La povertà come ribellione al potere: la scelta di libertà di Chiara d’Assisi

Nella radicale adesione al Vangelo della santa cofondatrice del francescanesimo un messaggio femminile che dice molto anche alla Chiesa di oggi
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September 27, 2026
La povertà come ribellione al potere: la scelta di libertà di Chiara d’Assisi
Santa Chiara d’Assisi
Quando l’oscurità cala sulla Domenica delle Palme del 1212 (o del 1211 per alcuni), la ragazza forza la serratura della porta sul retro del proprio castello, quella che si apriva solo per far passare i cadaveri. Appena uscita, viene ingoiata dalla notte di Assisi. Cammina per le strade buie e deserte fino alla piana della Porziuncola, il luogo convenuto. Lì la attende Francesco con gli altri frati. Determinata ad andare fino in fondo, gli porge i capelli perché li tagli, sancendo l’irrevocabilità della sua scelta. Quella ragazza è Chiara. Ma raccontare quella notte soltanto come il momento in cui una giovane donna sceglie di seguire Francesco significa già perdere qualcosa di essenziale. Perché Chiara non è una seguace. Non è la donna che sta “dietro” al santo. È una delle protagoniste della radicale invenzione spirituale, sociale e politica che prende forma ad Assisi all’inizio del Duecento. Per questo è utile rileggere Francesco – di cui ricorrono gli 800 anni dalla morte – attraverso le donne che ne hanno accompagnato la vita, custodito il messaggio e trasformato l’intuizione spirituale in pratica quotidiana, comunità, cultura e cura. E guardare al francescanesimo non soltanto come alla storia della santità maschile, ma come a un laboratorio di relazioni, libertà femminile, resistenza e condivisione.
«Non c’è Francesco senza Chiara» resta un’affermazione vera, ma rischia di conservare una grammatica antica: quella per cui dietro ogni grande uomo ci sarebbe una grande donna. Una concessione, apparentemente generosa, a un’agiografia patriarcale nella quale il protagonismo femminile viene riconosciuto soltanto in quanto ancillare a quello maschile. Chiara è protagonista della stessa intuizione spirituale di Francesco e, insieme, una donna che quella intuizione traduce in una propria forma di vita. La sua fuga, a 18 anni, non è soltanto un gesto di adesione a una vocazione religiosa: è anche la scelta di sottrarsi a un destino familiare già scritto, a un matrimonio, a un patrimonio, a un ruolo sociale. Il corpo di una giovane nobildonna, destinato a essere parte di una rete di alleanze familiari, diventa così il primo spazio della sua autodeterminazione. Il taglio dei capelli, la rinuncia agli abiti nobiliari e la scelta di un abito povero non sono soltanto segni di penitenza, ma gesti attraverso cui afferma pubblicamente la propria autonomia. È questa l’irremovibilità con cui la primogenita della nobile casa di Favarone degli Offreducci si mette al fianco del figlio del mercante Pietro di Bernardone, per condividerne fino in fondo lo stile di vita, almeno per quanto le norme ecclesiastiche dell’epoca consentivano. E anche oltre. Chiara sfida perfino papa Gregorio IX per vedere riconosciuto a lei e alle proprie sorelle il privilegium paupertatis : il permesso, cioè, di vivere, come unico privilegio, la povertà, restando fedele alla vocazione originaria sua e di Francesco. È una battaglia che va letta anche per quello che è: la difesa dell’autonomia di una comunità di donne. Chiara non chiede semplicemente di essere autorizzata a vivere santamente. Rivendica il diritto di scegliere e conservare una forma di vita fondata sulla povertà, senza che l’istituzione ecclesiastica possa ricondurla a un modello più controllabile. La povertà diventa così anche una forma di libertà dal potere: dalla proprietà, dalla dipendenza economica, dalle gerarchie che attraverso il possesso stabiliscono chi può decidere e chi deve obbedire.
Il francescanesimo femminile è anche una storia di donne che hanno costruito spazi di autonomia dentro strutture che autonomia ne concedevano pochissima; di donne che hanno fatto della comunità una forma di resistenza; di donne che hanno custodito una parola spirituale trasformandola in pratica. La sorellanza non è un elemento laterale: è una delle infrastrutture del francescanesimo. Lo conferma, soprattutto, la grande tradizione di fede che da loro ha avuto origine. Negli ultimi otto secoli, migliaia e migliaia di uomini e donne di tutti i continenti hanno deciso di fare della memoria di Chiara e Francesco un’opzione concreta e della loro santità un modello perseguibile. La vita e la morte dei due santi di Assisi hanno generato quella “famiglia francescana” che rappresenta una delle correnti spirituali più feconde all’interno della tradizione cristiana. Una “famiglia” quanto mai complessa e articolata, ricca di intuizioni e differenziazioni che mai, però, hanno comportato la rinuncia a riconoscere nella povertà una delle proprie cifre distintive.
