Il seme fecondo della Virtù Civile
Dalle guerre denunciate da Mattarella alla memoria di Giorgio Ambrosoli: la responsabilità personale come argine alla violenza e seme di pace. Il senso della Giornata che si celebra oggi

C’è un’immagine che non suscita quasi più vergogna: i leader del mondo che passano sul podio più alto che l’umanità abbia inventato per scongiurare la guerra e promuovere la pace – quello col marmo verde alle spalle, alle Nazioni Unite, nate sulle macerie della più grande catastrofe del secolo scorso – e usano il linguaggio della potenza, della minaccia, della paura. Mentre le guerre continuano, i leader forzano le parole che le giustificano, le attenuano, le rendono inevitabili, accettabili. Giovedì il presidente Mattarella ha invece parlato delle «scellerate guerre» in corso, della volontà di potenza e di dominio che ancora oggi torna a imporsi sulle ragioni della convivenza. Con lui, per fortuna, anche altri non hanno dimenticato quella promessa, anche al Palazzo di vetro. Ma in quella passerella globale c’è qualcosa che rischiamo di perdere insieme alla pace: la vergogna davanti al male. Ovviamente non la vergogna che umilia il diverso, che stigmatizza, che impone un modello di normalità. E neppure la vergogna dell’inadeguatezza, le guance rosse che ci fanno capire di avere detto o fatto qualcosa fuori luogo. Parlo della vergogna più semplice e più necessaria: quella che nasce quando la coscienza riconosce di avere oltrepassato un limite, di avere ferito una persona, una relazione, una comunità, un popolo. Quella vergogna rischia di morire. E quando muore, il male cambia nome. Infatti, oltrepassato il limite, chi ha potere lo esercita anche sulle parole che usa, per cui la brutalità si ammanta di franchezza, l’arroganza di coraggio, la semplificazione di chiarezza. La crudeltà si veste di realismo. La violenza diventa difesa, la vendetta giustizia, la distruzione sicurezza, la guerra una triste necessità.
Smarrimento. Perché chi misura le parole e ne riconosce la complessità è tacciato di ipocrisia, chi cerca una mediazione e protegge la dignità dell’altro è descritto come debole, ingenuo. Certamente non un modello di virtù. Sì, si tratta di un rovesciamento morale, che diventa completo proprio quando la vergogna viene trasferita sull’altro, sul diverso, sull’avversario, sul nemico. Perché quando l’altro diventa il nemico, il male che gli facciamo può smettere di sembrarci male. È qui allora che la virtù civile torna a essere più che mai necessaria: se non ora, quando? La Giornata della Virtù Civile che oggi si rinnova a Rondine ci consegna l’esempio di Giorgio Ambrosoli e ci ricorda una cosa molto concreta: la responsabilità personale esiste, dai cittadini ai capi di stato. Esiste quando costa, quando sarebbe più conveniente tacere. Esiste anche quando non sappiamo se la nostra scelta produrrà un risultato. Ambrosoli scelse di fare il proprio dovere fino in fondo, anche quando quella scelta lo esponeva personalmente. Consapevole del rischio, scrisse alla moglie: «È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese». Ecco, cosa facciamo quando la responsabilità entra in conflitto con la convenienza? Una domanda, per noi smemorati digitali, che ci tiene vicini a quel lontano 1979, anno del suo assassinio. Una domanda che diviene anche consegna ai giovani di esempi diversi da quelli che arrivano ogni giorno dalle passerelle nei grandi palcoscenici del potere: la storia non è fatta soltanto da potenti sfacciati, da velenosi giocolieri delle parole, da chi compra consenso occupando la comunicazione. È fatta anche da uomini e donne che, nel momento decisivo, scelgono di non sottrarsi. Carlo Azeglio Ciampi disse di Giorgio Ambrosoli: «Il cittadino italiano al servizio dello Stato che fa con normalità e semplicità il suo compito e il suo dovere». Per questo chi tiene viva questa memoria ha voluto che la giornata si diffondesse in Italia attraverso dei luoghi simbolo, come Rondine Cittadella della Pace, dove ci si prende cura dei giovani. Tertulliano ci perdonerà se osiamo una libera interpretazione civile del suo pensiero. Scriveva infatti che «il sangue dei martiri è seme di cristiani». Ebbene: il sacrificio di chi non si sottrae alla propria responsabilità è seme di pace.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






