La chiamata al disarmo non è diserzione. Ma se anche fosse?

Lo spirito della Costituzione italiana, scolpito nell’articolo 11 che «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», è un invito a rinunciare ad aggredire
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October 21, 2026
La chiamata al disarmo non è diserzione. Ma se anche fosse?
La marcia per la pace delle scuole ad Assisi, 18 aprile 2026 / Giuseppe Muolo
Se preparare la guerra non serve a garantire la pace (semmai il contrario), come la realtà di questo convulso scorcio di millennio sta copiosamente illustrando, perché, in attesa di imparare a preparare la pace, non cominciare a rifiutare la guerra? «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre, alle armi andateci voi, noi organizzeremo i disertori!» è l’urlo lanciato un mese fa, alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia, dalla segretaria dei Giovani democratici Virginia Libero. Una «chiamata al disarmo» che ha scatenato roventi polemiche, ma che solleva questioni anche teoriche su cui è il caso ritornare. Certo, la scelta lessicale, sul solco del vecchio inno pacifista di Boris Vian, e in un frangente in cui vanno di moda i generali, può suonare urtante: “disertore” è una parola negativamente connotata, e rivendicarla ha il sapore della provocazione. Ma se, invece che al suono, guardiamo al significato, qual è il problema?
Tirare in ballo la Resistenza, come se l’appello alla diserzione implicasse il disconoscimento della lotta partigiana, è un’illazione arbitraria e per di più senza senso, perché diverso è il contesto. Una eventuale guerra, nell’Italia d’oggi, non sarebbe sentita come portatrice di indefettibili valori morali e patriottici, ma come l’esito di politiche sovrannazionali che nulla hanno a che fare con l’interesse reale dei cittadini – e se indirettamente lo hanno, non si tratta di conflitti che non si potrebbero risolvere con un pacifico, ragionevole, più (in tutti i sensi) “economico” compromesso. È questo lo spirito della Costituzione italiana, scolpito nell’articolo 11 che «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Non vuol dire rinunciare a difendersi, ove aggrediti: vuol dire semplicemente rinunciare a aggredire.
È indubbio che uno Stato debba disporre di una affidabile forza militare dissuasiva quale condizione necessaria per garantire la propria sovranità e la sicurezza della popolazione. Ma il riconoscimento di come stanno le cose nella realtà non significa negare la legittimità di pensare una realtà diversa. Da sempre gli uomini invocano la pace, e da sempre si fanno la guerra: un tragico cortocircuito. Eppure il pacifismo, variamente declinato, ha una lunga e nobile tradizione: per restare all’età moderna, da Immanuel Kant a Henry David Thoreau, dal Mahatma Gandhi a Martin Luther King, e da noi Ernesto Teodoro Moneta, Aldo Capitini, Giorgio La Pira, Danilo Dolci. Ai quali possiamo aggiungere, su un diverso piano, lo “spirito di Assisi” battezzato giusto quarant’anni fa da Giovanni Paolo II. Cocciuti utopisti che sfuggono al confronto con la realtà?
Detto che la realtà si consolida e tanto più si realizza quanto più ci si rassegna a essa, proprio un approccio coerentemente realista, nel momento in cui il possibile uso delle armi nucleari non è più un tabù, dovrebbe suggerire una considerazione che nel 1979, quando ancora il rischio non era così concreto, Norberto Bobbio affidava al volume Il problema della guerra e le vie della pace (il Mulino). «Non mi considero un nonviolento militante», premetteva il filosofo, «ma ho acquistato la certezza assoluta che o gli uomini riusciranno a risolvere i loro conflitti senza ricorrere alla violenza, in particolare a quella violenza collettiva e organizzata che è la guerra, sia esterna sia interna, o la violenza li cancellerà dalla faccia della Terra».
Ma gli strumenti del pacifismo sono atti a scongiurare la catastrofe? In verità, chi opta per il disarmo e la nonviolenza non è mosso dall’illusione che anche la parte avversa faccia altrettanto: la sua è una posizione morale nel senso kantiano del termine. Non il Kant del saggio Per la pace perpetua , che è soprattutto un progetto di ordinamento politico-giuridico internazionale, bensì quello dell’imperativo categorico: «Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale». Da questo punto di vista – dal punto di vista della ragion pratica, il cui imperativo non ne viene inficiato – non è rilevante che l’opzione pacifista non sia fatta propria da tutti, perché il suo valore morale consiste nell’agire “come se” tutti vi si attenessero: in questo “come se” è implicita un’attesa, sebbene puramente ideale. Per cui non coglie nel segno l’obiezione che scegliere questa via significhi nella realtà consegnarsi ai violenti che usano le armi: si tratta di due piani distinti, come lo sono essere e dover essere. E del resto anche l’opzione bellicista si basa su un “come se”: l’attesa che i potenziali nemici facciano a loro volta ricorso alle armi, che quindi induce ad agire come se effettivamente vi facessero ricorso (costringendoli, peraltro, a farvi ricorso).
Nei fatti la coazione alla guerra è quella che prevale, ha sempre prevalso e quindi, si inferisce, sempre prevarrà. È l’argomento rinunciatario dei realisti, che ironizzano sulle manifestazioni pacifiste assimilandole agli arcaici riti contadini per propiziare la pioggia. A loro, sulla Stampa del 20 settembre 1995, aveva già risposto Bobbio, che alle marce della pace aveva partecipato, con Capitini, negli anni della Guerra fredda: «So che se anche tutti i contadini del mondo si unissero per far piovere, la pioggia non verrebbe. Ma so anche che, se tutti i cittadini del mondo partecipassero a una manifestazione della pace, la guerra sarebbe destinata a scomparire».

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