Dentro questa storia è necessario riconoscere una presenza femminile che non può essere considerata semplicemente complementare a quella maschile. Accanto a Chiara, alle sue sorelle e alle compagne delle origini, una lunga genealogia di clarisse, mistiche, scrittrici e donne impegnate nella cura ha custodito e trasformato nei secoli l’intuizione francescana. Contrariamente a certa narrativa, il rapporto tra i due fondatori-ispiratori di questo movimento evangelicamente rivoluzionario non può essere relegato, come sottolinea lo storico francese Jacques Dalarun, «nella sfera ideale degli amanti nel giardino di un Eden mistico». Non ci sono un “poverello d’Assisi” e la sua innamorata spirituale. I “poverelli” sono due, poiché al cuore del sodalizio tra Francesco e Chiara non si trova soltanto una reciprocità di stima e di affetto, bensì la volontà di ciascuno dei due – e di entrambi insieme – di seguire Gesù in modo totalizzante, grazie all’indissolubile legame con “sorella povertà”. La fraternità con quest’ultima rende il loro legame saldo, ma anche speculare. A nutrirlo non è solo la medesima tensione ideale o la stessa istanza morale, ma una relazione con Dio resa possibile dalla spoliazione dei beni e di sé.
Per Francesco e Chiara la povertà non è soltanto una virtù né uno strumento di ascesi: è una condizione identitaria. Per questo è irrinunciabile, non negoziabile, anche di fronte alle richieste o, soprattutto per Chiara, alle ingiunzioni ecclesiastiche. È proprio nella sua resistenza a queste ingiunzioni che la sua scelta assume una dimensione “politica”: difendere la povertà significa difendere la possibilità di una comunità femminile di non dipendere dalla ricchezza e dal potere altrui per esistere. È stato giustamente osservato che una tale visione della povertà risponde alla logica dell’epoca e va capita alla luce del diritto romano, secondo cui i filii familias erano privi di titolarità patrimoniale. Potevano utilizzare i beni di famiglia, ma non possederli. Per Francesco, in quest’ottica, il privarsi dei beni di fronte al padre non significa solo rifiutarne l’uso: è una rinuncia pubblica alla titolarità di quanto gli spetta, la scelta della precarietà come condizione di abbandono fiducioso a Dio. Chiara probabilmente assiste all’evento dalle finestre del suo palazzo affacciato su San Rufino, dove si è svolto. E ne compie uno di valore analogo. La testa rasata mostrata allo zio Monaldo e ai cugini accorsi a riacciuffare la fuggitiva, il sacco da contadina come abito, divengono il segno di un viaggio senza ritorno: come penitente, è sottratta alla giurisdizione della famiglia per passare a quella della Chiesa. Anche per quest’ultima, tuttavia, non è stato facile accettare la sua opzione per la povertà, tanto da avere cercato numerose volte di ricondurla sulla traiettoria più consueta della clausura. Francesco e Chiara leggono il Vangelo sine glossa, cioè esattamente come è scritto, senza interpretazioni o adattamenti. Un esempio da osservare senza sconti o scappatoie. Da qui la fiducia totalizzante nella beatitudine dei poveri, un invito quantomai scandaloso nel tempo in cui prende lentamente forma il capitalismo.
