledere il diritto degli altri a una ragionevole quiete (che, per chi vive in una grande città, è generalmente un’illusione...). Ma non può impedirmi di ascoltare musica, né di partecipare a un evento pubblico (un concerto) in cui viene suonata la musica che mi piace. La questione non riguarda le inclinazioni soggettive verso questo o quel genere musicale, ma la natura stessa del rapporto tra la persona umana e quella forma d’arte straordinaria che è, appunto, la musica.
Non mancheranno casi in cui una determinata musica viene usata per esprimere un messaggio politico. Ma la funzione della musica non è quella: è permettere alla persona che ne fruisce di contemplare una forma, di vivere la realtà del mondo in modo più approfondito e pieno.
Insomma, essere liberi di annunciare il Vangelo significa essere liberi di esprimere pubblicamente, con parole e atti, la fede cristiana. Se lo Stato pretendesse di porre limiti oltre quelli dettati dal ragionevole buon senso si approprierebbe di uno spazio che non gli compete. È questa la dimensione per così dire filosofica del problema: quella storica riguarda il modo in cui nazioni, ordinamenti e istituzioni diverse hanno cercato di realizzare, in modo sempre imperfetto, la distinzione che abbiamo tracciato.
Le parole del Papa non riguardano le scelte politiche di questa o quella nazione, tantomeno le ideologie che spesso le guidano. Ma se rimangono fedeli alla verità di Cristo sono una risorsa preziosa anche per coloro che non sono cristiani: è proprio la possibilità di testimoniare la verità, infatti, a garantire la libertà di ciascuna persona in uno qualsiasi degli Stati in cui oggi viviamo. Per questo, come ha detto Leone XIV ai vescovi francesi, la voce della Chiesa «possiede, per sua natura, un’autorevolezza profetica. Anche se non sempre è intesa, è comunque attesa».
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