La Svizzera dice no a una neutralità più rigida.
Ma cosa significa non schierarsi nelle guerre?

Domenica il 70,15% dei votanti ha bocciato l’iniziativa che voleva introdurre in Costituzione limiti alla cooperazione militare e vietare sanzioni svizzere contro Paesi belligeranti, salvo quelle decise dall’Onu
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September 29, 2026
La bandiera svizzera
La bandiera svizzera
«No alla guerra», gridavano i manifesti del Sì. Domenica il 70,15% dei votanti ha detto no – non alla guerra, ma all’iniziativa sulla neutralità svizzera. È stata bocciata la proposta di irrigidire in Costituzione una prassi rimasta finora flessibile. Dal 1848, la Carta impone alle autorità di «salvaguardare la neutralità», ma non la definisce. E così resterà. Christoph Blocher, promotore dell’iniziativa, sostiene che la Svizzera si salvò dalla Seconda guerra mondiale grazie a una neutralità assoluta di fronte alle aggressioni nazifasciste. Facoltoso imprenditore e per decenni artefice del successo della Schweizerische Volkspartei (SVP), ricorda spesso il 1938, quando il governo rinunciò alle sanzioni adottate nel 1935 contro l’Italia dopo l’invasione dell’Etiopia. Quella svolta avrebbe «salvato la Svizzera». Anche il ministro SVP Albert Rösti ha definito quelle sanzioni «un grave errore» che «quasi portò il paese in guerra con l’Italia». Una fotografia è emblematica. Il «sole che ride» della SVP splende su un paesaggio verde. In primo piano, l’85enne Blocher arringa i seguaci alzando voce e pugni. Davanti a lui, un’alabarda, simbolo della «neutralità armata». Quasi un programma politico: pace in casa, armi in mano, conflitti altrui fuori.
L’alabarda evoca i mercenari svizzeri, che combatterono ben pagati per potenze straniere. Molti preferirebbero forse la balestra di Guglielmo Tell: non l’arma del mercenario, ma quella della ribellione contro l’ingiustizia. Il nodo è qui: contro quali conflitti vale il nostro «No»? Solo contro quelli che potrebbero toccarci? O anche contro quelli scatenati contro altri? Nel Novecento la neutralità integrale contribuì a proteggere la Svizzera. Ma se tutti avessero fatto lo stesso — niente sanzioni, niente intervento — chi avrebbe fermato le potenze nazifasciste? E, in un’Europa nazifascista, quanto sarebbe durata la sicurezza svizzera? Il pacifista Bertrand Russell, che più tardi parlò di «pacifismo politico relativo», chiarisce il dilemma. Nel 1918 pagò l’opposizione alla guerra con sei mesi di carcere. Nel 1940 sostenne invece la resistenza militare al nazifascismo. Non aveva smesso di detestare la guerra. Aveva riconosciuto che talvolta rinunciarvi non la elimina: significa soltanto che a subirla saranno altri – e forse, più tardi, anche noi.
Un caso ancora più netto fu il Sudafrica dell’apartheid. Nel 1987, sanzioni economiche contro il regime furono approvate all’Onu da 126 Paesi. La Svizzera non aderì e continuò a fare affari con il Sudafrica. Nessuna minaccia militare incombeva sul Paese. Il problema era un altro: può il non schierarsi giustificare il rifiuto di colpire economicamente un regime di oppressione? Quella scelta resta una macchia sulla coscienza umanitaria del paese dove nacque la Croce Rossa. Il paradosso tornerà presto sulle armi. Il 29 novembre gli svizzeri voteranno sull’allentamento della legge sul materiale bellico. La SVP lo sostiene perché ritiene necessaria un’industria nazionale degli armamenti. Per il partito, quindi, «No alla guerra» non significa necessariamente «no alla vendita di armi a chi fa la guerra». Grande scalpore ha suscitato l’inchiesta di Republik , «Gli affari dei Blocher in Russia», sulle attività della loro multinazionale Ems-Chemie in Russia. La sequenza colpisce: il 28 febbraio 2022 il governo svizzero adottò le sanzioni dell’Ue contro la Russia. Undici giorni dopo, Blocher annunciò di voler introdurre in Costituzione un divieto che avrebbe impedito in futuro alla Svizzera di adottare autonomamente misure di questo tipo.
Un interrogativo è inevitabile: un simile divieto avrebbe potuto giovare anche agli interessi economici della famiglia del principale finanziatore del SÌ? Secondo Blick, quasi 4 milioni di franchi li avrebbe messi personalmente Blocher. La campagna per il no ha dichiarato 1,7 milioni. L’iniziativa respinta voleva definire in Costituzione la neutralità come «permanente e armata», limitare fortemente la cooperazione militare con altri Stati e vietare sanzioni svizzere contro paesi belligeranti, salvo quelle decise dall’Onu. Ma nell’epoca dei droni nessun paese può essere davvero «un’isola sotto il segno dell’alabarda». Dire «No alla guerra» non basta. Se restiamo agnostici davanti ai conflitti degli altri, un giorno potrebbero diventare anche i nostri.

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