Non tutti, certo, sono chiamati a scegliere di diventare francescani o clarisse, ma tutti, anche oggi, sono chiamati a lasciarsi interrogare dai due “poverelli di Assisi” per arrivare a capire che cosa significhi, nell’età del capitalismo ormai maturo, imboccare la via povera del Vangelo. E qui la vicenda di Chiara torna a parlarci con particolare forza. La sua povertà non è soltanto una rinuncia ai beni, ma una diversa concezione del potere: la possibilità di costruire una comunità nella quale il valore non coincida con ciò che si possiede, nella quale la cura dell’altra e dell’altro diventi una forma di organizzazione della vita e nella quale la vulnerabilità, invece di essere una condizione da nascondere o da sfruttare, possa diventare uno spazio di relazione. La sua resistenza alla Curia, la difesa del privilegium paupertatis e la comunità delle sorelle di San Damiano raccontano, in questo senso, una forma di disobbedienza femminile che parla anche al presente. Il Concilio Vaticano II lo ha intuito e lo ha indicato come direzione da prendere per avviare il rinnovamento indispensabile: la bussola di una missione ecclesiale in un’epoca di disuguaglianze sempre più intollerabili e di ingiustizie profonde che deturpano il sogno di Dio per l’umanità. L’auspicio di Giovanni XXIII per una Chiesa «di tutti e particolarmente dei poveri» – fisicamente presente a Roma attraverso i vescovi delle aree dimenticate del mondo – viene declinato da trentanove padri conciliari che, riuniti il 16 novembre 1965 nelle Catacombe di Domitilla, sottoscrivono l’omonimo “Patto”. Un impegno a camminare con e fra i senza risorse né potere, attraverso la rinuncia ai privilegi per adottare uno stile di vita semplice e di servizio, come testimonianza vivente di «una Chiesa povera per i poveri».
Ci sono volute certamente generazioni perché alcune “visioni di futuro” cominciassero a imporsi. L’America Latina, tuttora la terra più diseguale al mondo, ha fatto da apripista con le storiche Conferenze di Medellín e Puebla. Provocati dal Concilio e decisi a incarnarlo in un contesto di oppressione e violenza, i vescovi del Continente hanno scelto di guardare la realtà dal punto di vista degli ultimi, dei marginali, degli scartati. «L’opzione preferenziale per i poveri», dunque, non nasce da un’ideologia astratta, bensì dalla contemplazione di Cristo nei volti dei crocifissi della storia. Un ritorno – come per Francesco e Chiara – alla radicalità evangelica, cioè al monito di Gesù: “Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza” (Mt 6,24). Lentamente, tale consapevolezza è diventata patrimonio comune di tutta la Chiesa, del suo Magistero e della sua azione pastorale. Non è un caso, ma piuttosto una coincidenza su cui riflettere, che nel momento in cui Jorge Mario Bergoglio ha accettato di diventare il 266º Pontefice, proprio un figlio della famiglia francescana, il cardinale brasiliano e frate minore Cláudio Hummes, gli abbia detto: «Ricordati dei poveri!». Quella frase, come lui stesso ha più volte raccontato, è stata l’ispirazione che ha portato l’arcivescovo di Buenos Aires a imporsi il nome di Francesco, il primo Papa a farlo. Segno che la scelta dei due santi di Assisi ha ormai impresso un sigillo permanente non soltanto alla storia della spiritualità, ma a quella dell’intera comunità ecclesiale.
Ma se Francesco è diventato, nel tempo, il nome stesso di una Chiesa che vuole tornare ai poveri, Chiara può aiutarci a leggere un’altra dimensione di quella stessa rivoluzione: quella della libertà femminile, della cura, della comunità e della resistenza al potere. È una genealogia che attraversa gli otto secoli successivi e passa attraverso le clarisse, le mistiche, le scrittrici e le donne che hanno custodito la memoria francescana, traducendola in forme concrete di vita. Fondamento, lungo i secoli, della nascita di sempre nuovi ordini religiosi maschili e femminili, la povertà viene così riconosciuta nel senso che i due poverelli volevano incarnare: non testimonianza di santità individuale né privilegio ecclesiastico, bensì orizzonte di una riforma capace di rendere la Chiesa sempre più fedele al Vangelo. Ma forse oggi, accanto alla domanda su che cosa significhi una Chiesa povera per i poveri, occorre aggiungerne un’altra: che cosa significa una Chiesa capace di riconoscere la libertà e la parola delle donne che, nei secoli, ne hanno custodito e trasformato il Vangelo? È una domanda che Chiara pone con una forza intatta. Non come figura ancillare di Francesco, ma come cofondatrice di un’esperienza spirituale che ha fatto della povertà una scelta di libertà, della comunità una forma di resistenza e della cura una pratica capace di attraversare i secoli. È da qui che il francescanesimo può tornare a essere, ancora oggi, non soltanto una storia di santità, ma un laboratorio di relazioni, libertà, cura e resistenza.
Questo articolo è un’anticipazione di “Donne Chiesa Mondo”, il mensile femminile dell’“Osservatore Romano”, che nel numero in diffusione da sabato 3 ottobre propone una genealogia femminile del francescanesimo.
Tutti gli interventi della serie "San Francesco ci dice che..." si possono leggere cliccando qui.

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